domenica 20 novembre 2016

Riforma costituzionale – argomentazioni a confronto


Non c’è dubbio che la riforma della Costituzione fin qui abbia ottenuto l’unico risultato che assolutamente si doveva evitare: la spaccatura, non di rado livorosa, dell’Italia in due.
Già solo questa evidenza, che nulla ha di strettamente tecnico giuridico, ma è molto riferita alle dinamiche sociali e dell’ordinamento giuridico, attesta il fallimento della riforma, sia che vinca il sì, sia che vinca il no.

La Costituzione dovrebbe essere il collante ideale di tutto un popolo e frutto, dunque, di un’elaborazione complessa, difficile, lunga, mirante a coinvolgere il più ampio consenso possibile delle forze politiche. Questo avvenne con l’Assemblea Costituente. Questo non avviene più dal 2001, quando le forze di centro-sinistra fecero passare con una maggioranza di 4 voti la pessima riforma del Titolo V (sono le stesse forze che, adesso, vogliono modificare il Titolo V da esse riformato 15 anni fa…).
Il risultato sarà che una parte della popolazione vivrà la Costituzione che sarà in vigore dopo il referendum necessariamente come un’imposizione, un peso, un giogo. L’unità sociale, economica e giuridica del Paese è già molto compromessa.
Una riforma di così ampia portata di quasi un terzo della Costituzione richiedeva che i proponenti e favorevoli in Parlamento trovassero la maggioranza dei 2/3 e, in caso contrario, rinunciare, proprio per evitare l’ordalia del referendum e la spaccatura in atto, su una riforma di portata troppo ampia, troppo complessa, troppo specialistica per poter essere riassunta e compresa in modo da portare ad un si o no consapevoli: non possono e non potevano esserci in Italia 60 milioni di costituzionalisti davvero capaci di comprendere i contenuti della riforma.
Il risultato, quindi, è l’astio reciproco ed il rilancio di accuse di “falsità” nell’interpretazione della norma, il tutto fomentato in particolare da una propaganda che, proprio a causa della complessità della riforma, non ne affronta il merito, ma si limita a lanciare slogan ad effetto, ma privi di ogni contenuto verificabile, come la possibilità di curare meglio il cancro.
Vediamo di mettere a confronto le argomentazioni bellicose maggiormente in voga.
Fronte del sì
Fronte del no
Chi vota no è spesso aggressivo e intollerante. Nel merito ci sono ragioni per il si è ragioni per il no quindi ciascuno merita rispetto per le proprie scelte.
I sostenitori del sì sono quelli che più accusano quelli del no di aggressività.
Non c’è dubbio che tra il no siano presenti forme polemiche ed astiose.
Certo, però, è che sicuramente fa parte del fronte del sì un insieme di appartenenti al Governo, che certamente insistono con il dividere il Paese.
E’, forse, esempio di tolleranza e non aggressività affermare che il no è “un’accozzaglia” contro il premier? Oppure, dire che i “veri partigiani” votano sì, mentre gli altri sono come Casa Pound?
Il fronte del no non guarda al merito: ha altri motivi che sono di natura politica
Probabilmente, a non guardare il merito della riforma o, meglio, a non avere per nulla gli strumenti tecnici per capirne il merito sono il 99% degli italiani. Il diritto costituzionale non è il calcio o un rotocalco di gossip: è una materia complicatissima e difficile.
Non c’è dubbio, quindi, che vi siano ragioni solo politiche nell’una e nell’altra parte.
Del resto, è stato per primo il premier a connotare politicamente il referendum, legando al suo esito la prosecuzione del suo mandato.
In questo momento una crisi di governo sarebbe poco opportuna
Questa affermazione è molto utilizzata. Ma, è facile dimostrare che essa pecca esattamente della politicizzazione del referendum che quelli del sì accusano a quelli del no.
Se il “merito” del referendum è la Costituzione, allora parlare di crisi di governo significa addurre motivi ulteriori, diversi, fuori dal recinto del quesito referendario.
E’ una menzogna che nell’articolo 117 cambiando la parola “comunitario” con “Unione Europea”, si diventa succubi dell'Europa. La riforma cambia solo le parole perchè una volta c’era la Comunità Europea, che adesso si chiama Unione Europea.
L’attuale testo dell’articolo 117, comma 1, della Costituzione è scritto così: “La potesta` legislativa e` esercitata dallo Stato e dalle Regioni nel rispetto della Costituzione,nonche´ dei vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario e dagli obblighi internazionali”.
Come si nota, non si parla affatto di “Comunità Europea”, bensì di “ordinamento comunitario”. Del resto, questo testo è stato introdotto nel 2001, quando la Cee da moltissimi anni era divenuta già Unione Europea.
A seguito della riforma, il testo dell’articolo 11, comma 1, diverrebbe il seguente: “La potestà legislativa è esercitata dallo Stato e dalle Regioni nel rispetto della Costituzione, nonché dei vincoli derivanti dall'ordinamento dell'Unione europea e dagli obblighi internazionali”.
Nel diritto le parole sono importanti, non si tratta di semplici sinonimi dall’identico valore e peso. Quando si parla di “ordinamento comunitario”, vuol dire che la potestà legislativa nazionale viene influenzata da principi generali ordinamentali, con ampia libertà di traduzione nelle leggi interne. Se, invece, si afferma che le leggi nazionali sono soggette ai vincoli dell’ordinamento dell’Unione europea, vuol dire che le normative della UE sono qualificate dalla Costituzione come immediatamente vincolanti per il legislatore italiano: non c’è più una possibilità di riferimento ai principi generali.
