Oggi, 2 dicembre 2013, i giornali favorevoli alla campagna di abolizione delle province piangono la situazione di quasi stallo della riforma, alla Camera.
E sorge la domanda: cosa succederà, allora, dal primo gennaio 2014? Non succederà nulla. Ma questo è il vero aspetto gravissimo dell'iniziativa normativa.
Un pasticcio demagogico, attivato:
A) per ottenere un po' di consenso dalla "ggente";
B) per cavalcare un po' di grillismo;
C) per mantenere un rapporto privilegiato col Corriere della sera, nella persona del demagogo n. 1, Sergio Rizzo.
Di fatto, se si approvasse il ddl, di qui a giugno 2014 si scatenerebbe un processo di trasformazione che paralizzerebbe tutte le province. Sia quelle destinate a trasformarsi in città metropolitane, perchè il processo non è lineare e breve. Sia, soprattutto, quelle "svuotate", nei confronti delle quali non si capisce quali saranno i servizi e le funzioni che resteranno. In sostanza, infatti, il ddl, riprendendo un'idea nefasta dei vari decreti incostituzionali di Monti, rinvia a successive leggi dello Stato e delle regioni la decisione se conservare tali servizi e funzioni alle province, oppure attribuirli ai comuni (se non corrispondono ad esigenze unitarie), o, ancora, se a prenderli in carico debbano essere le medesime regioni. Il tutto, senza la minima idea dei tempi e dei costi dell'operazione. Ma, quel che è peggio, senza nemmeno sapere se e quanto si possa davvero risparmiare. Anzi, in realtà si sa perfettamente che non si risparmia nulla, perchè lo ha già detto la Corte dei conti in audizione alla Camera.
E' una cosa assurda lasciare enti nell'incertezza delle funzioni, considerando che molte di quelle che svolgono le province sono rivolte direttamente ai cittadini: pensiamo alle politiche del lavoro, al netto delle paradossali accuse del sempre demagogo Rizzo. Pensando che il Governo predica di voler attivare la Youth Guarantee (tutto sarebbe dovuto partire a ottobre e siamo già a dicembre...), mediante il rilancio dei servizi pubblici per il lavoro, nemmeno si sa ancora la cosa fondamentale: chi, quale ente, quale organo, dovrà svolgere le attività.
E lo stesso vale per altre funzioni essenziali, come la manutenzione degli edifici scolastici superiori, che il ddl assegna alla competenza dei comuni, i quali non hanno i soldi per le spese di investimento, ma adombrando possibili eventuali intese con le province, perchè siano esse ad interessarsi della cosa. Eppure, tra le residue funzioni fondamentali alle province viene lasciata quella della programmazione scolastica: come se questa potesse essere dissociata dall'edilizia scolastica.
Il caos si sta presentando, puntuale, come molti, ma troppo pochi, hanno scritto, mentre trionfava il superficiale populismo di chi crede che un intervento su un volume di spesa pari all'1,3% della spesa pubblica totale, del quale si taglierebbe, a sua volta, non più dello 0,5%, sempre che vi si riesca, possa essere risolutivo.
Il Ministro Delrio si è sentito demandato di un compito salvifico, attratto da palcoscenici e riflettori che mai aveva prima visto. Ha affrontato la cosa con estrema approssimazione e pressappochismo, pur di occupare il proscenio ed ambire al titolo di "uomo che abolì le province". Sarà autore, anzi promotore (la Commissione Affari costituzionali alla Camera ha stravolto il testo iniziale del ddl, davvero troppo impresentabile per chiunque) di uno dei tanti, troppi pateracchi di un Paese che si accusa di non fare riforme e che, invece, purtroppo, di riforme in questi 20 anni ne ha fatte fin troppe. Tutte disastrose. La lezione della riforma del Titolo V della Costituzione non è bastata. Infatti i suoi protagonisti sono ancora tutti lì e, anzi, occupano posti e poltrone ambitissimi e potentissimi: Bassanini alla Cassa Depositi e Prestiti, Amato alla Corte costituzionale. Chi distrugge lo Stato, l'organizzazione, la pubblica amministrazione fa carriera.

L'ha ribloggato su unascatolavuota.
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