Parole, solo parole vuote. Hanno,
purtroppo, ragione i professori Tito Boeri e Roberto Perotti nello stroncare in
modo tranciante l’intervento di due dei consulenti del Ministro Brunetta, Carlo
Altomonte, prof di Economia all'Università Bocconi, e Raffaella Saporito, prof
di Public Management alla Sda Bocconi, nell’articolo “I concorsi pubblici e i giovani”,
pubblicato su La Repubblica dell’11.4.2021. Detto articolo, è giusto precisare,
costituisce una “replica” all’intervento critico sulla riforma dei concorsi di
Boeri e Perotti, pubblicato su La Repubblica il 9 aprile scorso, dal titolo “Una
porta in faccia ai giovani. L’occasione sprecata dei nuovi concorsi pubblici”.
In effetti, le idee propugnate dai due consulenti appaiono null’altro che slogan forbiti, ma del tutto privi di sostanza ed esprimenti idee la cui attuazione non sarà di alcun giovamento per i concorsi, ma, al contrario, preannunciano l’ennesima débacle di una riforma della PA.
Andiamo con ordine. I due
consulenti partono da un’osservazione reale e comune: “Dopo anni di
blocco del turnover e di concorsi ancorati alle pratiche del secolo scorso,
questo dibattito fa bene al Paese”. Dunque, affermano che discutere di come
rinnovare i concorsi è un bene, specie dopo anni che i concorsi sono stati di
fatto bloccati (per altro, primariamente a causa del d.l. 78/2010, approvato da
un governo el quale era Ministro della PA l’attuale Ministro della PA).
Subito dopo, però, i due docenti
sentenziano: “i giovani talenti oggi non si candidano ai concorsi, con l'età
media per posizioni di ingresso attorno ai 35 anni. Questo dato non può essere
ignorato, e richiede misure differenti dal passato”.
Una domanda sarebbe lecita: ma,
se i concorsi sono, appunto, bloccati, da quale fonte risulterebbe che i “giovani
talenti” non si candidano ai concorsi? Per avere un minimo di valutazione seria
rispetto a questa affermazione, occorrerebbe avere quel reale sblocco dei
concorsi, che ancora non si è visto. Oppure, dobbiamo credere che i giovani non
si candidino ai concorsi pubblici, perché trovano facilmente lavoro nel
privato? Non crediamo nemmeno minimamente che qualcuno possa pensare a questo,
dal momento che il tasso di disoccupazione tra i giovani, in Italia, è
altissimo.
Non resta che concludere che è
del tutto sbagliata l’affermazione secondo la quale occorre modificare l’assetto
dei concorsi perché non sarebbero attrattivi per i giovani di talento. Ciò che
eventualmente “attrae”, nel lavoro pubblico, non è certo il modo con cui si
svolge il concorso, bensì il lavoro da svolgere, le competenze richieste, il
ruolo da rivestire, la sede, il trattamento economico: come per ogni altro
lavoro.
E’, semmai, vero che il concorso
costituisce da sempre un filtro naturale, una barriera selettiva: in molti
preferiscono non collegare il proprio ingresso nel mercato del lavoro a questo
sistema selettivo e cercano un impiego in altro modo.
In ulteriore e totale
contraddizione con la premessa, comunque erronea, i due docenti proseguono
affermando che per modificare l’accesso nel lavoro pubblico “si sta
lavorando nell'ambito della riforma della Pa inserita nel Pnrr”, puntando a
creare “corsie preferenziali per i neolaureati sul modello del
Fast Track inglese, diversificando i canali di accesso e le modalità di impiego”;
specificando poi, con il record della quarta contraddizione con se stessi, che “Se
poi, come si rileva dai dati, i candidati ai concorsi hanno in media 10 anni di
esperienza, occorre che questa sia valutata, se non vogliamo anche questa volta
usare i concorsi come ammortizzatore sociale. Questo implica valorizzare le
competenze maturate dentro e fuori la Pa certificate dalle esperienze di lavoro
e dai titoli (inclusi i dottorati, assegnati con concorso e finanziati con
borse di studio)”.
Ma, allora: vogliamo valorizzare
i neolaureati, che in quanto tali evidentemente non possono avere 10 anni di
esperienza professionale? Oppure, vogliamo far pesare maggiormente l’esperienza
professionale, a discapito della laurea, così inducendo forzatamente a
partecipare ai concorsi persone non certo under 30?
