sabato 3 ottobre 2015

Requiem per un aggettivo: strategico. Le follie del Dup

Nella legislazione degli ultimi anni c’è una parola, un aggettivo che imperversa, continuamente utilizzata: “strategico”.

Non c’è, ormai, nell’attività degli enti locali, soprattutto di programmazione, finanziaria e di controllo, che non sia in qualche misura “strategica”.

Il Documento Unico di Programmazione, poi, è intriso di strategia: un’intera sezione deve essere riferita agli obiettivi “strategici”, perché poi si possa effettuare il controllo “strategico”, con una strategia strategica.

L’abuso di qualsiasi parola, come è noto, porta alla perdita del significato della stessa, perché prevale il suono, la grafica della stessa, perdendosi la capacità di pensare la realtà che essa vuole rappresentare. La parola, dunque, diviene fine a se stessa, un supercalifagilistichespiralodoso, o, utilizzando i neologismi della commedia all’italiana, anche una più banale supercazzola.

Il Dup e tutti i riferimenti alla strategia della programmazione ed agli obiettivi contenuti nella sua normativa e nei commenti operativi che lo riguardano, appare un immensa supercazzola, un sistema per complicare gli affari semplici e passare dalla già complessa Relazione Previsione e Programmatica, ad un documento maggiore di 3-4 volte. Per fortuna che l’utilizzo della carta si è realmente ridotto: il Dup di oltre 8.000 enti sarebbe sufficiente, in 3 anni, a desertificare l’Amazzonia.

La ripetizione a vanvera dell’aggettivo strategico ne ha fatto perdere totalmente il significato. Tutto, così, appare strategico. Ma è chiaro che se tutto è strategico, niente lo è.

Eppure, strategico avrebbe un significato molto chiaro e la bellissima disciplina dell’etimologia linguistica ci aiuta a tornare al concetto espresso dalla parola.

Essa deriva dal greco strategòs, a sua volta parola composta da: stratòs, cioè pianura, e figurativamente campo di battaglia o esercito, nonché ègos, derivante dal vergo ago, condurre, guidare. Strategòs, dunque, è il comandante di un esercito, in particolare il comandante di truppe di terra, che combattono secondo le tecniche del corpo a corpo organizzato.

L’aggettivo, quindi, deriva in maniera evidentissima dalla disciplina militare ed ha un riferimento altrettanto chiaro alla posizione, alla collocazione del campo di battaglia: il comandante dell’esercito ha più chance di vittoria a seconda di come schiera le truppe, delle condizioni del terreno e del clima, della presenza di alture, di vie di fuga, di elementi della geografia ed orografia. Il comandante che sappia tenere nel dovuto conto tutti questi fattori elabora un piano d’attacco utile per vincere la battaglia. Sostanzialmente il piano d’attacco è detto strategia, la quale altro non è se non l’operato del comandante, altrimenti identificabile nel “piano di battaglia”.

Per traslato, allora, l’aggettivo strategico è passato dal linguaggio bellico a quello corrente, per significare ciò che è accortamente diretto al raggiungimento di un determinato scopo: un piano strategico è ben congegnato ed efficace (tratto dal vocabolario on line della Treccani).

Strategico, allora, altro non è se non un qualsiasi piano di respiro abbastanza lungo (a strategico si oppone l’aggettivo “tattico”, che identifica una misura contingente e di breve durata a correzione o integrazione della strategia), che evidenzi bene uno scopo e gli strumenti utilizzati per raggiungerlo.

Invece, nell’accezione che ne dà il legislatore, “strategico” è qualcosa di decisivo, che può cambiare le sorti di un mondo, come i tristemente famosi missili “strategici” della guerra fredda.

Una visione più accorta delle cose farebbe intendere che ogni obiettivo, se definito da un percorso per raggiungerlo, è di per sé strategico e che ogni piano è una strategia.

Definire un piano o un obiettivo “strategico” significa dare corso ad una tautologia, perché un piano non può non essere strategico.

Da qui l’abuso, il far credere che ogni comune debba per forza modificare le sorti millenarie di un territorio con una serie di programmi, atti e controlli tutti “strategici”, quando la vera strategia è solo un unico filo rosso.

Si chiede così tanta strategia che gli obiettivi strategici finiscono per essere definiti in misura estremamente astratta: la “crescita del benessere”, lo “sviluppo economico”, la “lotta alla povertà”. Sicchè gli obiettivi, pur qualificati come strategici, divengono solo petizioni di principio e tutta l’imponente documentazione che la legislazione richiede per descriverli e pianificarlo solo pixel utili per consulenti che ne parlino ed istituzioni che si dilettano a concepire ad ogni respiro principi contabili e linee guida che di strategico non hanno nulla, ma di grida manzoniane moltissimo.

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