Le dure proteste di Genova contro il piano di privatizzazione del servizio di trasporto urbano mettono ancora di più sotto i riflettori la questione delle privatizzazioni dei servizi pubblici locali.
Occorre premettere in maniera molto chiara: le “municipalizzate”, meglio dire le società partecipate dagli enti locali che gestiscono i servizi pubblici locali, specie di natura economica, sono sicuramente un problema rilevantissimo per le finanze pubbliche.
Le ragioni sono molteplici. Tra esse di certo fondamentale ce n’è una: il potere di costituzione degli organi di gestione di questi enti. Il legislatore insiste nell’attribuire alla politica il compito di “nominare” i vertici delle società pubbliche. E’ un potere irrinunciabile per chi detiene il potere politico, in quanto è necessario una longa manus che svolga per suo conto e nel rispetto delle direttive impartite, alla luce di una comune visione politica, azioni non semplicemente rivolte alla gestione efficiente, ma alla costruzione del consenso. Questo inquina, in misure più o meno rilevanti, l’intero sistema. Laddove l’inquinamento sia particolarmente rilevante, le gestioni sono condannate sempre alla perdita, al deficit, all’indebitamento, alle parentopoli e alla mala gestione, anche perché, spesso, la “catena di comando” è costruita non in base a competenze tecniche, ma a “auto da fè” di appartenenza. Come celanti esempi sono assurti agli onori delle cronache.
Se quanto constatato è corretto, allora il principale rimedio ai problemi dovrebbe consistere nel sottrarre alla politica il potere di incardinare i vertici delle società pubbliche, per attivare sistemi di reclutamento fondati sull’analisi delle competenze tecniche, senza intromissione alcuna della politica. Se proprio non si vuole pensare ai concorsi (perché, però, un dipendente di una partecipata va assunto per concorso sostanzialmente pubblico, mentre il vertice no?), strumenti di qualificazione nazionale (abilitazioni) e di valutazione da parte di soggetti completamente estranei alla politica, escludendo, dunque, le Authority, intrise di personaggi provenienti sempre dal sistema di controllo politico.
Vi è, poi, la questione dell’efficienza e della concorrenza. La vulgata è che se la gestione dei servizi viene svolta dai privati, automaticamente la privatizzazione comporta maggiore efficienza e salva la concorrenza.
E’ una semplificazione estrema. La concorrenza vera e propria si determina realmente quando un determinato bene o servizio viene offerto nel mercato da più soggetti: si tratta della concorrenza “nel mercato”. La competizione tra offerenti tende a migliorare ed estendere l’offerta, a tutto vantaggio dell’efficienza e del cliente.
Nel caso di servizi pubblici locali come il trasporto, la gestione dei rifiuti e simili, tuttavia, non è data, almeno non ancora, questa circostanza. Non risulta che siano presenti nel mercato competitori disposti ad affiancarsi ai comuni, nell’offrire servizi di trasporto pubblico nelle città, aumentando, così, in definitiva, le corse e l’utilità per i cittadini.
In effetti, la privatizzazione di cui si parla, altro non sarebbe che una rinuncia del comune dalla gestione diretta o indiretta mediante partecipazione alla società in house, per mettere sul mercato non tanto il servizio, che resta identico a se stesso, quanto la sua gestione, mediante – è auspicabile – una procedura concorrenziale.
Si tratta di un sistema di concorrenza “per il mercato”, cioè volta a creare in nuce un minimo di concorrenzialità se non nella produzione e distribuzione del servizio, quanto meno nella fase della sua esternalizzazione, consentendo a più soggetti di competere tra loro, per assicurarsene la gestione.
Se, tuttavia, questo processo di apertura alla concorrenza mediante gara, non comporta abbassamento delle tariffe (leggasi biglietti), incremento delle corse, migliorie dei mezzi, diversificazione dei prodotti, alla fine la privatizzazione né porta ad una concorrenza tra più produttori, né necessariamente ad una maggiore efficienza ed utilità per i cittadini.
Vi sono tipologie di servizi che non si prestano per loro natura alla presenza di più competitori nel mercato. Molte volte, specie in un passato abbastanza lontano, Stato ed enti territoriali hanno vestito i panni dell’imprenditore per rimediare ai fallimenti del mercato, privo di soggetti privati disposti a svolgere i servizi.
Il caso del trasporto pubblico locale, in perdita drammatica per sua natura, in quanto da un lato si vogliono garantire prezzi accessibili delle tariffe, ma dall’altro non si riescono a coprire i costi con sufficienti contributi pubblici, è esemplare. I privati non sono interessati a concorrere tra loro o con le aziende pubbliche, offrendo servizi paralleli ed attivando la concorrenza. Sono, invece, attratti dalla possibilità di subentrare alla gestione comunale, sulla base di gare aperte, che potrebbero anche portare a maggiori efficienze organizzative, laddove la gestione tecnica venisse finalmente sciolta dal legame perverso con la politica ed il consenso; ma, in assenza di investimenti pubblici o di altri privati che concorrono, difficilmente ciò che interessa al fruitore, avere più autobus, più puntuali, puliti, non necessariamente viene garantito dalla semplice parola magica “privatizzazione".

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