Non è vero che i senatori verranno nominati dai partiti. Se passerà il sì, una futura legge preciserà come eleggere i senatori.
In effetti, che i senatori saranno nominati dai partiti è solo una congettura di fatto, non sorretta da una previsione giuridica.
Tuttavia, è errato sostenere che i senatori saranno “eletti” dai cittadini.
L’articolo 57, comma 2, nel nuovo testo della riforma, dispone chiaramente: “I Consigli regionali e i Consigli delle Province autonome di Trento e di Bolzano eleggono, con metodo proporzionale, i senatori tra i propri componenti e, nella misura di uno per ciascuno, tra i sindaci dei Comuni dei rispettivi territori”. Basta soffermarsi su quanto enfatizzato in grassetto: i consigli regionali eleggono i senatori. Nessuna legge, a meno di non rivelarsi incostituzionale, potrà mai attribuire ai cittadini il potere di eleggere i senatori.
La riforma è solo tecnica, non intacca la prima parte, quella dei diritti fondamentali dell’uomo.
Le cose non stanno proprio così. Un solo esempio. L’articolo 1, comma 2, della Costituzione prevede: “La sovranita` appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”. Operando come prevede la riforma, cioè creando un Senato che non si limiterà affatto ad interessarsi solo delle norme riguardanti regioni ed enti locali, ma continuerà ad estendere la propria funzione su tutte le materie possibili, stabilendo, però, che non siano più i cittadini ad eleggere il Senato medesimo, si vulnera esattamente proprio il primo articolo della Costituzione. Infatti, si conculca la sovranità al popolo, impedendogli di esercitarla con la scelta diretta dei propri rappresentanti in Senato.
La riforma avrebbe dovuto, allora, o abolire del tutto il Senato, oppure restringerne notevolmente le competenze e renderlo di fatto qualcosa di simile alla Conferenza Stato-Regioni.
Il fronte del no sbaglia ad urlarle alla “svolta autoritaria”. Non si aumentano i poteri del Governo.
Anche in questo caso occorre dare atto che parlare di svolta autoritaria è eccessivo.
Ma, non è per nulla corretto sostenere che i poteri del Governo non aumentino.
In primo luogo c’è un’argomentazione di “fatto”: molti sostenitori del sì ritengono giusta la riforma perché consente la “governabilità”. E come potrebbe mai garantirsi una maggiore “governabilità” se non si rafforza il Governo?
Andando al contenuto della riforma, essa lascia intatto il potere del Governo di adottare decreti legge. Sappiamo bene come negli ultimi 30 anni, nonostante i piagnistei sulla “scarsa governabilità” il Governo abbia di fatto preso il sopravvento sul Parlamento aumentando parossisticamente il numero dei decreti, spesso accompagnandoli col voto di fiducia, paralizzando di fatto l’azione di iniziativa legislativa parlamentare.
La riforma aggiungerà a questo potere di decretazione d’urgenza, un ulteriore immenso potere: “il Governo può chiedere alla Camera dei deputati di deliberare, entro cinque giorni dalla richiesta, che un disegno di legge indicato come essenziale per l'attuazione del programma di governo sia iscritto con priorità all'ordine del giorno e sottoposto alla pronuncia in via definitiva della Camera dei deputati entro il termine di settanta giorni dalla deliberazione”. Non sarà, quindi, nemmeno più necessario che ricorrano casi di urgenza, come previsto per i decreti-legge, perché il Governo paralizzi il lavoro del Parlamento: sarà semplicissimo qualificare le leggi come essenziali per il programma e trasformare il Parlamento da sede di formazione della volontà politica in mero ratificatore di scelte normative del Governo. Il potere dell’esecutivo, dunque, cresce a dismisura.
Ah! Negli Usa, presi sempre a modello di efficienza e governabilità, l’Esecutivo, cioè il Presidente, non dispone dell’iniziativa di presentare leggi in Parlamento (vedi qui).
Il no vuole conservare la situazione unica al mondo dell’Italia, col suo bicameralismo paritario.
Per eliminare il bicameralismo paritario bastava eliminare il Senato. Comunque, sarebbe opportuno che i sostenitori del sì, ferma rimanendo la loro legittima convinzione di voto, prendano atto che il bicameralismo paritario in altri stati esiste. Ad esempio, negli Usa (vedi qui)
Insigni costituzionalisti alla Costituente erano fortemente avversi al bicameralismo perfetto, tra cui Calamandrei
Queste affermazioni dovrebbero essere corroborate dalla prova che i richiamati insigni costituzionalisti all’epoca della Costituente votarono contro la Costituzione.
L’esito finale della votazione fu:
Presenti e votanti............ 515
Maggioranza................... 258
Voti favorevoli............... 453
Voti contrari.................... 62.
Dunque, o si dà la prova che Calamandrei o altri protagonisti della materiale scrittura fecero parte dei 62 che votarono contro, oppure questa argomentazione sarebbe delicato non proporla nemmeno.


1 commento:

  1. Le do ragione che non è corretto chiedere al popolo una modifica della costituzione così articolata. La maggior parte dei voti, sia per il si, sia per il no, sono stati espressi senza sapere di cosa si tratta.

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