martedì 13 giugno 2017

Concorsi e lingue straniere: molta è la confusione che la riforma Madia non potrà dissipare.

Il Ministero dell'interno non fa in tempo a bandire un concorso per 250 posti di funzionario amministrativo "Area funzionale terza, posizione economica F1, del ruolo del personale dell'Amministrazione civile dell'Interno, da destinare esclusivamente alle Commissioni territoriali per il riconoscimento della protezione internazionale ed alla Commissione nazionale per il diritto di asilo", che già incombono rischi di ricorso.

Ci si chiederà: il solito ostracismo contro partecipanti stranieri? No, in questo caso il garbuglio non è il partecipante straniero, bensì la lingua straniera.
Il bando, nelle premesse, spiega: "Ritenuto che, alla luce di quanto previsto dall'articolo 12, comma 1, del predetto decreto legge 17 febbraio 2017, numero 13, convertito dalla legge 13 aprile 2017, numero 46, al fine di assicurare l'alta qualificazione del personale dell'Area funzionale terza che dovrà essere adibito esclusivamente allo svolgimento delle peculiari e specialistiche funzioni degli Uffici delle Commissioni territoriali per il riconoscimento della protezione internazionale e della Commissione nazionale per il diritto d'asilo, occorre bandire un concorso, per titoli ed esami, volto ad accertare la specifica conoscenza delle materie afferenti alle procedure per il riconoscimento della protezione internazionale, nonché - sempre in ragione delle medesime esigenze - la conoscenza della lingua inglese".
Insomma, poichè si tratta di avere a che fare con stranieri e con procedure amministrative nelle quali facilmente si deve utilizzare una lingua straniera, considerato che molto diffusa è la lingua inglese, allora compresibilmente il bando pretende la conoscenza dell'inglese. Che costituirà materia sia delle prove preselettive, sia delle prove di esame. Ottimo.
Però, come sempre, c'è un però. Ai laureati in lingua non garba che il concorso non sia stato esteso anche a loro.
Ora, ci si potrebbe chiedere: ma, se si tratta di svolgere attività di funzionario amministrativo, oggettivamente cosa c'entrerebbe la laurea in lingue? Per occuparsi delle pratiche amministrative complesse (come tutte), appare evidente che occorra una formazione specifica, che metta in condizione un funzionario di capire le norme, conoscere le procedure, verificare i sistemi di controllo, avere cognizione molto profonda della privacy, dell'accesso, delle regole procedimentali, delle regole generali di contabilità pubblica.
Pare alquanto evidente che la laurea in lingue non assicuri in nessuna misura queste cognizioni. D'altra parte, il bando prevede che "La prima prova scritta, della durata di otto ore, consiste nella stesura di un elaborato in materia di diritto internazionale pubblico, dell'Unione europea e legislazione nazionale ed europea nell'ambito della protezione internazionale". Siamo sicuri, ma proprio sicuri, che nelle facoltà di lingue si insegni questa materia?
E la prova orale? Su cosa punterà? Leggiamo il bando: "La prova orale verte sulle materie oggetto delle prove scritte nonché sulle seguenti altre materie:
storia contemporanea, con particolare riferimento agli avvenimenti nei paesi extraeuropei dal dopoguerra ad oggi;
geografia politica ed economica, con particolare riferimento ai Paesi del continente africano e asiatico;
elementi di diritto pubblico;
legislazione speciale amministrativa riferita alle attività istituzionali del Ministero dell'Interno;
disciplina del rapporto di lavoro relativo al personale del Comparto ministeri (contratti collettivi nazionali di lavoro)".
L'impressione che la sola laurea in lingue non formi le persone per le competenze richieste dalla prova appare confermata e rafforzata.
Con le eccezione delle materie della storia contemporanea e della geografia politico-economica, l'impronta formativa richiesta per il funzionario è fortemente giuridico-amministrativa, arricchita dalla conoscenza delle lingue. E pare, oggettivamente, corretto e inevitabile.
Il ricorso dei laureati in lingue, pur minacciato, non dovrebbe portare da nessuna parte. Se non fosse che il bando si mostra totalmente incoerente con il profilo professionale richiesto e le prove concorsuali previste, quando elenca i titoli di studio utilizzabili per essere ammessi:
"1. Diploma di laurea conseguito secondo il vecchio ordinamento in: Giurisprudenza; Economia e commercio; Scienze dell'amministrazione; Scienze politiche; Relazioni pubbliche; Scienze internazionali e diplomatiche; Scienze statistiche ed attuariali; Scienze statistiche e demografiche; Scienze statistiche ed economiche; Sociologia;
2. Lauree triennali (decreto ministeriale 3 novembre 1999, numero 509): Classe 2 Scienze dei servizi giuridici; Classe 31 Scienze giuridiche; Classe 14 Scienze della comunicazione; Classe 15 Scienze politiche e delle relazioni internazionali; Classe 19 Scienze dell'amministrazione; Classe 28 Scienze economiche; Classe 35 Scienze sociali per la cooperazione, lo sviluppo e la pace; Classe 36 Scienze sociologiche; Classe 37 Scienze statistiche;
3. Lauree triennali (decreto ministeriale 22 ottobre 2004, numero 270): L-14 Scienze dei servizi giuridici; L-20 Scienze della comunicazione; L-33 Scienze economiche; L-36 Scienze politiche e delle Relazioni Internazionali; L-16 Scienze dell'Amministrazione e dell'Organizzazione; L-37 Scienze Sociali per la Cooperazione, lo Sviluppo e la Pace; L-40 Sociologia; L-41 Statistica;
