martedì 15 giugno 2021

Il flop del concorso per assumere al Sud 2.800 super esperti che non lo erano.

Riformare e semplificare non è facile. Specie in Italia, dove regolarmente ogni iniziativa di semplificazione porta a risultati opposti.

Per quanto riguarda l'azione di riforma dei concorsi, chi scrive, in compagnia di altri come i professori Tuto Boeri e Roberto Perotti, ha messo immediatamente in guardia, avvertendo che la strada scelta dal Governo era, ed è sbagliata.

La riforma, in primo luogo, non semplifica i concorsi: tende ad azzerarli o a ridurre notevolmente la funzione delle prove selettive. Non è un caso: si punta, infatti, di più sui titoli acquisiti e sull'esperienza svolta in precedenza.

Ma è del tutto evidente che, se l'intento è eliminare la seconda prova scritta ed anche quella orale, per puntare tutto su striminzite provine scrittine con domandine a rispostine multipline, per spostare l'attenzione sul curriculum, sui titoli e sull'esperienza, di sicuro si ottiene l'effetto opposto a quello enunciato di aprire i ruoli della PA ai giovani.

Concorsi, ridotti a poco più di un beauty contest basati su curriculum ed esperienza non permettono ai giovani neolaureati di "mettersi in gioco" (cit. Barilla), perchè loro, di titoli ed esperienza, non possono oggettivamente averne.

Si parla tanto di "merito" e "concorrenza". Ma, poi si dispongono norme che limitano al massimo la concorrenza, riducendo all'inverosimile il lotto dei concorrenti (lo stesso sta avvenendo nel mondo degli appalti, ove dilagano gli affidamenti diretti senza gara), e lo stesso merito, visto che si riducono al lumicino le possibilità di verificare chi tra i concorrenti risulti il migliore nell'affrontare e superare le prove concorsuali.

Il flop del concorso per l'assunzione di 2.800 "esperti" che dovrebbero affiancare le amministrazioni pubbliche del Sud per l'attuazione del PNRR è la dimostrazione lampante, pratica ed inconcotrovertibile che riforme suggerite da entourage di consulenti, che non hanno mai effettivamente gestito alcuna azienda, nessuna struttura amministrativa pubblica, nè diretto o svolto procedure concorsuali (o amministrative in generale), sono mostri creati in laboratorio, incapaci di ottenere i risultati di semplificazione enunciati.

Qualsiasi segretario comunale operante in piccoli comuni di provincia, qualsiasi funzionario o istruttore addetto al personale di questi comuni o di altre amministrazioni piccole e localmente territorializzate, sa benissimo alcune cose: che se il bando punta troppo in altro coi titoli e i requisiti, il numero delle domande dei candidati va a picco; e che, in ogni caso, alle prove effettivamente tendono a presentarsi un numero di candidati nettamente inferiore a quello delle domande inviate.

Chi ha "pensato" la riforma ed il concorso dal 2.800 posti evidentemente non ha ritenuto opportuno rifarsi a queste semplici esperienze di comunelli di campagna.

Si è voluto, con pervicacia, puntare sulla scelta "di laboratorio", prevedendo come requisito di partecipazione e di punteggio titoli di studio ed esperienza molto elevati. Troppo elevati. Così che per 2.800 posti da coprire, sulle circa 81.000 domande pervenute ne sono state selezionate per le prove scritte 8582: in obbedienza alla previsione del bando che aveva previsto il passaggio alle prove successive del triplo più ex aequo dei candidati. 

Solo che alla prova scritta oltre il 60% degli ammessi ha dato forfait. Come sa ogni funzionario di campagna, ma come a Roma evidentemente sfugge.

Quindi, la corsa ai ripari: "abbiamo scherzato" e "tutti ammessi" alla, per altro, unica prova scritta da una quarantina di domande.

Improvvisamente, quindi, quel concorso, tendenzialemente riservato ai "migliori esperti" di per se stessi in grado di spportare le PA del Sud nel Pnrr nonappena seduti sulle scrivanie, si è dovuto aprire a tutti. Proprio tutti? No. E questa è una grave ingiustizia. Infatti, molti proprio tra i giovani neolaureati, facendo i conti in merito al punteggio che avrebbero accumulato tra titoli ed esperienza, non hanno nemmeno presentato la domanda, ritenendo impossibile la loro ammissione.

Una scelta più corretta, meritocratica e trasparente, avrebbe dovuto contemplare la riapertura dei termini ed allargare quanto possibile la massa dei candidati. Perchè la meritocrazia e la concorrenza imporrebbero questo: selezionare i migliori, ampliando al massimo i concorrenti.

