sabato 4 maggio 2013

Troppi dirigenti a contratto negli enti locali #lavoro #PA

 Il rapporto Ifel sulla spesa del personale negli enti locali conferma un dato che era già stato rivelato dalla Corte dei conti: i dirigenti a contratto negli enti locali sono ben oltre i limiti che sarebbero previsti dall’articolo 19, comma 6-quater, del d.lgs 165/2001.

Secondo i dati della Corte dei conti, Sezioni riunite, Delibera n. 13/2012/CONTR/CL riguardante la Relazione sul costo del lavoro pubblico 2012, nel 2010 su 6.884 dirigenti di ruolo, nel comparto ben 2.199 sono dirigenti a tempo determinato, per un’incidenza pari al 32%. Ma, aggiungendo anche i 902 dirigenti extra dotazione organica, tale incidenza sale al 45%.

Leggermente diversi i dati Ifel, riferiti al 2011, che però dettagliano solo la composizione dei dipendenti comunali: i dirigenti complessivamente risultano 5.168, dei quali 3.484 di ruolo e 1.684 a tempo determinato, cioè il 36% del totale (più di un dirigente su tre è “a contratto”).

Si tratta di dati che devono far riflettere su uno dei maggiori problemi che riguardano la spesa pubblica e la stessa efficienza della pubblica amministrazione.

Rimanendo ai dati Ifel, considerando un costo medio di 70.000 euro per ciascun dirigente a contratto, la spesa stimabile per questa voce è di euro 117.880.000; tale cifra, stando ai dati rilevati dalla magistratura contabile sale a euro 217.060.000. Più del costo complessivo degli organi di governo delle tanto vituperate province.

Sembra, francamente, paradossale che quando si parla dei “costi della politica” ci si limiti agli slogan e a considerare tali solo quelli che risultano utili per portare acqua al mulino di un certo ragionamento. Se, in questa fase, si ritiene necessario abolire le province, allora desta scandalo la spesa di 104 milioni destinata agli organi di governo, ma nessuno propone la cosa più logica e meno impattante: invece di abolire le province, creando un caos funzionale immenso, rendere gratuite le cariche ed obbligare quegli enti a risparmi molto significativi, nell’ordine del miliardo circa di spesa che si immagina si risparmierebbe dalla loro soppressione.

Pochissima, invece, è l’attenzione per una spesa più che doppia, quella, cioè, riservata alla dirigenza a contratto, che costituisce spessissimo vero e proprio costo della politica. Non è un mistero che i dirigenti a tempo determinato siano scelti per sola cooptazione dagli organi di governo, esattamente in base a quel rapporto “fiduciario” che la Corte costituzionale ritiene contrario alla Costituzione ed al principio di buon andamento ed imparzialità, tanto enfatizzato dalla legge “anticorruzione” 190/2012. Quella stessa legge, però, che all’articolo 1, comma 39, sostanzialmente legittima il ricorso alla dirigenza a contratto, per di più reclutata senza alcuna selezione, nel disporre: “Al fine di garantire l'esercizio imparziale delle funzioni amministrative e di rafforzare la separazione e la reciproca autonomia tra organi di indirizzo politico e organi amministrativi, le amministrazioni pubbliche di cui all'articolo 1, comma 2, del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, nonchè le aziende e le società partecipate dallo Stato e dagli altri enti pubblici, in occasione del monitoraggio posto in essere ai fini dell'articolo 36, comma 3, del medesimo decreto legislativo n. 165 del 2001, e successive modificazioni, comunicano al Dipartimento della funzione pubblica, per il tramite degli organismi indipendenti di valutazione, tutti i dati utili a rilevare le posizioni dirigenziali attribuite a persone, anche esterne alle pubbliche amministrazioni, individuate discrezionalmente dall'organo di indirizzo politico senza procedure pubbliche di selezione. I dati forniti confluiscono nella relazione annuale al Parlamento di cui al citato articolo 36, comma 3, del decreto legislativo n. 165 del 2001, e vengono trasmessi alla Commissione per le finalità di cui ai commi da 1 a 14 del presente articolo”. Come se per garantire l’esercizio imparziale delle funzioni fosse sufficiente la comunicazione alla Funzione pubblica degli incarichi conferiti senza selezione pubblica e non, invece, proprio la selezione secondo quel che impongono esattamente i principi di efficienza ed imparzialità enunciati o desunti dall’articolo 97 della Costituzione, vulnerato insanabilmente dalla legge 190/2012, che dovrebbe garantire detti principi.