I professori Boeri e Perotti,
nella replica hanno buon e facile gioco nell’evidenziare: “La scelta di
candidarsi o meno dipende dalle regole del concorso. Se sono fatte apposta
per escludere i neolaureati (chi non ha mai avuto una prima esperienza di
lavoro come fa ad acquisire la prima esperienza se si richiede la pregressa
esperienza per accedere alla prima esperienza?), evidentemente non faranno
domanda”.
Ma, gli slogan senza appiglio
non finiscono certo qui. I professori Altomonte e Saporito non fanno mancare
anche quello dell’accesso mediante contratti flessibili, precisando che il “nuovo”
reclutamento debba avvenire “senza timore di usare anche lo strumento del
tempo determinato per i ruoli di ingresso, come è prassi internazionale”.
Ora, al di là delle prassi
internazionali, regolarmente citate come commodus discessus
argomentativo, i peana all’ingresso mediante il tempo determinato appaiono
privi di fondamento giuridico e, soprattutto, di utilità organizzativa, in
particolare nella PA.
Il fondamento giuridico è drasticamente
negato, oggi, dall’articolo 36, comma 1, del d.lgs 165/2001: “Per le esigenze
connesse con il proprio fabbisogno ordinario le pubbliche amministrazioni
assumono esclusivamente con contratti di lavoro subordinato a tempo
indeterminato seguendo le procedure di reclutamento previste
dall'articolo 35”. Norma cui fa seguito la conseguenziale contenuta nel successivo
comma 2: “Le amministrazioni pubbliche possono stipulare i contratti di cui
al primo periodo del presente comma soltanto per comprovate esigenze di
carattere esclusivamente temporaneo o eccezionale”.
E’ sperabile che chi occupa
ruoli di consulenza per il Governo sia al corrente delle disposizioni normative
vigenti e che l’idea di usare lo strumento del tempo determinato sia lanciata
nella consapevolezza che ciò implicherebbe l’azzeramento delle disposizioni
normative oggi vigenti.
Ma, tale azzeramento sarebbe
ovviamente causa di un disastro organizzativo. Le ragioni sono molto chiare e
risiedono nella replica di Boeri e Perotti, che per altro, rispetto al tema
dell’ingresso a tempo determinato, non si dicono sfavorevoli: “Altomonte e
Saporito sostengono che negli altri Paesi è normale entrare a "tempo
determinato". Concordiamo. Ma nei migliori ordinamenti esteri il “tempo
determinato" è un periodo di prova per valutare le capacità effettive del
dipendente pubblico e selezionare quelli da assumere a tempo indeterminato.
Da noi si entra senza grandi barriere e poi, prima o poi (spesso più poi che
prima), si viene stabilizzati in modo largamente indiscriminato”.
In effetti, Boeri e Perotti
indicano una prassi, estremamente diffusa in particolare nel settore privato:
quella, cioè, di utilizzare il tempo determinato appunto come “prova lunga”.
Ma è una modalità profondamente
scorretta di regolare il sinallagma contrattuale tra datore e lavoratore ed è
al centro dell’eterno dibattito sulle “causali” che giustificano l’apposizione
del termine.
E’ perfettamente evidente, senza
entrare nel merito di questo complicatissimo tema, che all’ingrosso il tempo
indeterminato è connesso a fabbisogni lavorativi stabili, mentre il tempo
determinato soddisfa fabbisogni lavorativi almeno inizialmente transeunti.
Dunque, perché l’assunzione a
tempo determinato non costituisca quel fenomeno precarizzante che poi crea l’infinito
contenzioso, che nel sistema pubblico funesta ad esempio il settore scuola, andrebbe
sempre connessa appunto a quelle esigenze di carattere esclusivamente
temporaneo o eccezionale di cui parla l’articolo 36, comma 2, del d.lgs
165/2001 e che sono state elencate nella tornata dei Ccnl dei comparti pubblici
relative al triennio 2016-2018.
Le aziende private,
caratterizzate dalla presenza nel mercato per una volontà, prima dell’imprenditore,
poi, per la capacità di restarvi, di svilupparsi e diversificarsi, hanno un
tasso di “volatilità” dell’organizzazione e del lavoro molto alto.
