sabato 23 settembre 2017

Alla pubblica amministrazione non serve un concorsone


Oggettivamente, il termine “concorsone”, utilizzato per sintetizzare lanciata da Palazzo Vidoni nei giorni scorsi come idea per rimpinguare le fila esangui dei dipendenti pubblici, non pare proprio fortunatissimo.

Oltre a ricordare troppo da vicino le tantissime pubblicità che negli anni hanno sempre lanciato un “concorsone” per vincere sterline, viaggi o i sempre agognatissimi telefonini, i concorsoni sono sempre stati abbastanza problematici per la pubblica amministrazione. La scuola di concorsoni ne ha conosciuti tantissimi: mai che si siano tenuti senza i simmetrici “ricorsoni” al Tar e, comunque, col risultato almeno di tirare finalmente dentro gli insegnanti precari, che restano sempre in gran numero, come un mare al cui svuotamento si prova con un badile. Poi, ci sono stati i concorsoni al comune di Roma, per assumere agenti di polizia municipale: inchiodati, perché le buste erano trasparenti e si vedeva il nome del concorrente (evidentemente, c’è stato eufemisticamente un fraintendimento del significato della “trasparenza” amministrativa). E così via.
Al di là dei sinistri richiami, comunque il mega concorso per assumere in tempi ravvicinati (4 anni) 500.000 dipendenti pubblici e così rimpiazzare i corrispondenti pensionamenti previsti tra il 2018 e il 2021, non è sicuramente una soluzione né facilmente praticabile, né, soprattutto, del tutto utile.
Qui è bene precisare: sicuramente il numero dei dipendenti pubblici in Italia, contrariamente alla vulgata, non è per nulla ridondante, specie se paragonato ai principali Paesi competitori in Europa[1]. Inoltre l’ormai elevatissima età media, ben al di sopra dei 50 anni, sicuramente rende evidente la necessità del “ricambio generazionale”.
Dunque, un “concorsone” è il benvenuto, in quanto necessario? L’esperienza consiglia prudenza. In questo caso, non si possono che condividere le parole del professor Sabino Cassese, espresse nell’editoriale pubblicato dal Corriere della sera lo scorso 20 settembre: “Dopo il «digiuno» di questi anni di crisi, con il forte rallentamento del «turnover», fare una tale «abbuffata» provocherebbe sconvolgimenti: si pensi solo ai «maxiconcorsi», alle difficoltà che si incontrerebbero nella formazione «on the job», alla difficile sistemazione negli uffici del Nord e del Sud di circa 80 mila persone nel solo prossimo anno. La vicenda della scuola, ancora in corso, evidentemente, non ha insegnato nulla”.
In effetti, passare all’improvviso da un regime di fortissime restrizioni alle assunzioni, che si prolunga da 15 anni di “tetti” alla spesa, arricchiti da un blocco quasi totale nel 2005 e, peggio ancora, tra il 2015 e il 2016 a causa della devastazione derivante dalla riforma delle province, ad uno sblocco così esteso di assunzioni, sostanzialmente il 100% del turn over è difficilissimo da gestire. E non solo per le condivisibili osservazioni del Cassese.
Pensiamo ai presupposti del “concorsone”. Il Governo sostiene che, grazie alla riforma Madia della PA, il ricambio generazionale è possibile perché si abbandona la “dotazione organica” e si passa ai fabbisogni, così flessibilizzando la gestione del personale e potendosi assumere persone dotate delle competenze e professionalità necessarie per la nuova PA: si pensi alla necessità di un maggior numero di tecnici e progettisti per sbloccare gli appalti o, soprattutto, alla necessità di adeguarsi alla “rivoluzione digitale”, che richiede più matematici e statistici, più informatici, più analisti di processo, e meno giuristi o amministrativi puri.
Tutto verissimo. Ma, altrettanto indubitabile è che una simile rivoluzione anche nella verifica delle professionalità andava avviata ben prima: non è oggettivamente immaginabile che in 4 anni si riesca a riprogrammare i fabbisogni, rivedere totalmente le professionalità e anche attivare il “concorsone” e per giunta chiuderlo davvero con 500.000 assunzioni. La “volata” per un simile vasto programma è molto, ma molto, più lunga. Occorreva pensarci almeno 10 anni fa.
Tuttavia, un decennio fa, o quasi, i pensieri erano ben altri. Si era alle soglie della tremenda crisi economica, disvelatasi in pieno nel 2009. Dovendosi correre a provare a consolidare i conti pubblici, ci si rese conto che una delle voci più facilmente contenibili della spesa corrente era proprio quella del personale pubblico: bastava irrigidire il tetto alle assunzioni e bloccare la dinamica della contrattazione collettiva.
E’ quello che si è deciso nel 2010. E i risultati non sono mancati; la spesa del personale pubblico è scesa da 174 miliardi a circa 160, in corrispondenza del calo dei dipendent da 3,5 milioni a poco più di 3 milioni.
Nel 2010 era già perfettamente noto a tutti che tra il 2018 e il 2021 vi sarebbe stato un pensionamento di massa di circa 500.000 unità. Proprio questa consapevolezza, unita alle misure di blocco della spesa del personale consentirono, nel 2010, di non adottare scelte ben più drastiche stabilite in Spagna o Grecia, nazioni nelle quali si stabilì, prima, di ridurre tra il 5% e il 10% gli stipendi pubblici, per, poi, anche licenziare un gran numero di dipendenti pubblici.
