domenica 23 luglio 2017

Caravaggio: l'urlo della pittura


Con Michelangelo Merisi la pittura prende decisamente la direzione della modernità. Caravaggio è considerato il precursore o il fondatore del barocco nella pittura.

Nella realtà, il Merisi è il fondatore della pittura moderna: attenta al realismo, alla luce, alla psicologia dei personaggi, alla stessa esaltazione dell'autore. Se Caravaggio non avesse avuto committenze religiose ed avesse potuto esprimere l'intera sua libertà creativa, probabilmente la rottura col passato, con la "maniera" rinascimentale dell'ultimo '500 sarebbe stata ancora più evidente e clamorosa.
Precursore del barocco, si diceva. Barocco inteso come liberazione dai canoni della pittura di maniera e, dunque, con l'attenzione all'enfasi delle forme, dei movimenti e della teatralità. A cominciare dal "palcoscenico" più importante, quello del volto dei personaggi.
Caravaggio imprime alla pittura una sterzata decisiva, quando decide letteralmente di far parlare, anzi di far urlare i volti da lui dipinti.
Il viso stravolto di Medusa (1597, circa, Uffizi), che si guarda allo specchio dello scudo con la testa già recisa, cacciando un urlo insieme di terrore, orrore e rabbia per la sconfitta subìta da Perseo, sono il viatico per gli urli che cambieranno la pittura nel futuro.
Non che fossero mancati episodi di studio di volti intenti a urlare, nel passato. Celeberrimo è il disegno preparatorio de La battaglia di Anghiari di Leonardo (1503 circa), con l'urlo di battaglia ed incoraggiamento del cavaliere al centro del veemente scontro:

Prima ancora, era stato il Masaccio (Tommaso di ser Giovanni di Mone Cassai) a dipingere un viso stravolto dal dolore, che irrompe in un pianto urlato e irrefrenabile: quello di Eva scacciata dall'Eden, nell'affresco della Cappella Brancacci (chiesa di Santa Maria del Carmine, Firenze, 1424-1428):

Nella scultura, l'urlo di dolore più celebre ed ancora più antico è quello del Laocoonte (Musei Vaticani, 40-30 A.C.):

E, sempre nella scultura, un esempio straordinario di urla disperate e tragiche lo ha dato uno scultore rinascimentale poco noto e, soprattutto, poco riconosciuto come uno tra i grandi, Nicolò dell'Arca (noto anche come Nicolò d'Antonio d'Apulia). Il suo capolavoro Il compianto sul Cristo morto (Bologna, Santa Maria della Vita, datazione tra il 1463 e il 1490) rappresenta le urla strazianti di Maria di Cleofa e Maria Maddalena, in una rappresentazione che, pur essendo ancora pienamente rinascimentale, potrebbe già qualificarsi come vero e proprio barocco:


Maria di Cleofa - Il compianto sul Cristo morto di Nicolò dall'Arca - particolare
Urla soffocato, tra la sorpresa e la spada che recide la testa dal collo, Oloferne, mentre guarda la sua assassina, Giuditta, che a sua volta non distoglie lo sguardo e, pur atterrita dal proprio gesto e da quell'urlo, affonda la lama:
Giuditta e Oloferne, 1597-1600, Roma, Palazzo Barberini


La svolta, Caravaggio la imprime con la più sorprendente delle sue opere dovute alla prima committenza pubblica nella cappella Contarelli a San Luigi dei Francesi: il Martirio di san Matteo (1600-1601)

Le urla sono protagoniste di questa concitatissima scena, che libera definitivamente il Merisi dalle pitture "di genere" con mezze figure che, prima delle straordinarie opere della Contarelli, erano state la caratteristica principale delle sue opere.
Urla il sicario di San Matteo, un falso catecumeno, svestito come gli altri che improvvisamente sale sull'altare dove Matteo stava predicando, sguaina la spada, lo afferra, lo colpisce, lo spinge a terra e si prepara a brandire il colpo finale, tenendolo fermo e minacciandolo:

Non sappiamo se Caravaggio abbia visto, anche solo in copia, la Battaglia di Anghiari di Leonardo, ma la somiglianza tra l'assassino di San Matteo e il cavaliere del grande Toscano è evidentissima.
C'è, poi, l'altro urlo pienamente barocco: enfatico, ampio, nel suo terrore ed orrore. E' quello del chierichetto, che scappa alla vista dell'orrendo delitto compiuto sotto i suoi occhi:

La bocca distorta nell'accompagnare la voce strillante che proviene dai polmoni è molto simile a quella di Medusa. Ma, la concitazione della fuga, lo sguardo attratto ancora magneticamente dalla scena terribile dalla quale il bimbo vuole fuggire sono il trionfo del barocco; pare proprio di poterlo sentire quell'urlo disperato.
Caravaggio, che ha fatto urlare Oloferne colpito dalla spada di Giuditta, impersonata dalla sua modella preferita, Fillide Melandroni, fa urlare anche Fillide ritratta come Maria di Cleofa nella Deposizione del Cristo (1602-1604. Musei vaticani; era una pala d'altare per la chiesa di Santa Maria in Vallicella, o Chiesa Nuova, a Roma):
E' un urlo più composto, un pianto con invocazione al Cielo, che svela, tuttavia, l'immenso dolore di Maria di Cleofa.
Urla anche San Giovanni nella Cattura di Cristo (1602, Dublino,  National Gallery of Ireland):

Giovanni scappa, atterrito, urlante, alla vista della cattura di Cristo, presago delle sofferenze immani e del martirio che ne seguiranno, esprimendo tutta la disperazione umana per l'estremo sacrificio del figlio di Dio.
E urla, minacciando, insultando, irridendo, l'aguzzino di sinistra che infierisce su Gesù ne La Flagellazione di Cristo (1607-1608, Museo Nazionale di Capodimonte, Napoli):


Il viso dell'aguzzino è stravolto dall'adrenalina, dall'impeto col quale colpisce il corpo di Cristo, dando vita ad un'espressione che "fotografa" per sempre il vero barocco:
Immagini come questa hanno certamente ispirato, nel pieno e consapevole barocco, un gigante dell'arte, come Gianlorenzo Bernini, che deve tanto a Caravaggio e agli urli dei suoi personaggi, quando scolpisce L'anima dannata (1619, Palazzo di Spagna, Roma):
Con Caravaggio, l'arte si apre al realismo, alla psicologia del personaggio e non è più frenata da canoni e "maniere". Il viso potrà essere dipinto nelle sue espressioni più estreme e anche difficili da rendere sia pittoricamente che artisticamente, fino a giungere agli urli strazianti della modernità:



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