mercoledì 6 settembre 2017

Province: le riforme a capocchia non portano bene

L'abolizione delle province era uno dei punti fermi del populismo che permeava la riforma della Costituzione. Risultato: no che vince il referendum (anche se non certamente per salvare le province), premier che si dimette, corsa piuttosto complicata verso la rielezione.

Il presidente della regione Sicilia era stato il primo ad annunciare televisivamente urbi et orbi che avrebbe abolito le province; lo ha fatto con una legge totalmente sconclusionata, il cui caos è stato perfino maggiore di quello della riforma Delrio. Risultato: non ha incassato alcun dividendo di populismo da quella riforma e si è dovuto perfino mettere da parte come candidato alle prossime elezioni regionali.
Morale: le riforme possono, e in certi casi debbono, essere fatte. Il problema è che debbono essere ponderate, utili, precedute da attente valutazioni di impatto normativo, economico, finanziario, organizzativo e delle conseguenze sui servizi ai cittadini. Se si fanno a capocchia solo per seguire il populismo da bar e le inchieste giornalistiche secondo le quali è da abolire tutto, dalle province ai Tar, dalle regioni al Cnel, dai piccoli comuni al corpo forestale, senza sapere con cosa e come sostituire gli enti da abolire e soprattutto come gestire le funzioni che così rimarrebbero senza un titolare, non si va da nessuna parte. Non solo perchè l'ordinamento ne esce sfigurato, ma anche perchè il consenso politico che si presuppone di ottenere da questo tipo di riforme nemmeno arriva.

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