lunedì 4 dicembre 2017

Province ancora nel baratro a un anno dal referendum costituzionale


A un anno di distanza dalla bocciatura sonora della riforma della Costituzione decisa dagli italiani nel referendum del 4 dicembre 2016, la riforma delle province è ancora lì a perpetuare il suo sfacelo.

Nessuno ha tratto le conseguenze di un tentativo di sfigurare la Costituzione, del quale l’abolizione delle province era uno specchietto per le allodole molto propagandato. Le conseguenze erano e sono evidenti: la legge Delrio, la legge 56/2014, alla luce del tonfo referendario del “governo dei 1000 giorni” doveva e deve essere eliminata dall’ordinamento giuridico.
La riforma delle province, infatti, si regge su un gravissimo vulnus, contenuto in due commi del lunghissimo articolo 1 che la compone: il 5 e il 51, i quali fanno da preambolo agli altri commi che dettano la rovinosa riforma, premettendo che essa è disposta “In attesa della riforma del titolo V della parte seconda della Costituzione e delle relative norme di attuazione”.
Abbiamo, quindi, nel nostro ordinamento una legge che in maniera aperta vìola la Costituzione, intendendo anticipare effetti di una sua riforma, così da dettare una modifica dell’assetto istituzionale di un ente che compone la Repubblica con pari dignità istituzionale con gli altri (comuni, regioni e Stato, ai sensi dell’articolo 114 della Costituzione) e che è ancora in piedi, nonostante la riforma della Costituzione, sulla quale si fonda, non sia mai entrata in vigore.
Ad un anno dal no al referendum, resta ancora in tutta la sua rudezza l’offesa all’ordinamento giuridico arrecata da una legge ordinaria che ha inteso anticipare gli effetti di una riforma della Costituzione, dando la stura ad una potenziale prassi pericolosissima: immaginare futuribili riforme costituzionali e radicare in esse modifiche di fatto della Costituzione mediante leggi ordinarie “in attesa della riforma della Costituzione e delle relative norme di attuazione”.
I giornali dello scorso venerdì 1 novembre hanno messo in rilievo (con molto ritardo rispetto a chi per tempo ha indicato le storture degli interventi finanziari sulle province) che le province sono state molto più “virtuose” di qualsiasi altra amministrazione. Costrette a farlo, dalle devastanti manovre finanziarie che dal 2012 hanno accompagnato l’urlo populistico all’abolizione.
E’ ovvio che ad un anno di distanza e con le elezioni ormai alle porte non vi sia più il tempo per correggere queste storture. Anche se, fa storcere il naso la circostanza che il Governo abbia tuttavia trovato tempo ed energia per proporre ricorso alla Corte costituzionale contro la legge della regione Sicilia che, facendo un clamoroso passo indietro sull’ancor più rovinosa riforma-Crocetta anticipatrice della riforma Delrio, intende ripristinare l’elezione diretta degli organi provinciali. Lo Stato non ritiene che ciò sia costituzionale, sulla base delle previsioni della legge 56/2014, il cui comma 145 prevede: “Entro dodici mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge, le regioni a statuto speciale Friuli-Venezia Giulia e Sardegna e la Regione siciliana adeguano i propri ordinamenti interni ai principi della medesima legge”. Cioè, lo Stato intende sollevare la questione di legittimità costituzionale alla luce di una legge, la 56/2014, che fonda la riforma delle province sull’anticipazione di una riforma costituzionale immaginaria, mai entrata in vigore, e, per altro, sulla base di una norma, quel comma 154, chiaramente lesivo dell’autonomia delle regioni a statuto speciale.
Simili energie e il connesso tempo meriterebbero oggettivamente, da parte del Governo, una destinazione migliore. Come, per esempio, una seria attenzione alle politiche del lavoro.
Mentre, infatti, il “governo dei 1000 giorni” devastava le province anticipando una riforma costituzionale mai giunta, contemporaneamente abbandonava a se stessi i servizi per il lavoro, che da funzione delle province passarono a funzione “non fondamentale”, figlia di nessuno, senza un ente indicato come competente a gestirla: non l’Anpal, nata tra moltissime difficoltà; non i comuni, ovviamente inadeguati a polverizzare i servizi; non le regioni, inizialmente fuori dalla possibilità di riorganizzare i servizi per il lavoro.
Solo nel 2018 si troverà, forse, fine alla devastazione dei servizi per il lavoro, poiché il disegno di legge di stabilità prevede, finalmente, la conclusione di questa storia, disponendo il passaggio definitivo di funzioni e personale proprio alle regioni. Ma, ovviamente, per riorganizzare il tutto occorreranno ancora mesi ed anni. Mentre il Jobs Act avrebbe dovuto avere nelle politiche attive, cioè nelle azioni di aiuto alla ricollocazione dei lavoratori nelle fasi di transizione tra un lavoro e l’altro, il proprio punto di forza.
Invece, anche grazie ad una riforma delle province rovinosa, ancora lì nonostante il no referendario, abbiamo un sistema di politiche attive in macerie, da ricostruire totalmente, sempre con i suoi 6000 dipendenti contro il 100.000 della Germania, sempre con i suoi finanziamenti che non arrivano a 700 milioni di euro, contro i 9 miliardi della Germania.
Nel frattempo, le province continuano a languire, mentre Governo e Parlamento cercano di mettere toppe qui e lì all’insostenibile prelievo forzoso di 3 miliardi annui sulla spesa corrente, che negli ormai quasi 4 anni di riforma ha reso le strade provinciali (una rete di 130.000 chilometri) impercorribili, mentre le scuole superiori (di competenza provinciali) sono rimaste in molti casi prive di arredi, di manutenzioni e di lavori per la sicurezza.
Il no al referendum ha bloccato una riforma costituzionale certamente pasticciata e piena di vizi e problemi. Ma, ad un anno di distanza, nonostante quel no, ancora l’anticipazione di quella riforma è qui a perpetuare i suoi danni e i suoi problemi, senza che nessuno provi a porvi rimedio, senza che gli autori di simili danni siano chiamati a risponderne.



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