sabato 29 settembre 2018

Bando periferie: ancora in ostaggio le risorse dei comuni

Di Vitalba Azzollini

 La politica degli ultimi governi è stata essenzialmente volta a smontare l’opera di quelli precedenti, nella mediatica esibizione di un attivismo riformatore che ha trovato per lo più sfogo nella produzione di nuova regolamentazione. Il risultato è noto: una legislazione “dispersa in numerosissimi provvedimenti, sempre più spesso a contenuto omnibus o multisettoriale”, e una “stratificazione normativa che si sussegue nel tempo senza gli opportuni raccordi”. Il metodo ha non solo minato la certezza del diritto, in ogni sua declinazione, ma causato spreco di pubbliche risorse.
Perché la regolamentazione è un’attività onerosa – e non solo in quanto impegna uno stuolo di decisori - il cui costo è a carico dei contribuenti. E il nuovo governo, che si autodefinisce “del cambiamento”, mostra di astenersi dal metodo suddetto? Non solo non se ne astiene, ma prova pure ad amplificarlo: perché non vuole limitarsi a smontare l’ordito normativo tessuto da altri, ma si impegna a disfare anche quello imbastito da se stesso. E’ la strategia di Penelope con la famosa tela: darsi da fare disfacendo, senza progredire, e confondere le acque.
Il riferimento è a un tema trattato in un post recente: il taglio dei fondi destinati alle periferie. Il decreto Milleproroghe dispone sia “differita all’anno 2020” l’efficacia delle convenzioni concluse sulla base del piano “finalizzato alla realizzazione di  interventi urgenti per la rigenerazione delle aree urbane degradate attraverso la promozione di progetti di miglioramento (…)”. In sintesi, vengono sospesi progetti di riqualificazione in molti casi già avviati, anche con il contributo di soggetti privati, mediante la sospensione dei relativi finanziamenti.
Prima dell’approvazione del decreto, i sindaci interessati hanno provato a convincere il nuovo governo dell’errore che si stava commettendo. Cos’hanno ottenuto? La rassicurazione da parte del presidente del Consiglio circa “un percorso per giungere alla migliore soluzione possibile e nei tempi più rapidi”, mediante l’inserimento “nel primo decreto utile (successivo alla conversione del Milleproroghe)” di “una norma che di fatto dia la possibilità di recuperare la realizzabilità dei progetti già in fase avanzata". Cosa rappresenta questa frase, al di là del suo significato letterale? Rappresenta la strategia di Penelope suddetta: si decide di sospendere l’efficacia delle convenzioni per le periferie, ma al contempo si promette di vanificare al più presto tale decisione e di riattivare le convenzioni in corso di realizzazione. In altri termini, si emana una norma che si considera già superata, ma che viene emanata lo stesso per poi essere cambiata mediante l’emanazione di una norma futura (peraltro, senza un impegno formale né un’indicazione di tempi certi): con buona pace dei costi della regolazione e della certezza del diritto, cui si è fatto cenno. E perché tale disposizione non è stata corretta seduta stante? La spiegazione formale, resa nel corso della discussione in Aula del decreto Milleproroghe, non pare convincente, e comunque non giustifica la situazione paradossale sopra descritta. Meglio cercare di capire i motivi sostanziali. Al governo mancano non solo le risorse necessarie per realizzare tutto ciò che ha assicurato in campagna elettorale, ma anche quelle per fare fronte ad altre incombenze che forse ha omesso di considerare: dunque, ora si trova a dover mettere le toppe.
Più in particolare, una sentenza della Corte costituzionale (n. 101/2018) ha disposto che “l'obbligo per regioni ed enti locali di rispettare ogni anno il pareggio di bilancio non può bloccare i ‘risparmi’ accumulati negli esercizi precedenti che servono a finanziare investimenti”.  Dunque, lo Stato deve liberare i relativi fondi di loro spettanza. Cosa comporta questa pronuncia, che fa seguito a una del dell’ottobre scorso (n. 247/2017), nel medesimo senso? Il tema è complesso, dunque lo si sintetizza ai minimi termini. L’art. 81 Cost., modificato nel 2012, ha sancito il principio dell'equilibrio tra entrate e spese del bilancio dello Stato, come vincolo di sostenibilità del debito di tutte le pubbliche amministrazioni: in altri termini, anche gli enti territoriali concorrono al pareggio del bilancio pubblico. I sistemi per l'applicazione del principio dell’equilibrio con riferimento agli enti territoriali sono variati nel tempo, e così pure i tecnicismi contabili mediante i quali è stato realizzato il concorso di questi ultimi alla sostenibilità delle finanze pubbliche: ma il criterio è stato comunque quello di limitare artificiosamente l’uso di “risparmi” di tali enti (come gli avanzi di gestione), cosicché le relative risorse, rese non spendibili, venissero imputate all’attivo del bilancio statale e si realizzasse il “pareggio”. Ma la Consulta ha dichiarato incostituzionale questo “blocco”. Qual è ora la conseguenza? Gli enti locali potranno spendere i soldi “bloccati” – che quindi non potranno più essere indicati fra le entrate nel bilancio dello Stato – e ciò creerà un corrispondente ammanco, che dovrà essere sanato ai fini del rispetto della richiamata regola del pareggio. Secondo l' Ufficio Parlamentare di Bilancio, gli “avanzi” presenti nei conti locali valgono 16,2 miliardi, cioè “poco meno di un punto di Pil che una ‘liberazione’ immediata trasformerebbe in deficit”.
E come si è pensato di far fronte allo squilibrio finanziario che si determinerà a seguito di quanto sopra esposto? Con il classico gioco delle tre carte, come sempre: in questo caso, iniziando dalla sospensione del finanziamento dei progetti di riqualificazione delle aree urbane degradate. Infatti, l'art. 13 del decreto Milleproroghe prima differisce all’anno 2020 l’efficacia delle convenzioni concluse sulla base del piano periferie; poi, quantifica “gli effetti positivi sul fabbisogno e sull'indebitamento  netto”, cioè l’importo dei risparmi per le casse dello Stato derivanti dal suddetto differimento; infine, sposta tali importi in un apposito fondo – istituito dallo stesso decreto – destinato a  “favorire gli investimenti (…) attraverso  l'utilizzo   dei   risultati   di amministrazione degli esercizi precedenti”. E così il gioco è fatto, peraltro ben confezionato con lo storytelling per cui le risorse sottratte ai comuni firmatari delle relative convenzioni rientreranno nelle loro casse in modo differente, cioè come fruizione dei citati avanzi di amministrazione. Ma, a parte che i comuni destinatari dei finanziamenti per le periferie sono solo parzialmente coincidenti con quelli che avranno “avanzi” da spendere, la narrazione complessiva rappresenta solo un espediente. Perché se precedenti governi, poco inclini alla parsimonia, hanno fatto in modo di far quadrare i propri conti bloccando certe risorse degli enti territoriali, quelle su cui si è espressa la Consulta, il governo attuale finge di offrire a detti enti – i comuni specificamente - la possibilità di spendere tali risorse come alternativa a quelle già stanziate per le periferie: la presa in giro è palese, ma pochi paiono essersene accorti.
Del resto, nel menzionato gioco delle tre carte i nostri governanti eccellono da sempre: così continuano a spostare denari da una parte all’altra, senza mai risolvere il problema di una coperta troppo corta. Ma non doveva essere il governo “del cambiamento”, questo?


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