La tenuta a medio lungo termine della pendenza verso il basso della curva di spesa del personale pubblico ha permesso di non ridurre gli stipendi pubblici in cifra assoluta, ma di ridurre il costo complessivo (sacrificando il potere d’acquisto, ma parificandolo a quello di molti settori del privato) in modo costante.
L’investimento in nuove figure e professionalità, che andava fatto per tempo, non è stato attivato perché la riduzione in breve tempo dei ranghi pubblici era un risultato cui si mirava.
L’improvviso cambio di rotta annunciato (ma non si sa se sarà davvero sostenibile) dal Governo non può lasciare convinti, proprio perché i tempi della riprogrammazione e della nuova ondata di reclutamenti appaiono a rigor di logica assolutamente inconciliabili.
Inoltre, l’arma dei “fabbisogni” è a doppio taglio. Da un lato, è corretto abbandonare la logica di dotazioni organiche costituite da rigidi elenchi di dipendenti che si assumono necessari per il funzionamento degli enti; dotazioni composte anni ed anni fa, non si sa come e con esiti diversissimi anche tra enti comparabili e similari. Fabbisogni basati su standard e linee guida univoci, come prevede la riforma Madia, potrebbero rimediare, attualizzare i bisogni, renderli coerenti con le funzioni svolte ed eliminare le incredibili differenze tra enti per aree geografiche oggi esistenti.
Però, dai fabbisogni potrebbe emergere una “sopresa” anche se relativa: cioè la fortissima insufficienza di personale, in generale, ed in specifici servizi in particolare.
Si prendano i servizi addetti alle politiche attive per il lavoro. Chcchè se ne dica, 6.000 dipendenti in Italia, contro i circa100.000 della Germania è un gap che la tecnologia digitale non potrà mai superare (del resto, pare difficile immaginare che la Germania sia più arretrata dell’Italia nell’informatica e, per altro, sanno fare benissimo di conto e analizzare i fabbisogni).
Qualsiasi analisi del fabbisogno appena seria, dimostrerebbe la necessità di una quantità (e di una qualità per profili professionali mancanti) di addetti ai servizi per lavoro molto più ampia delle pochissime unità presenti.
Ma, la riforma Madia nel lanciare i fabbisogni al posto delle dotazioni organiche, tuttavia, limita la programmazione alla fotografia dell’esistente: in estrema sintesi, anche se i fabbisogni riveleranno gap enormi tra personale presente e reali necessità, comunque gli organici che risulteranno dalla programmazione altro non saranno se non la somma dei dipendenti già in servizio, più i dipendenti potenzialmente da assumere sulla base delle risorse assunzionali di volta in volta disponibili.
Quindi, a bocce ferme, di fatto la dotazione complessiva dei servizi per l’impiego rimarrebbe esattamente la stessa.
Allora, a monte della programmazione delle assunzioni, che è compito di ogni singolo ente, dovrebbe esservi una programmazione generale e coordinata, fin qui mai vista, anche se la riforma Madia parla di linee guida che dovrebbero servire allo scopo.
Occorrerebbe che da Palazzo Vidoni si individuassero priorità assolute, finalizzate a riconvertire in primo luogo le dotazioni, con passaggi (anche solo potenziali) di dipendenti da un’amministrazione all’altra. Non è difficile comprendere che in Italia risultino fortemente sotto dotate amministrazioni come gli enti museali ed i siti archeologici; gli uffici giudiziari (e gli stessi magistrati); gli ispettorati del lavoro; i servizi per l’impiego; l’Inps.
Prima ancora di pensare a quanti dipendenti assumere, occorrerebbe un programma che di necessità faccia virtù e passi da un comparto all’altro le possibilità assunzionali, così da consentire a quello meno dotato rispetto appunto ai veri fabbisogni di ottenere un incremento significativo dei dipendenti, mentre si sgonfiano i ruoli del comparto “cedente”.
Questo consentirebbe anche l’analisi seria e completa delle professionalità occorrenti allo scopo, per quanto è oggi già chiaro che mansioni come il protocollatore, l’archivista, il commesso, sono tra quelle destinate a svanire, a seguito della rivoluzione digitale.
Il piano di livello centrale, poi, dovrebbe affrontare e risolvere una volta e per sempre il tema della pessima distribuzione territoriale dei dipendenti pubblici.
Un vero vasto programma di rilancio della PA, insomma, invece di partire dalle assunzioni, dovrebbe individuare dove occorre riorganizzare; decidere quali enti possono assumere e quali no; in quali territori assumere meno e in quali di più; quali professionalità servono negli enti nei quali le assunzioni sono ammesse e quali no; quali attività di formazione sono propedeutiche allo scopo. E solo dopo lanciarsi in proclami e concorsoni. Ma, se i presupposti sono correttamente rispettati, non servirebbe più nemmeno il concorsone: anche con molti concorsini un piano di questa portata sarebbe attuabile.
Tuttavia, appare chiaro che siamo ben lontani da questo. Ci si è limitati fin qui solo agli slogan: lo “svecchiamento”, la “staffetta generazionale” e la “programmazione”. Titoli ad effetto. Ma, riforme devastanti come quella delle province dovrebbero insegnare che se la riforma è fatta tanto per farla e per compiacere elettorato o stampa, i risultato sono, spesso (se non sempre) solo il caos.





