domenica 30 giugno 2013

Il #FattoQuotidiano nella cieca campagna contro le #province agisce, purtroppo, come la becera stampa di propaganda






Nella sua campagna continua contro le province il Fatto Quotidiano, per solito estremamente documentato e non influenzato da indicazioni politiche, purtroppo agisce da mera cassa di risonanza di M5S e segue la scia di campagne populiste dal facile consenso.

L’inchiesta pubblicata domenica 30 giugno “Ma quale abolizione le province esistono ancora” è fortemente intrisa di considerazioni che ignorano, volutamente, dati di fatto.

Certo, l’assunto è che le province debbono essere abolite e, dunque, che il giornale consideri negativamente la circostanza che ancora all’abolizione non si sia pervenuti è comprensibile.

Non sono, tuttavia, giustificabili le contraddizioni e i dati sbagliati o incompleti, volutamente offerti ai lettori.

Nel fondo del medesimo giornale, il direttore Padellaro tuona: “Le famose province sopravvivono benone a tutti i governi che dal secolo scorso ne annunciano regolarmente l’immediata abolizione: 107 enti dichiarati inutili che continuano a succhiare 12 miliardi l’anno”.

Dunque, se davvero le province fossero inutili, con la loro abolizione sarebbe possibile conseguire di colpo un risparmio pari ai 12 miliardi che “succhiano”. Ora, a parte il fatto che non risulta che nessuna fonte ufficiale, a parte Il Fatto Quotidiano, ovviamente, abbia dichiarato le province “enti inutili”, sembra evidente che il direttore del giornale non abbia letto l’inchiesta svolta, a pagina 5, da Eduardo Di Blasi, nella quale si legge: “Con la cancellazione delle province, al netto della conservazione del personale che andrebbe ridistribuito nella macchina pubblica, e delle funzioni che qualcuno dovrà pur sostenere (scuole superiori, strade provinciali, formazione, ambiente e trasporti per citare le maggiori – mancano le politiche per il lavoro, ma transiat, nda) si stima un risparmio di 2 miliardi sui 12 che oggi costano. Per adesso, con il “congelamento” di una ventina di elezioni provinciali, si è riusciti a risparmiare un quinto dei 110 milioni di euro che pesano annualmente giunte e consigli provinciali”.

Dunque, se abbiamo letto e capito bene, le funzioni gestite dalle province “qualcuno le dovrà pur sostenere”. Ma, se qualcuno “deve” sostenere le funzioni provinciali, allora come è possibile affermare che le province sono inutili? Le due affermazioni sono in contraddizione tra loro.

Le province, in effetti, ci sono perché svolgono funzioni indispensabili, che si rivelano troppo grandi per i confini comunali, ma troppo piccole di estensione perché possano essere sostenute con pari efficacia dalle regioni. Non sarà un caso che l’ente provincia esista ovunque in Europa, scartando i mini-Stati e Cipro.

Tanto è vero che le funzioni sono necessarie che, prosegue l’inchiesta, il risparmio che “si stima” sarebbe di 2 miliardi. Dunque, 10 dei 12 miliardi continuerebbero ad essere “succhiati”. Segno che l’idea secondo la quale, per effetto dell’abolizione delle province si otterrebbe chissà quale miracoloso risparmio, è considerata una storiella perfino dallo stesso Fatto Quotidiano.

Per altro, anche l’affermazione secondo la quale “si stima” che il risparmio sarebbe di 2 miliardi appare alquanto avventata e tesa solo ad alimentare la propaganda contro le province.

L’utilizzo del verbo stimare nella forma impersonale, “si stima”, lascia pensare nel lettore che non conosce a fondo la questione, che tutti, o, quanto meno, fonti ufficiali, stimino un risparmio appunto di 2 miliardi. Ma questo non è affatto vero. A stimare questa cifra di risparmio è l’economista dell’Istituto Bruno Leoni, Andrea Giuricin, che ha ribadito tale personale stima sempre sul Fatto Quotidiano il 27 giugno (Austerity, su le tasse ma anche la spesa pubblica. In barba alla spending review - http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/06/27/austerity-allitaliana-su-tasse-ma-anche-spesa-pubblica-in-barba-alla-spending-review/639238/).

Non esiste, però, alcuna stima ufficiale in merito. Anzi, l’unica stima “semi ufficiale” è quella del rapporto-Giarda, secondo il quale al massimo il risparmio sarebbe di 500 milioni. Stima di pochissimo superiore, 510 milioni, è stata prodotta dalla Cgia di Mestre.