Del resto, una volta appreso che gli "esperti" che si pensava esistessero già, in effetti non c'erano per nulla, sarebbe stato più saggio tornare sui passi del concorso vero e proprio. Provando a selezionare i migliori (che non sono mai tali in senso assoluto, ma quelli che risultano migliori tra i concorrenti).

Senza la pretesa che una prova selettiva sia in grado di "cogliere" quelli che sono già unti dal crisma del titolo rilevante e dell'esperienza attiva, esperti già fatti e finiti che possono, sin dal primo nanosecondo dall'insediamento, dare un contributo decisivo alla PA.

Questi esperti, semplicemente non esistono. Per una ragione molto semplice: il mondo della pubblica amministrazione, con le sue regole tutte speciali e particolari, dagli appalti al personale, dalla riscossione delle entrate alla gestione del patrimonio immobiliare, dagli obblighi di trasparenza alla folle disciplina della contabilità, è difficile, altamente specialistico, inconoscibile in modo approfondito dall'esterno. E' un mondo che, per limitarsi a soli due banali esempi dell'assoluta assurdità della gestione finanziaria, non contempla in modo diffuso che spese banali come quelle dell'economato possano gestirsi con carte prepagate o che rende una variazione di bilancio finalizzata ad acquisire un'entrata tanto farraginosa al punto che non di rado gli enti rinunciano a quell'entrata.

Nessun "esperto" è già pronto, fuori, maturo come una ciliegia da cogliere. La PA ha certo bisogno di questi esperti. Ma, anche ai consulenti ed alchemici stregoni che suggeriscono le riforme, dovrebbe essere chiaro che per ciascuno dei neo assunti sarà necessario un  periodo, non breve e non facile, di formazione, per riuscire davvero a dare il contributo che da loro ci si aspetta.

Per questo si sarebbe dovuto puntare a ben altre metodologie di riforma dei concorsi e alla valorizzazione, da subito, del contratto di formazione e lavoro e di apprendistato.

Per questo sarebbe stato il caso di essere pragmatici e prendere atto che i neo assunti hanno bisogno di formarsi e di fare nella PA quell'esperienza che, pur presente nei loro curriculum (quando lo è), non è nè sufficiente nè funzionale.

La riforma andava accompagnata, quindi, da un'ondata potente di formazione sul campo. E l'ingresso delle nuove leve accompagnato da figure nuove, da regolare e premiare, come i "mentori", cioè dipendenti interni di lungo corso e competenza accertata, da utilizzare per accompagnare i nuovi, trapassando loro nozioni, capacità, prassi, e appunto "esperienze".

Le nuove assunzioni dovrebbero servire per puntellare le PA, rimediando alla loro carenza di personale ed eccessiva anzianità, cagionata da tre lustri devastanti di tetti irrazionali alle assunzioni.

Si dovrebbe, quindi, puntare non all'assunzione di figure taumaturgiche, miracolosamente capaci da subito di attuare processi complessi, bensì, appunto, giovani competenti per colmare finalmente i vuoti, rafforzare i ranghi, riordinare gli uffici: ma, soprattutto, per valorizzare le competenze interne, già formate e lanciare queste nella gestione operativa, nell'immediato.

Il combinato disposto del d.l. 44/2021, convertito in  legge 77/2021, e il d.l. 80/2021, oltre che sulle assunzioni dei "giovani" (in realtà impedite da modalità selettive come quella dei 2.800 "esperti"), puntano anche sulla "valorizzazione" delle competenze interne.

Ma, quale coerenza c'è nel propugnare l'inadeguatezza del personale in servizio, affermando che sia necessario acquisire competenze già pronte e formate (in effetti inesistenti) dall'esterno? E perchè queste competenze interne, ritenute non utili per l'attuazione del Pnrr, improvvisamente divengono adeguatissime per la carriera interna, sì da riproporre progressioni verticali, cioè procedure di promozione di carriera, addirittura fino alla dirigenza, senza nemmeno un concorso riservato, bensì con non meglio identificate procedure comparative?

L'occasione per riforme serie ai concorsi, alla carriera e all'organizzazione della PA data dal Pnrr c'era. Ci sarebbe ancora. Fin qui, tuttavia, l'ostinazione nel seguire idee da laboratorio mosse da un entourage lontano, purtroppo, dalla realtà operativa, ha prodotto solo norme irrazionali. E flop operativi.

1 commento:

  1. Se volete vi racconto quanta fatica ci ho messo per acquistare un abbonamento a zoom in una pubblica amministrazione.
    Alla fine ci sono riuscito ma non so se avrò mai la forza di rifarlo :-)

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