domenica 29 aprile 2018

Quei conti del Def che non tornano su personale pubblico ed appalti



Per l’ennesima volta il Documento di Economia e Finanza, il Def, finalizzato a tracciare le politiche di economia del Governo desta molte perplessità sulla capacità di fornire indicazioni davvero attendibili sulle dinamiche della spesa.



Personale. Concentriamoci sulla spesa per redditi da lavoro dipendenti, cioè quella riferita ai circa 3 milioni di dipendenti pubblici. Passa dai 164 miliardi del 2017 ai 171 del 2018: un incremento di 7 miliardi dovuto all’effetto dei nuovi contratti collettivi e degli arretrati; dal 2019 la spesa si stabilizza su valori poco superiori ai 169 miliardi.
La nuova contrattazione ha di fatto quasi azzerato i risparmi sulla spesa del personale ottenuti con le gravosissime politiche di blocco delle assunzioni e proprio della contrattazione: la spesa per il lavoro pubblico, dunque, torna a crescere (di oltre il 4% nel 2018), dopo che per anni era stata l’unica voce del bilancio a scendere costantemente e in maniera rilevante.
Cosa non funziona del Def? Due aspetti. Il primo riguarda ancora una volta la contrattazione collettiva. Occorre ricordarsi che i Ccnl in corso di stipulazione in questi mesi sono riferiti al triennio 2016-2018: vedono la luce, dunque, a triennio contrattuale già concluso.
Prudenzialmente, dunque, il Def a partire dal 2019 dovrebbe prevedere una spesa in aumento e non stabilizzata, visto che una nuova tornata contrattuale dovrebbe avere l’effetto di incrementare la spesa. Invece, i numeri raccontano un’altra storia.
Quali le possibili spiegazioni? Una appare molto probabile: la stagione contrattuale che si sta chiudendo in questi giorni è stata indiscutibilmente favorita dalla congiuntura elettorale. Non c’è il minimo dubbio che le forze della maggioranza della passata legislatura hanno contato sul sostegno elettorale dei dipendenti pubblici, spingendo sull’acceleratore del rinnovo dei contratti. Questa fretta per i prossimi anni non vi sarà. Ed è, anzi, probabile che vista la frenata dell’economia la spesa per il lavoro pubblico dovrà nuovamente trovare forti contenimenti. Dunque, per questa ragione non si vedono nel Def incrementi contrattuali.
Però, i conti non tornano lo stesso. La spiegazione fin qui fornita ha certamente senso e peso. Ma è carente di un dato importantissimo: non considera che a partire dal 2019 inizia una fuoriuscita di 500.000 dipendenti pubblici che andranno in pensione entro il 2021. Al costo medio di 34.000 euro l’anno, si tratta di un risparmio di spesa per stipendi pubblici di 17 miliardi (ovviamente sul bilancio complessivo dello Stato l’impatto è inferiore, perché ci sono le pensioni da pagare).
Ebbene, nel Def non v’è nessuna traccia degli effetti di questo pensionamento di massa, concentrato in così breve tempo.
Immaginare che il Governo abbia pensato ad una copertura del turn-over del 100% è senza fondamento: nonostante nei mesi scorsi si sia parlato un po’ a sproposito di “concorsone” o di un mega piano di assunzioni, le condizioni della finanza pubblica, con la spesa in continuo aumento, da un lato, e le difficoltà amministrative e burocratiche non lasciano credere nemmeno un po’ che in questo lasso di tempo la pubblica amministrazione voglia, ma soprattutto possa, rimpiazzare così velocemente 500.000 dipendenti in pensione, avendo così a cuor leggero l’effetto di risparmio di decine e decine di miliardi.
Appalti. La seconda voce che desta perplessità (e non da ora: vedi qui e qui) è quella relativa alle spese per consumi intermedi, connesse, cioè, agli appalti per forniture e servizi. Il Def ne prevede una crescita annuale costante e inesorabile.
Questo appare, il segno definitivo del fallimento dell’obiettivo di ridurre questa tipologia di spesa corrente, a distanza di diversi anni ormai dall’attuazione (sia pure ancora parziale) dell’idea di Carlo Cottarelli di ottenere risparmi riducendo le stazioni appaltanti “da 30.000 a 30”, per ottenere così “economie di scala”.
Un’idea bislacca, che ha inciso in modo non poco significativo sulle complicazioni contenute nel codice dei contratti e che porta a radicalismi incredibili. Da un lato, gli appalti della Consip si sono ingigantiti ed esposti alla corruzione come non mai, e sempre più frequentemente segnano il passo, aggrediti come sono da continui ricorsi (cosa che si sta ripetendo anche per i grandi appalti degli altri soggetti aggregatori). Dall’altro lato, ha dato vita a radicalismi interpretativi, a loro volta segnali del distorto modo di concepire la funzione di controllo collaborativi a detrimento della dignità della funzione di amministrazione attiva: ci si riferisce alle sezioni regionali della Corte dei conti che hanno più volte ritenuto i comuni obbligati a rifornire di carburante i propri mezzi di servizio utilizzando le convenzioni della Consip, nonostante i distributori convenzionati fossero a chilometri di distanza e, quindi, risultasse antieconomico, contrario a buon andamento, contrario a qualsiasi principio di organizzazione aziendale, utilizzare questi invece del distributore presente nel territorio comunale.
I “risparmi” favoriti dalla Consip o dalle altre centrali acquisti di cui si favoleggia regolarmente sui giornali, semplicemente non ci sono: il Def lo attesta. Ma, nessuno ha fin qui avuto la forza ed il coraggio di ammettere che la strada intrapresa col codice dei contratti su questo campo è sbagliata, molto sbagliata.

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