Dunque, non risulta assolutamente corretto affermare che “si stima” un risparmio di 2 miliardi. C’è qualcuno che lo auspica. Sarebbe stato più esatto affermare che sugli effettivi risparmi derivanti dall’abolizione delle province non esistono stime ufficiali o concordi, visto che si oscilla tra i 500 milioni e i 2 miliardi. Ma, quando dall’inchiesta si scivola verso la propaganda, purtroppo, occorre fornire ai lettori affermazioni secche, per convincerli di una verità assoluta, anche se essa non esiste.

L’inchiesta, come visto sopra, annuncia tuttavia un ottimo risultato: un risparmio di un quinto dei 110 milioni che costituiscono l’insieme della spesa derivante dall’attribuzione a presidenti, assessori e consiglieri di indennità e gettoni di presenza.

Anche in questo caso, si ha come l’impressione che il messaggio sia stato fornito in modo volutamente impreciso e distorto.

Traduciamo in numeri. Il bel risultato della spending review, che ha imposto il commissariamento di una ventina di province esponendosi ad un giudizio molto incerto davanti alla Corte costituzionale (ma scommetteremmo che la Consulta, sensibile al vento, non accoglierà i ricorsi…) ha, fin qui, prodotto un risparmio sulla spesa pubblica di euro 21.480.000, pari, cioè, ad un quinto della spesa per i “costi della politica” nelle province, che non è di 110 milioni, ma di 107,4 milioni: proprio l’altro ieri lo ha certificato la Corte dei conti nel giudizio di parificazione del bilancio dello Stato, bastava leggerlo.

Ora, poiché la spesa pubblica italiana nel 2012 è stata pari a 805 miliardi, la percentuale di risparmio meritoriamente ottenuta con i commissariamenti delle province è dello 0,002668323%, circa un sesto del costo di un F35.

L’inchiesta, tuttavia, questo non lo ha evidenziato. Né ha evidenziato che si sta sollevando tutto questo polverone nei confronti delle province che rappresentano (lo conferma sempre il giudizio di parificazione del bilancio dello Stato da parte della Corte dei conti) l’1,35% della spesa, che, distinta per ente/settore, è la seguente:
































Settore



Spesa


Amministrazione Centrale

141 miliardi di euro


Previdenza

311,7 miliardi di euro


Interessi sul debito

86 miliardi di euro


Regioni

182 miliardi di euro


di cui 114 spesa sanitaria


Comuni

73,3 miliardi di euro


Province

11 miliardi di euro



L’inchiesta, poi, critica abbastanza duramente la decisione del Friuli Venezia Giulia di non sopprimere le province, ma esalta il modello-Sicilia, nel boxino “Niente più eletti da Catania a Palermo (in attesa dei “liberi consorzi)” ove si legge: “secondo le stime della regione Sicilia l’elezione dei 335 eletti delle nove province siciliane comporterà un risparmio per le casse dell’ente di una cinquantina di milioni l’anno (l’Upi sostiene che però per consigli, preesistenze e giunte il costo complessivo delle 107 province è di 110 milioni di euro, quindi o esagera l’uno o l’altro)”.

Come visto sopra, per sapere chi esagera, sarebbe stato sufficiente dare un’occhiata anche solo distratta al giudizio di parificazione del bilancio dello Stato, che riporta – a scanso di disattenzioni – per ben due volte le tabelle sui costi della politica, riportando molto chiaramente che le province per i propri organi di governo spendono euro 107.400.000. Dunque, la stima “sparata” da Crocetta per ammantare di sensazionalismo la sua opera di abolizione delle province è certamente sbagliata.

Secondo il giudizio di parificazione della Corte dei conti 3.853 amministratori provinciali costano 104.700.000 euro, cioè mediamente 26.992 euro a persona. Dunque, l’eliminazione di 335 eletti al massimo potrà comportare un risparmio di 9.042.320, più di 5 volte meno delle “stime” di Crocetta. Una goccia nel mare dell’indebitamento della regione Sicilia, di oltre 5 miliardi.

L’inchiesta del Fatto Quotidiano, ovviamente, poi si guarda bene dall’osservare quanto bislacca possa essere l’idea di abolire le province, per sostituirle comunque con altri “enti intermedi”, città metropolitane o “liberi consorzi” (come nell’ipotesi siciliana) che siano.