4. Lauree specialistiche classe: 22/S Giurisprudenza; 102/S Teoria e tecniche della normazione e dell'informazione giuridica; 57/S Programmazione e gestione delle politiche e dei servizi sociali; 60/S Relazioni Internazionali; 64/S Scienze dell'Economia; 70/S Scienze della Politica; 71/S Scienze delle Pubbliche amministrazioni; 84/S Scienze economico-aziendali; 88/S Scienze per la Cooperazione allo Sviluppo; 89/S Sociologia; 49/S Metodi per la ricerca empirica nelle scienze sociali; 99/S Studi europei; 13/S Editoria, comunicazione multimediale e giornalismo; 59/S Pubblicità e comunicazione d'impresa; 67/S Scienze della comunicazione sociale ed istituzionale; 100/S Tecniche e metodi per la società dell'informazione; 101/S Teoria della comunicazione;
5. Lauree magistrali: LMG-01 Giurisprudenza; LM-63 Scienze delle Pubbliche Amministrazioni; LM-87 Servizio sociale e politiche sociali; LM-52 Relazioni Internazionali; LM-56 Scienze dell'Economia; LM-62 Scienze della Politica; LM-77 Scienze economico-aziendali; LM-81 Scienze per la cooperazione allo sviluppo; LM-88 Sociologia e ricerca sociale; LM-90 Studi europei; LM-19 Informazioni e sistemi editoriali; LM-59 Scienze della Comunicazione pubblica, d'impresa e pubblicità; LM-91 Tecniche e metodi per la società dell'informazione; LM-92 Teorie della comunicazione; LM-93 Teorie e metodologie dell'e-learning e della media education; LM-82 Scienze statistiche; LM-83 Scienze Statistiche, attuariali e finanziarie.
2. Possono presentare domanda anche i candidati in possesso di altro titolo di studio equipollente in base all'ordinamento previgente rispetto al decreto ministeriale 3 novembre 1999, numero 509, nonché equiparato in base al decreto interministeriale 9 luglio 2009 o, eventualmente, a specifici provvedimenti, che sarà cura del candidato indicare in domanda precisando anche il titolo di studio corrispondente, a pena d'esclusione".
Abbiamo enfatizzato in grassetto titoli di studio che, oggettivamente, ai fini della figura professionale ricercata appaiono formativi ed utili quanto la laurea in lingue, cioè poco, pochissimo.
Il bando, dunque, si espone ad illegittimità non perchè nel merito non sia tutto sommato corretto non estendere la partecipazione a chi non disponga di una formazione coerente col lavoro da svolgere, ma perchè, nell'escludere i laureati in lingue, include tuttavia una serie di laureati che sicuramente nel loro percorso formativo non hanno incontrato per nulla o solo per sommi capi le materie del concorso, ma, soprattutto, non conoscono habitus mentale nè possono avere confidenza alcuna con ruolo e compiti di un funzionario pubblico amministrativo.
Il bando appare il frutto chiaro dello slogan secondo il quale nella PA occorre inserire meno laureati in giurisprudenza e più laureati tecnici e aperti all'innovazione. Potrà essere vero: ma, se si richiede un'attività da funzionario amministrativi, sarebbe interessante sapere perchè si pensa che allo scopo essere ferratissimi in tecniche editoriali possa costituire un'utilità per il datore pubblico. Tanto vale, allora, ammettere anche laureati in matematica, filosofia, biologia, fisica, astrofisica, e, perchè no, inglese, visto che almeno i laureati in inglese si suppone che certamente la prova scritta e orale sul tema saranno in grado di superarla, no?
Il tutto pare davvero figlio di una confusione totale: le modalità di reclutamento sono sempre più influenzate da slogan e moda. E l'insistenza sulle lingue (comunque correttissima e da condividere) rischia di accentuare il polverone.
Sembra, infatti, che tale insistenza possa fornire armi a chi disponga delle conoscenze di lingue, per poter pretendere di partecipare ad ogni concorso pubblico.
La riforma Madia, potendo, contribuisce a rendere il quadro complessivo ancor più grottesco. Modificando il testo dell'articolo 37 del d.lgs 165/2001, la riforma dispone che le PA prevedono nei bandi l'accertamento della conoscenza dell'uso delle apparecchiature e delle applicazioni informatiche più diffuse e non più l'accertamento di "almeno una lingua straniera", bensì "della lingua inglese, nonche', ove opportuno in relazione al profilo professionale richiesto, di altre lingue straniere". La domanda sorge spontanea: ma perchè, l'inglese non è una lingua straniera? Che senso ha prevedere in una legge una previsione propria di un bando di concorso, che seleziona tra le centinaia di lingue proprio quella inglese? Che senso ha scrivere la norma in modo che possa apparire la lingua quale elemento essenziale del rapporto di lavoro, o, comunque, del percorso formativo, senza specificare che per funzioni specifiche è un accessorio? Che senso ha insistere solo sull'inglese quando attività come quelle, difficilissime, alle quali è chiamato il Viminale per gli immigrati imporrebbero anche la conoscenza del francese, considerando che quella è la lingua parlata da tantissimi africani e dalle istituzioni dei Paesi di provenienza? Non è evidente che la nuova norma, per come scritta, indurrà sempre più le amministrazioni a cavarsela col solo inglese e non fornisce alcuna indicazione su come ponderare la conoscenza della lingua rispetto al resto della formazione richiesta?


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