domenica 3 settembre 2017

Università: numero chiuso e abolizione del valore legale della laurea. Il vuoto intorno

Mentre il Governo discetta sull'opportunità di ridurre la durata della scuola superiore da 5 a 4 anni e delle medie da 3 a 2, mentre da anni i corsi di laurea, col micidiale sistema del 3+2 (tipo offerta di pesce al supermercato) ha prodotto un mega parcheggio triennale post-diploma, campeggia il tema dell'opportunità del numero chiuso, "a causa" del solito Tar Lazio brutto, cattivo, burocrate e complottista.

Insomma, stranamente la cultura di base può, anzi, deve essere sincopata, oltre che di qualità sicuramente non eccelsa: proviamo noi a fare cultura in scuole superiori o medie tutte senza certificato di prevenzione incendi, molte fatiscenti, con riscaldamenti insufficienti e con una quantità indicibile di docenti intenti, comprensibilmente, più a consolidare il lavoro che a programmare la crescita culturale degli allievi, a causa di un sistema perverso di reclutamento ed assegnazione delle cattedre.
La cultura "alta", al contrario, la si pretende sempre più "elitaria". Il "numero chiuso", del resto, fa tanto "club esclusivo", con parole d'ordine, riunioni solo per gli adepti e vestiario di riconoscimento per anziani, veterani e nuovi entrati.
L'elitarismo viene ulteriormente esaltato dall'abolizione del valore legale, finalizzato a consentire comunque al datore di lavoro di scegliere il collaboratore non in base ad un dato standard ed omogeneo, cioè il titolo conseguito, ma alle valutazioni (di "mercato" o di "organismi" competenti) che "pesino" nel concreto il titolo conseguito. Così da creare, lecitamente, titoli di serie A e di serie B o C o meno ancora.
Indiscutibilmente, tantissimi sono i problemi delle università: dal proliferare indiscriminato di corsi di dubbia utilità, all'eccessiva diffusione territoriale che sottrae risorse logistiche ed organizzative, al lamentato e molto spesso concreto distacco tra insegnamento, ricerca e connessione con le esigenze lavorative.
Tuttavia, alcune caratteristiche negative del sistema non sono, a ben vedere, frutto di capriccio di qualcuno. Pensiamo, appunto, all'eccessiva frammentazione degli atenei sul territorio, che probabilmente nuoce alla qualità media e crea di fatto esattamente quella graduatoria di valore dei titoli di studio che deriverebbe certamente dall'abolizione del valore legale. Sul piano organizzativo, la frammentazione è un male. Ma, quali mezzi di trasporto agili, economici e veloci esistono per poter concentrare davvero gli atenei in poche sedi qualificate? E quale mercato degli immobili aperto, economico, lecito esiste per consentire ai fuori sede di avere un tetto sotto il quale mangiare e dormire?
Ridisegnare l'università per renderla più efficiente e competitiva richiederebbe anche un profondo ridisegno della società, dell'economia e dei servizi. Affrontare solo una parte del problema, il valore legale, lascia aperti tutti gli altri e, semmai, li aggrava.
Non si pensa, per altro, sul tema del valore legale che esso, sostanzialmente, funge quasi solo da regolatore del reclutamento nell'ambito del lavoro pubblico; nel lavoro privato le lauree tecniche e specialistiche contano, ma in ambiti estremamente ristretti; l'orientamento del mercato del lavoro verso mansioni di base, ripetitive e non troppo qualificate rende il conseguimento della laurea estremamente poco significativo sia per la selezione ai fini dell'accesso al lavoro, sia per il conseguimento di lavori e retribuzioni da un lato adeguate e dall'altro coerenti col titolo posseduto.
In un quadro come questo, il numero chiuso a cosa serve? Certo, ad evitare sovraffollamenti delle sedi. Ma, agitarsi contro il sovraffollamento e, contemporaneamente, contro l'eccessivo decentramento non appare molto coerente. Nè pare accettabile sul piano logico che i giovani decidano la facoltà da frequentare non in base ad inclinazioni, aspirazioni e formazione acquisita, ma in base a dove e a quali test di ingresso superino, così da iscriversi alternativamente ed indiscriminatamente a medicina o ad economia e commercio, solo in relazione all'esito dell'ordalia del test (che remunera molto bene case editrici e strumenti di formazione).
E' certamente concreto e presente il rischio che il numero chiuso finisca per escludere un giovane di talento dalla coltivazione del suo talento, finendo con ripieghi inefficienti ed inappaganti.
L'apertura delle facoltà ha complessità logistiche ed organizzative che dovrebbero e potrebbero essere affrontate e risolte con i maggiori introiti dei contributi all'iscrizione e del pagamento dei servizi.
Evidentemente questo intreccio di ragionamenti e la complessità dei problemi non interessano. Fa sempre più effetto presentare soluzioni facili a problemi complicati: si ottengono titoli sui giornali ed interviste. Ma, difficilmente con le "ideone" si riesce a centrare le soluzioni che richiedono fatica, tempo, prove, controprove e magari non suscitano troppi applausi delle claque.

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