Non è così per il settore
pubblico. Al netto di casi di obsolescenza di alcune mansioni (si pensi al profilo
in estinzione della figura del notificatore, soppiantata dalle tecnologie), la
gran parte delle funzioni pubbliche è fissa e stabile: il “pubblico” assicura
difesa, sicurezza, previdenza sociale, istruzione, servizi demografici, sanità,
fisco, demanio, politica estera, autorizzazioni commerciali, attività
urbanistica ed edilizia, opere pubbliche, servizi pubblici essenziali e moltissimo
altro ancora.
Queste attività non sono, per la
gran parte, transeunti. Dunque, i fabbisogni lavorativi ad esse connessi non sono
certamente a tempo, ma durevoli.
Non ha, dunque, nessun senso coprire
fabbisogni a tempo indeterminato con ingressi a tempo determinato, aventi
funzione di “prova”.
Questa idea, letteralmente
balzana, è probabilmente proprio alla base dell’idea di banalizzazione dei
concorsi che sta oggettivamente dietro alla riforma avviata con l’articolo 10
del d.l. 44/2021. Essa riforma, infatti, riduce il concorso a poco più di una
ruota della fortuna: una prova scritta e un orale a mala pena, e, forse,
valutazione dei titoli; e nei concorsi in questa fase di emergenza si può
perfino prescindere dall’orale e realizzare lo scritto con qualche quiz a
risposta multipla della durata di un’ora, per rispettare i protocolli di
sicurezza.
Concorsi così, inutile i giri di
parole, non possono davvero selezionare in maniera efficace nessuno. L’assunzione
a tempo determinato “in prova”, dunque, finirebbe per essere il tentativo di rimediare
a valle ad un filtro per il reclutamento gestito malissimo a monte.
Ma, come sostengono a ragione
Boeri e Perotti, poi il rischio che la permanenza di qualche anno di lavoratori
pubblici “precari” scateni pressioni per la successiva “stabilizzazione”, sia
superata o meno la “prova” del tempo determinato è elevatissimo, anzi certo.
Quanto propongono, quindi,
Altomonte e Saporito rispetto al ricorso al tempo determinato è da considerare del
tutto fuori strada.
Ancora, i professori Altomone e
Saporito, non fanno mancare la critica ai “concorsi tradizionali” (che in
questi ultimi 15 anni quasi nessuno, tuttavia, ha visto per il citato blocco)
sostenendo che “la maggioranza delle selezioni sembra premiare la
disponibilità di tempo dei candidati per mandare a memoria infinite batterie di
domande a risposta multipla. Qualcosa di molto diverso dalle competenze
specifiche legate al ruolo che tutti vorremmo valorizzare”. Tre
osservazioni, rispetto a questa affermazione davvero poco piacevole, appaiono
necessarie:
1.
sarebbe da ricordare ai due consulenti che, come
evidenziato sopra, è oggetto della riforma contenuta nell’articolo 10 del d.l.
44/2010 la riduzione delle prove scritte ad una sola, invece di due o più (per
fortuna, non per i concorsi di accesso alla dirigenza) e che questa sola prova
scritta verrà gestita attraverso domande a risposta multipla. C’è allora da
chiedersi: i due consulenti ne sono al corrente? Oppure, hanno espresso
contrarietà al contenuto della riforma rispetto alla quale, da consulenti, sono
chiamati a collaborare? Oppure, con l’articolo su Repubblica esprimono pubblicamente
un dissenso alla riforma, fin qui non evidenziato?;
2.
è vagamente denigrante considerare il concorso
tradizionale come un “premio” a “chi ha disponibilità di tempo”. Egregi
professori Altomonte e Saporito: i concorsi non sono qualcosa che si fa nella
disponibilità di tempo, come un hobby coltivato da qualche annoiato dandy. I
concorsi sono un investimento pesante, pensantissimo, in termini di approfondimento
e studio ed anche in un programma lavorativo e in denaro. Vi sono tantissimi
che investono in corsi di formazione, scuole di specializzazione, in libri,
volumi. E nel costo delle domande, tra bolli, diritti di segreteria e mille
attività burocratiche. E, almeno finchè i concorsi si tenevano in presenza, in viaggi,
permanenze in albergo, mezzi pubblici, per presentarsi ai concorsi, per varie
giornate. Non si tratta di un “premio” a “chi ha tempo”. Si tratta di uno
strumento selettivo imposto dalla Costituzione, piuttosto difficile da affrontare
e molte volte affrontato e per altro superato anche da gente che riesce a
trovare questo tempo e questo investimento avendo anche alle spalle una
famiglia e magari anche qualche lavoro. Non sembra assolutamente corretto ed il
caso di assumere questo atteggiamento, lo si lasci dire, spocchioso nei
confronti di chi ha affrontato ed intende affrontare un percorso molto
complesso, che infatti viene superato non da tutti;
3.