Invece, qualcuno che di contabilità pubblica se ne intende, ha un’idea molto più chiara della questione e non nasconde le proprie ampie perplessità. Si tratta sempre della Corte dei conti, nel già più volte citato giudizio di parificazione del Bilancio dello Stato: “In particolare, quali e quanti effetti concreti ha prodotto la pur complessa normativa sulla “spending review” in relazione ai molteplici e diversificati obiettivi da perseguire? Se, ad esempio, ci si soffermasse sulla riduzione (o riordino? o eliminazione?) delle Province, argomento che, pur vivo, comincia ad essere datato, ne sortirebbe (si perdoni il termine) una specie di “telenovela” dai contorni, però – data la valenza istituzionale e strutturale della soluzione del problema – veramente sconcertanti, per l’indefinita e aleatoria determinazione in proposito, con un continuo alternarsi di “stop and go”, che nulla decide e tutto lascia in inverosimile e dannosa incertezza. Certamente, peraltro, la soluzione al problema che sembra profilarsi autonomamente nella Regione siciliana –stando a quanto rilevato dal Presidente dell’Unione Province d’Italia – fa sorgere serie perplessità, atteso che le nove Province attuali sarebbero sostituite tra un anno da trentatré consorzi e tre città metropolitane, previa immediata sostituzione degli attuali vertici eletti, con altrettanti Commissari”.

Ecco, fermo restando che le province possono essere abolite o modificate come si crede, sarebbe opportuno che la stampa non facesse il tifo immotivato per una scelta, ma analizzasse tutti i dati e riportasse tutte le fonti, affrontasse il problema del costo immenso che deriverebbe dall’abolizione e traslazione delle funzioni provinciali, evidenziasse il pericolo della creazione di miriadi di enti ed enterelli al posto delle province, per dare ai lettori elementi di valutazione leggermente più ampi di diktat populistici.

1 commento:

  1. L'ha ribloggato su Comitato dei Dipendenti delle Province Sardee ha commentato:
    Un articolo che butta il FATTO QUOTIDIANO e PADELLARO in quel secchio nel quale è ricompresa tutta la stampa al servizio della casta. Che sia chiaro a chi legge: CHI SCRIVE QUESTI ARTICOLI, la CASTA LA DIFENDE. Un articolo assolutamente fuori luogo, pieno di slogan vecchi e riproposti alla "Stella e Rizzo", fuorviante e soprattutto una grave e voluta manipolazione della realtà.
    Non entro tanto nel merito, perchè non ne vale la pena. L'articolo mi è servito per capire meglio Il FATTO QUOTIDIANO E PADELLARO.
    Giusto per chi vuole ancora leggere queste righe, dico che le Province non costano 12 miliardi, che per la maggior parte sono risorse spese per costruire strade, per l'edilizia scolastica, per l'emergenza neve nel nord italia, per i centri servizi per il lavoro (ex uffici di collocamento), per le politiche ambientali in cui le Province hanno competenza primaria. 12 miliardi in tutta Italia per servizi e funzioni fondamentali. CHE CONTINUERANNO A ESSERE SPESI, A MENO CHE NON SI VOGLIA SMETTERE DI FARE STRADE E SCUOLE. I costi della CASTA provinciale, una granello di sabbia nella spiaggia del Poetto di Cagliari, ammontano a 188 milioni di euro in tutta Italia. Come termine di paragone si possono prendere i costi del SOLO FUNZIONAMENTO DEL CONSIGLIO REGIONALE DELLA SARDEGNA: 80 MILIONI DI EURO. Dico 80 milioni contro i 188 di tutte le Province d'Italia. Ma di cosa stiamo parlando! Ora, ciò che deve passare nell'opinione pubblica è che la casta sta nelle Province e abolirle darà credibilità al governo, che taglierà i privilegi! Da ridere. Ho più volte pubblicato i costi nazionali della politica e delle istituzioni. Riguardateli. Che Padellaro si legga i diversi studi (il più importante quello della Bocconi), dove chiaramente appare come servizi e funzioni sono più efficaci ed efficienti (costano meno) in ambiti di area vasta, che hanno quantificato in 300 mila abitanti. Esattamente come in tutti i paesi europei. La Germania per esempio sta procedendo all'opposto che in Italia: cioè potenziando il livello provinciale. Ma così è anche in Francia. Impariamo a diffidare di ciò che i politici ci fanno leggere.

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