lunedì 6 giugno 2022

Emendamenti Anci alla legge di conversione del d.l. 36/2002. Idee di retroguardia, all'insegna dell'opacità e dello spoil system inefficiente

 L’Anci si distingue, come troppo spesso accade, per richieste di retroguardia, tendenti ad uno status quo fatto di opacità, scorciatoie ed elusioni delle norme.

Non si sa su quali basi l’utilizzo del portale unico come punto di accesso per l’incontro domanda/offerta di lavoro pubblico possa costituire un aggravio di ulteriori adempimenti. Specie nel 2022, appare francamente assurdo che l’intera domanda di lavoro pubblico non transiti esclusivamente su canali telematici, abbandonando anche il vetusto sistema di pubblicità legale mediante pubblicazioni su Gazzetta Ufficiale, il cui scopo consiste non solo in un aggravio procedurale vero (come anche dei costi, che servono per finanziare il Poligrafico, privatizzato, anche se controllato al 100% dal Mef), ma, soprattutto, nel nascondere i bandi.

Per non fare sapere se vi siano in corso reclutamenti pubblici, il metodo migliore è proprio pubblicarli secondo il vecchio stile.

La piattaforma InPA ha l’assoluto pregio di informare in tempo reale gli iscritti delle opportunità concorsuali correnti, allo scopo di raccogliere meglio e con maggiore trasparenza e velocità le domande.

Ci si domanda quale interesse possano avere i comuni a mantenere la facoltà di non utilizzare questo portale, se non quello di mantenere tenebre e opacità per i propri reclutamenti.

Sempre e solo allo scopo di conservare lo status quo di confusione e piccoli privilegi sono le richieste di escludere i comuni dalle invece più che opportune modifiche alla Babele di regole su comandi e distacchi.

Per i piccoli comuni resterebbe comunque in piedi il caotico articoli 1, comma 557, della legge 311/2004, mentre molto più lineare di comandi e distacchi, generalmente mal gestiti e spessissimo telecomandati per scelte molto ad personam, è puntare sulla mobilità, così almeno da determinare immediati effetti sul rapporto di lavoro. Semmai, sarebbe da riscrivere l’intera disciplina della mobilità, ormai divenuta quasi incomprensibile, allo scopo di razionalizzarla e rinunciare una volta e per sempre alla chimera assurda della mobilità come cessione di contratto.

Ancora e sola retroguardia è l’idea di estendere gli incarichi a pensionati, chiedendo che non debbano nemmeno avere i due anni di “stacco” dal precedente rapporto di lavoro. Ma, in questo caso, è semplicemente paradossale che il Governo, che si vanta di aver attivato riforme per ringiovanire la PA, si contraddica in modo così plateale, prevedendo appunto incarichi extra ordinem ed extra logica a pensionati, cioè persone anziane e molto probabilmente fuori dalle logiche e dai giochi.

Sempre e solo retroguardia e fonte di spese totalmente ed inaccettabilmente inutili è l’idea di estendere la figura dannosa, inutile, ridondante e totalmente inefficiente del direttore generale ai comuni capoluogo di provincia. L’idea del direttore generale, sciaguratamente portata avanti nel 1997 dalle sciagurate riforme Bassanini, si è rivelata senza appello un fallimento totale. Nel 2009 si prese solo parzialmente atto di ciò, eliminando tale figura negli enti fino a 100.000 abitanti. Il direttore generale dovrebbe garantire “efficienza” ed “efficacia”: non si contano, invece, proprio comuni capoluogo e di popolazione superiore a 100.000 abitanti in condizioni di dissesto conclamato, predissesto o comunque situazioni di bilancio oltre la soglia dell’allarme, nonostante la presenza dei direttori generali, che ha solo significato ulteriori spese, completamente improduttive.

Opacità, retroguardia e desiderio di mantenere saldo il cordone ombelicale tra politica e dirigenza “di fiducia” a contratto, poi, sono la richiesta di mantenere in servizio di dirigenti a contratto anche negli enti dissestati e di raddoppiare il numero dei dirigenti a contratto in generale, nell’ambito dei progetti PNRR. La prima idea si commenta da sola: enti che non sono stati capaci di garantire un’ordinaria cura dei conti, vorrebbero continuare a pagare dirigenti esterni, duplicando spese e inefficienze. La seconda, va oltre il ridicolo: nei comuni la dirigenza a contratto, se fosse raddoppiata, andrebbe al 60% della dotazione organica, quando anche col raddoppio nello Stato la dirigenza a contratto comunque non andrebbe oltre il 16% per la dirigenza di prima fascia e dil 20% per quella di seconda. Come si può ammettere che un’organizzazione resti acefala e per oltre la metà dei suoi vertici legata a rapporti a tempo determinato, troppo spesso conferiti guardandosi bene dal selezionare professionalità spiccatissime, come impone l’articolo 19, comma 6, del d.lgs 165/2001, ma scegliendo solo per appartenenza?


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