sulla questione della valorizzazione delle
competenze che sarebbe connessa ai “nuovi concorsi” ci limitiamo a riportare la
replica di Boeri e Perotti: “Altomonte e Saporito affermano che le modalità
dei concorsi del decreto 44 servono per meglio valutare le competenze, ma
non spiegano come”.
Esatto. Nelle pensose
riflessioni sulle riforme della PA e, in particolare, in queste proposte da Altomonte
e Saporito, è sempre mancata la “pagina del come”.
Non ci spieghiamo, in effetti,
come sia possibile che un concorso pubblico sia maggiormente capace di
valorizzare i più adeguato con una sola prova scritta ed un orale. Non si
capisce nella maniera più assoluta, almeno non nell’articolo 10 del d.l.
44/2021, dove stia, con quali parametri, con quali pesi ponderali, la valorizzazione
delle competenze e delle esperienze.
Sembra tutto la ripetizione
coatta di slogan aziendalistici che non funzionano e che portano, poi, nel privato
a vedere assurdità come la ricerca del “tirocinante con esperienza”.
Infatti, Altomonte e Saporito predicano
anche il rinnovamento dell’offerta di lavoro pubblico, mediante l’adozione di
un “bando che deve superare la logica della materia a favore della competenza”,
suggestivo giro di parole, il cui contenuto è impalpabile.
Il sistema per agganciare la
competenza alla selezione c’è: si chiama contratto di lavoro a causa mista,
lavorativa e formativa. Nella PA esiste da sempre il contratto di formazione e lavoro,
mentre inspiegabilmente si aspetta da 10 anni che si attivi l’apprendistato.
Invece di teorizzare belle
parole e di rendere i concorsi una specie di fabbrica di precariato legata a
poche e inefficaci prove selettive, sarebbe l’ora di puntare decisamente su
contratti di inserimento a contenuto formativo, con libera recedibilità al
termine del percorso formativo, laddove vi sia un giudizio preliminare di non
idoneità o non si superi un ulteriore esame finale.
Soprattutto, sarebbe il caso di
finirla appunto con le parole. Molte belle parole, quelle di Altomonte e Saporito,
ma, come affermano Boeri e Perotti, solo parole. E finchè la riforma della PA
passa per questi percorsi, non potrà che tradursi solo in fallimenti, sempre
più esiziali.
Volevo chiedere se anche lei vede un rischio enorme nell'utilizzare i titoli, e per i t. det. anche l'esperienza, ai fini dell'ammissione alle successive fasi concorsuali.
RispondiEliminaL'individuazione dei soggetti che avranno diritto a partecipare alle prove scritte avverrà sulla base di titoli autocertificati, mi domando allora cosa accadrà in caso di esclusione di uno dei vincitori per attribuzioni di punteggi errati. Prendiamo ad esempio il bando appena pubblicato per i 2800 tecnici al sud. Supponiamo che per partecipare alla prova scritta sarà necessario avere un punteggio almeno pari a 5,55. Fatta la prova scritta si procederà a stilare la graduatoria e quindi a verificare il possesso dei titoli autodichiarati dai vincitori. Supponiamo la presenza di errori nelle dichiarazioni di uno o più dei vincitori e supponiamo che, tali errori, avrebbero comportato una soglia di sbarramento pari a 5,54 punti. Cosa ne sarà dei soggetti che avevano 5,54 punti e non hanno potuto partecipare agli scritti? Potranno richiedere l'annullamento dell'intera procedura?
Ed a parte questo problema non so se ha letto il bando dei 2800 tecnici, se questo è l'inizio ho paura a vedere come andrà a finire.