La dirigenza a contratto è troppo spesso legata a doppio filo con la politica e costituisce il sistema surrettizio per aggirare il principio di separazione della funzione politica da quella gestionale. Non è un caso che la scelta sui dirigenti a contratto sia molto spesso guidata da appartenenze o condivisioni politiche. Fino a giungere a casi paradossali, come il capo di gabinetto del sindaco di Bologna, nominato in pompa magna come dirigente, pur disponendo solo del titolo di studio della terza media, spudoratamente in barba alle disposizioni di legge (articolo 19, comma 6, del d.lgs 165/2001) che impongono di selezionare i dirigenti esterni tra persone dotate di una specialissima competenza professionale, ricavata dal titolo di studio e l’esperienza lavorativa.

I dirigenti a contratto sono spesso null’altro che la lunga mano dei politici e non di rado, in particolare negli enti locali di maggiori dimensioni, vengono reclutati tra politici non risultati eletti.

Il dato che risalta ulteriormente dalle rilevazioni Ifel è la totale violazione dei limiti numerici imposti, sempre dall’articolo 19, comma 6, del d.lgs 165/2001, alla dirigenza a contratto.

Il legislatore, allo scopo di evitare la costruzione di una dirigenza “parallela” a quella di ruolo, proprio perché consapevole dei rischi di abuso, non solo ha previsto che la dirigenza a contratto possa essere acquisita solo a seguito della rilevazione dell’assoluta mancanza di professionalità idonee nell’ente, con specifica motivazione e tra soggetti di spiccatissima professionalità, ma ha anche imposto il famoso tetto del 10% (quello dell’8% vale solo per i dirigenti di prima fascia dello Stato).

Come visto sopra, i dati rilevati da Ifel e Corte dei conti portano a risultati 3 o 4 volte tanto, totalmente al di là di qualsiasi accettabile superamento dei tetti.

L’Anci ha sostanzialmente vinto, lo scorso anno, una battaglia di retroguardia, tutta mirata a mantenere negli enti locali tetti all’acquisizione di dirigenti a contratto molto superiori al massimo consentito dall’articolo 19, comma 6. L’articolo 4, comma 13, del d.l. 16/2012, convertito in legge 44/2012 (il decreto fiscale), amplia la percentuale di dirigenti a tempo determinato negli enti locali e consente un 10% per gli enti locali con oltre 250.000 abitanti, espandibile al 13% per gli enti con popolazione tra 100.000 e 250.000 e portato al 20% per gli altri enti.

La vera nota stonata della norma, tuttavia, è la vera e propria mini-sanatoria contenuta nella norma da ultimo citata, che consente, agli enti locali di confermare tutti i dirigenti con contratti che scadevano al 31.12.2012. Per ancora molti anni, dunque, la percentuale di dirigenti a contratto di matrice fiduciaria risulterà ancora molto superiore a quella edittale, prevista dalla legge.

Quali siano i benefici per la popolazione amministrata e per le finanze pubbliche non è dato sapere.

Di certo, si continua a perpetuare un problema di tenuta complessiva del sistema, che potrebbe ulteriormente aggravarsi, qualora davvero si attuassero riforme tendenti a ridurre il numero e gli emolumenti dei politici.

Sarebbe opportuno fare attenzione alle proposte: si parla di abolire le province e di trasformare il Senato, ma nessuno mette le mani alla foresta inestricabile degli enti partecipati statali e regionali soprattutto, nei quali è facilissimo “riciclare” i politici senza più scranno, in alternativa, appunto, agli “incarichi dirigenziali a contratto”, anch’essi lasciati sempre intatti, mai messi in discussione, nonostante il loro costo ed il loro indubbio contrasto con i semplici principi di efficienza e buon andamento.

5 commenti:

  1. I dirigenti ministeriali e i dirigenti a tempo indeterminato dei Comuni temono come la peste i consulenti esterni e i dirigenti a tempo determinato. Non certo perchè tengono al contenimento delle spese o (incredibile) perchè paventano il clientelismo politico, ma semplicemente perchè temono che la politica li misuri, confrontandoli con le capacità ed il dinamismo delle nuove leve. Caro Oliveri, dovrebbe sapere che i dirigenti a tempo determinato sono stati assunti in molti casi dai politici per disperazione, considerato il livello della dirigenza attuale. Se proprio vuole essere utile a questo Paese, non si balocchi sulla difesa dei dettati costituzionali, ma ragioni su quale classe dirigente serve per uscire dalla crisi di efficacia della nostra attività amministrativa.

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  2. Egregio, le cose stanno in modo totalmente diverso. La dirigenza a tempo determinato è per lo più costituita da persone che non hanno titoli (l'esempio del capo di gabinetto del comune di Bologna è umiliante), o che sono politici trombati (Borghini direttore generale a Milano con la Moratti), o funzionari che mai parteciperebbero nè supererebbero le selezioni per la dirigenza, come tali disposti alla cooptazione per professione di fedeltà, non certo per particolari competenze.
    La classe dirigente che serve è esattamente quella che deve essere: preparata, autonoma. E l'autonomia è la garanzia del perseguimento dell'interesse comune.
    Poi, sono dell'idea che finchè esistano Costituzione e leggi, esse vadano rispettate. Non mi interessa il diritto che si vorrebbe. Si deve rispettare quello che c'è.
    Per altro, gli esperimenti di flessibilizzazione della dirigenza hanno portato solo danni e mala amministrazione (a Reggio Calabria la dirigente finanziaria non si capisce se, a seguito del dissesto e le gravissime questioni amministrative da alla causate, si sia suicidata o sia stata uccisa).

