giovedì 23 gennaio 2014
#Italicum Le #riforme di #Renzi marginalizzano il #Parlamento: la strada autoritaria
Nel corso della trasmissione “La Gabbia” del 22 gennaio scorso, Mario Adinolfi, renziano di comprovata fede, ha spiegato in modo sintetico gli effetti veri delle riforme proposte da Renzi. Il renziano ha affermato che esse riforme “marginalizzano il Parlamento”, nel senso che eliminandosi una delle due camere e assicurando il consenso elettorale reale al leader della coalizione, spostano tutto il potere solo sul Governo. Ciò, ha sottolineato, sul modello oggi operante nei comuni, che il renziano ritiene ben funzionante perché vi è una rilevante stabilità e i cittadini apprezzano molto l’azione dei sindaci. A parte che quest’ultima affermazione dovrebbe confrontarsi con ciò che pensano del funzionamento dei comuni i cittadini di Roma o Palermo o Siena, ma soprattutto con la realtà: i dati Istat sui consuntivi, dimostrano che le entrate tributarie dei comuni dal 2002 al 2011 sono passate da 22 a 33 miliardi e il volume della spesa è rimasto praticamente fermo a circa 80 miliardi. Se la pressione fiscale in Italia aumenta, qualche ragione deve pur esservi e i comuni hanno certamente contribuito in modo decisivo, senza che risulti, salvo qualche eccezione, nessun tangibile miglioramento alla vita di ogni giorno delle comunità amministrate. In ogni caso, le affermazioni di Adinolfi confermano in pieno, sia pure nella loro sinteticità quanto si osservò su questo blog alcuni giorni fa: le riforme di Renzi, il “sindaco d’Italia” sono una svolta autoritaria, bella e buona (http://rilievoaiaceblogliveri.wordpress.com/2013/12/15/leggeelettorale-sindaco-ditalia-la-grande-sciocchezza-autoritaria/). Marginalizzare il Parlamento cos’altro è se non: a) infarcirlo di nominati, che non hanno alcun contatto con l’elettorato e, dunque, possono votare le norme non sulla base della valutazione delle esigenze di elettori che non curano, ma solo su spinta del leader; il quale, non a caso, non sceglie per nulla i meritevoli, ma solo coloro che più bovinamente ne eseguano le indicazioni (salvi i casi di coloro che fanno il doppio gioco ed entrano in Parlamento per provare a vendersi al miglior offerente); b) inondarlo di decreti legge, in stato di urgenza perenne, infarcite di fiducie, per mettere sempre la maggioranza sotto il ricatto della durata del Governo, non dovesse bastare la selezione tutt’altro che meritocratica dei parlamentari; c) non portare a conclusione, fino all’approvazione, nessuna proposta di legge – nessuna – che promani dal Parlamento, trasformandolo in organo di sostanziale ratifica delle iniziative normative della nomenclatura composta da Governo e tecnici, al netto di imboscate per mezzo di emendamenti imposti dalle lobby. L’eliminazione della doppia lettura delle leggi, attraverso l’abolizione del Senato contribuirebbe ulteriormente a trasformare il Parlamento in quello che effettivamente sono i consigli comunali: insiemi di “alzatori di mano”, incidenti pochissimo sulle decisioni amministrative, concentrate tute nei sindaci, nelle giunte e nella dirigenza. E questo spiega perché, simmetricamente, Renzi vuole una dirigenza solo a tempo determinato: per assoggettarla totalmente alla politica, creando un apparato partitico-dirigenziale, non più al servizio della Nazione, come impone l’articolo 98 (che presto sarà oggetto di dileggio e di successiva riforma), ma alla maggioranza di turno. Il tutto per creare mostri autoritari, composti da una maggioranza delle minoranze (il 35% diviene il 55% degli elettori), che forma un Governo egemone, composto da politici che rispondono solo al leader, completati da un insieme di tecnici politicizzati, fiduciari dei ministri. Il tutto, a garanzia della gestione del potere di chi si insedia. Il voto dei cittadini, la rappresentanza non servirebbe più a nulla. Il modello comunale va bene per decidere se asfaltare o no le strade. Esportato al livello di politiche nazionali è un salto non nel vuoto, ma verso l’autoritarismo sudamericano. Quel che dispiace è che in tanti se ne renderanno conto solo quando sarà troppo tardi.
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