lunedì 22 ottobre 2018

Manovra in deficit e "contromanovra" pure in deficit. Ma dov'è finita la lotta agli "spreki"?


La manovra di bilancio del Governo prevede un deficit al 2,4%. Una parte del partito che ha avuto la maggioranza nella scorsa legislatura, prevede una “contromanovra”, col deficit al 2,1% e qualche modifica alla redistribuzione delle risorse in deficit.
Sembra sia finita la stagione della propaganda del finanziamento della spesa attraverso la “lotta agli spreki”.

Per anni, si può ormai dire tutte le forze (perché sostanzialmente tutte sono state chiamate alla guida delle istituzioni) hanno sottolineato con fermezza che sarebbe stato semplice risanare i conti e rilanciare la crescita grazie alla lotta “lotta agli spreki”, per mezzo della quale si sarebbero sempre e puntualmente reperite le “coperture”. E gli “spreki” sono sempre stati quantificati con cifre mirabolanti: decine e decine di miliardi.
Adesso, si scopre che evidentemente nei bilanci pubblici il capitolo denominato “spreki” non esiste. E si certifica che un bilancio caratterizzato da una spesa pubblica sostanzialmente bassa per il livello dell’economia paragonato a quello dei Paesi competitori molto difficilmente si presta ai “tagli agli spreki” come strategia sia di risanamento, sia redistributiva.
La spesa pubblica non è alta in assoluto, ma incide moltissimo perché rappresenta la metà ormai del Pil e quindi non riesce ad essere fattore di crescita.
Correggere la spesa è certo necessario, ma soprattutto occorrerebbe renderla più efficiente. Basti pensare al panico nel quale si trovano in questi giorni le stazioni appaltanti: dal 18 ottobre sono sostanzialmente obbligate a gestire gli appalti pubblici mediante piattaforme telematiche per garantire in tal modo lo scambio di documenti ed informazioni. Ovviamente, anche se vi sono stati oltre 2 anni di tempo per allestire i sistemi, non v’è traccia di piattaforme pubbliche capaci di garantire l’obiettivo previsto dal codice dei contratti. Nessuno ha investito nulla, a conferma del drammatico ritardo che politiche economiche, di investimento e di organizzazione della PA svolte da tutti i governi hanno nel creare piattaforme pubbliche di conservazione, condivisione e scambio dati, per modernizzare i rapporti tra pubblica amministrazione e aziende.
Mentre si urlava della necessità di lottare contro gli “spreki”, ci si ostinava in politiche redistributive di risorse di nessuna efficacia, contemporaneamente alla presentazione al popolo di qualche “capro espiatorio” emblema di una finta lotta agli “spreki”, spacciata per qualcosa di utile e concreto: come la sciagurata e mai realizzata “abolizione” delle province (che non ha prodotto un centesimo di risparmio, ma ha devastato una componente essenziale delle istituzioni), lo smantellamento della Croce Rossa, le “auto blu”, i piloni della luce.
Adesso, gli “spreki” da eliminare non sembrano essere più né un problema, né una sicura fonte di reperimento di risorse per la “crescita”. D’altra parte, pensare di crescere e risanare un bilancio continuando a spendere più di quanto si introiti è in ogni caso molto più semplice e veloce della lotta a qualsiasi “spreko” o di un piano per l’efficienza delle risorse effettivamente disponibili. Quindi, a ben pensarci, elaborare una difficile politica economica tendente all’efficienza e alla prudenza sarebbe, questo sì, uno “spreko”. L’unico che viene effettivamente tagliato.

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