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  3. Carissimo, intanto complimenti per il blog. Non condivido gran parte di quel che scrive, ma almeno lei lo scrive e lo argomenta.
    Non entro nella polemica e nel commento ai casi citati, perchè in giro vi è di tutto e di più, in ogni categoria . Le chiedo però una risposta meno sbrigativa ad alcune questioni poste.
    Primo: lei crede che la dirigenza a tempo indeterminato attuale sia stata capace di assecondare in questi anni le esigenze della politica? Se sì, come spiegare perchè la politica abbia fatto ricorso alla dirigenza a tempo determinato e come rifugga dal bandire concorsi, temendo di dover pagare dirigenti capaci solo di vincere concorsi.
    Seconda questione: non crede che tutta la dirigenza dovrebbe essere a tempo? Con ciò verrebbe meno il meccanismo del concorso pubblico, quale forma di selezione per le figure apicali (che di concorsi ne hanno già sostenuti) e si potrebbero introdurre meccanismo di selezione più consoni a un mondo completamente diverso da quello che immaginarono i costituenti.
    Grazie.

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  4. Non possiamo certo pensare per categorie assolute. Dirigenti a tempo indeterminato inefficienti e poco produttivi vi sono senz'altro.
    Affronto, tuttavia, la questione da un punto di vista totalmente diverso. Ritengo, cioè, che non sia per nulla compito della dirigenza "assecondare le esigenze della politica".
    Ma questa mia visione non dipende da una mia presa di posizione. Deriva dalla legge, che impone (non è un consiglio) la separazione tra le funzioni di indirizzo e controllo e quelle gestionali.
    I dirigenti non hanno nulla e nessuno da assecondare: debbono fornire strumenti tecnici ai decisori per consentire loro di formulare indirizzi corretti e debbono poi agire per attuarli. Ma a quel punto non si asseconda nulla e nessuno: si gestisce.
    La questione deriva proprio dalla tendenza della politica di non limitarsi all'indirizzo generale, per pervadere il minimo dettaglio gestionale ed operativo, così da far vedere e sentire il proprio "peso", ai fini della costruzione del consenso.
    Per questo cercano dirigenti che li assecondino e che siano il loro braccio, il sistema per eludere il principio di separazione.
    I dirigenti a contratto non sono acquisiti per supplire a inefficienze dei dirigenti di ruolo. O, almeno, dal momento che valutazioni negative e licenziamenti (possibili e facili, se si attuasse la norma) non se ne vedono, appare troppo evidente l'intento di costruire una dirigenza parallala, che non gestisca ma assecondi.
    Personalmente, ritengo che si tratti di una stortura e una patologia. Ma, quello che penso io non conta nulla. Conta che questo modo di agire è contrario alla Costituzione e alle leggi.
    Allora, la seconda domanda. Meglio una dirigenza a tempo? No. Collegare strettamente i dirigenti al mandato politico, significa politicizzarla. Significa far entrare tessere di partito nei minuti gangli della vita di ognuno.
    Ripeto, la politica, se volesse indirizzare, controllare e valutare potrebbe rendere la dirigenza di ruolo a tempo indeterminato egualmente "precaria", perchè l'articolo 21 del d.lgs 165/2001 consente molto facilmente di sanzionare anche in modo grave chi non è capace di svolgere il suo lavoro.
    La scorciatoia del dirigente cooptato non mi piace. Può andare bene per il porta voce, l'addetto stampa, il consigliere politico, il capo di gabinetto (ma solo per le attività politiche e non gestionali).
    Certo, se si vuole si può cambiare la Costituzione e fare diversamente. Non credo sarebbe un progresso.

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  5. caro sig.Oliveri le scrivo solo per comunicarle che condivido pienamente i suoi pensieri. penso anche che le modalità di accesso alla dirigenza pubblica potrebbero essere impostate diversamente, selezionando in modo più efficace la dirigenza del nostro paese rivitalizzandola un po. Appare chiaro che la politica intende baipassare il principio di distinzione tra le due dimensioni. I dirigenti esterni a contratto sono spesso in sintonia con la classe politica mentre i dirigenti vincitori di concorso a volte, anzi spesso, sono poco produttivi e molto alla ricerca di tutele proprie che garantiscano continuità del posto di lavoro. Così è...se vi pare. Il problema di fondo resta la carenza di senso civico e di senso di appartenenza che ciascuno di noi dovrebbe avere nell'espletamento delle proprie attività professionali. Un caro saluto

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