venerdì 5 gennaio 2018

Caravaggio cantato da Metastasio: Giuditta e Oloferne

Il quadro di Giuditta e Oloferne è uno tra i più belli ed ipnotici dipinti da Michelangelo Merisi


Giuditta e Oloferne, olio su tela 1599 circa, Gallerie Nazionale Barberini e Corsini, Roma

Il migliore commento al quadro è indirettamente stato scritto da Pietro Metastasio, nel 1734, con l'opera sacra, poi messa in musica prima da Niccolò Jommelli e poi da Wolfgang Amadeus Mozart, "Betulia liberata".
Ecco come Giuditta, per voce del Metastasio, racconta la sua impresa: "Tutti si dileguar. L'ultimo di essi rimaneva, e il peggior. L'uscio costui chiuse partendo e mi lasciò con lui. Fiero cimento! Ogni cimento è lieve ad inspirato cor. Scorsa gran parte era della notte. Il campo intorno nel sonno universal taceva oppresso. Vinto Oloferne istesso dal vino, in cui si immerse oltre il costume, steso dormia su le funeste piume. Sorgo; e tacita allor colà m'appresso, dove prono ei giace. Rivolta al cielo più col cuor che col labbro: ecco l'istante, dissi, o Dio d'Israel, che un colpo solo liberi il popol tuo. Tu 'l promettesti, in Te fidata io l'intrapresi e spero assistenza da te. Sciolgo, ciò detto, da' sostegni del letto l'appeso acciar; lo snudo, il crin gli stringo con la sinistra man; l'altra sollevo quanto il braccio si stende; i voti a Dio rinnovo in sì gran passo, e su l'empia cervice il colpo abbasso. Apre il barbaro il ciglio; e incerto ancora fra 'l sonno e fra la morte, il ferro immerso sentesi nella gola. Alle difese sollevarsi procura; e gliel contende l'imprigionato crin. Ricorre a' gridi; ma interrotta la voce trova la via del labbro, e si disperde. Replico il colpo: ecco l'orribil capo dagli omeri diviso. Guizza il tronco reciso sul sanguigno terren; balzar mi sento il teschio semivivo sotto la man che il sostenea. Quel volto a un tratto scolorir; mute parole quel labbro articolar: quegli occhi intorno cercar del sole i rai; moriva e minacciar vidi, e tremai. Respiro alfine; e del trionfo illustre rendo grazie all'Autor. Svelta dal letto la superba cortina, il capo esangue sollecita ne involgo; alla mia fida ancella lo consegno che non lungi attendea".

Il quadro Giuditta che taglia la testa a Oloferne ha una committenza molto prestigiosa: il banchiere Ottavio Costa, a conferma del grande prestigio del quale ormai gode il grande pittore.
Il quadro è ormai vicinissimo ai vertici della migliore produzione del Caravaggio, anzi si può affermare che ne faccia pienamente parte.
Osserviamo alcuni elementi fondamentali del periodo più alto della piena maturità. La rappresentazione rigorosamente in interni, con meticolosa produzione, osservazione e riproduzione della fonte di luce, che sferza le tenebre che avvolgono le figure colpite dal fascio. Incontriamo il drappo rosso che pende dall'alto. Nel quadro intende rappresentare la tenda nella quale si svolge l'atroce decapitazione di Oloferne, il condottiero assiro mandato da Nabucodonosor II a tenere sotto scacco le città della Giudea. Ma, il drappo ci appare quasi come un sipario, che si apre improvvisamente a far vedere la scena teatrale dell'assassinio, a conferma del particolare gusto
del Caravaggio proprio della teatralità della rappresentazione.
Come nella produzione più matura, dal buio emergono potenti le figure. Il quadro è caratterizzato da un altro "topos" del Merisi: ci mette di fronte ad un flash improvviso, ferma l'azione in un istante preciso, ma sospeso, quello nel quale la spada di Giuditta, andata nella tenda del generale assiro per ucciderlo dopo averlo ubriacato e liberare il suo popolo, ha quasi reciso per intero il collo di Oloferne, che ancora non è morto.
Colpisce in modo particolare il clamoroso gioco di sguardi del quadro. Oloferne, colto di sorpresa nel sonno, spalanca gli occhi in un ultimo tremito dei muscoli del corpo, dal quale la testa sta per essere staccata, si appoggia disperatamente al giaciglio e incontra lo sguardo di Giuditta, mentre prova a lanciare un urlo di dolore, che resta soffocato. Il sangue fiotta dal collo con uno spruzzo violento che imbratta le lenzuola: si incontrerà di nuovo simile dettaglio in un'altra tragica decollazione, quella del Battista a Malta, unico quadro firmato da Caravaggio proprio utilizzando il sangue del sangue.
Giuditta guarda Oloferne negli occhi: il suo sguardo è senza pietà, determinato nel compiere l'impresa, anche se l'espressione del volto è carica di tensione ed impressione per quanto sta avvenendo, mentre il braccio sinistro si tende, si contrae nella muscolatura per tenere i capelli di Oloferne, e il destro a sua volta con forza affonda nella carne. Uno sforzo fisico reso dalla postura, che evidenzia senza nessuna censura le forme generose di Giuditta.

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