[1] Al di là degli innumerevoli studi e rapporti di qualsiasi fonte (Ocse, Eurostat, Sindacati vari, Eurispes, ecc…) tutti concordi nel confermare l’affermazione, pare conclusivo quanto scrive la Corte dei conti, Sezioni Riunite, nel paragrafo 3.5 della Relazione 2016 sul costo del lavoro pubblico “3.5. Raffronto europeo sulla consistenza numerica dei dipendenti pubblici Un raffronto europeo sullandamento della consistenza numerica dei dipendenti pubblici e della spesa per redditi, negli anni della crisi, è stato effettuato dalla Ragioneria generale dello Stato nella premessa alla pubblicazione del Conto annuale per il 2014. La dinamica delloccupazione nel settore pubblico e la spesa di personale, rapportati ad altre significative variabili demografiche e macroeconomiche nel periodo 2009-2014 (per quanto attiene ai dati di consuntivo) e fino al 2017 (sulla base delle previsioni governative) sono stati, in quella sede, analizzati e posti a raffronto per quanto attiene allItalia, la Francia, la Germania, il Regno Unito e la Spagna.
Le valutazioni relative alla spesa per redditi risultano in linea con quelle esposte nel precedente paragrafo.
La Ragioneria generale prende in considerazione, peraltro, anche i dati sulla consistenza comparata dei dipendenti pubblici: il numero degli occupati nel settore pubblico in Italia (3.340.000 in termini di unità lavorative annue) rappresenta il 72 per cento dei dipendenti tedeschi, il 63 per cento di quelli inglesi, il 60 per cento dei francesi; tra i paesi esaminati solo la Spagna evidenzia un numero di dipendenti pubblici inferiore allItalia. Il rapporto tra il numero dei dipendenti pubblici e la popolazione residente si attesta in Italia su un valore analogo a quello della Germania (5,5 per cento), decisamente inferiore a quello della Spagna, della Gran Bretagna e della Francia. Loccupazione nel settore pubblico rappresenta, in Italia, il 14 per cento di quella complessiva. Si tratta di un dato superiore a quello della Germania (11 per cento) ma di gran lunga inferiore a quello degli altri tre paesi considerati.
A conclusione dellanalisi emerge che in Italia il numero degli occupati nella pubblica amministrazione e la spesa per redditi si collocano su valori in linea con la media europea, generalmente più contenuti rispetto a quelli degli altri paesi presi in considerazione, sia per quanto attiene al loro valore assoluto, sia se i dati relativi al personale pubblico vengono raffrontati con il PIL, con la popolazione residente, col totale degli occupati e con la spesa corrente. Quanto sopra evidenzia la severità, da un lato, e lefficacia in termini finanziari, dallaltro, delle politiche riduttive della spesa per redditi attuate dallItalia per fronteggiare la crisi economica internazionale. Tra i paesi considerati, solo la Spagna ha posto in essere misure altrettanto incisive mentre Germania, Francia e Gran Bretagna, seppur con alcune distinzioni, non sono intervenute in modo altrettanto significativo nei confronti del pubblico impiego.

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