martedì 20 marzo 2018

Rinnovo del Ccnl: l'assegno perequativo scade nel 2018. Ogni diversa interpretazione è priva di senso.

Da quando il Sole24Ore si è limitato ad osservare che "il re è nudo", riportando in un articolo quanto prevedono i contratti di funzioni locali e sanità, cioè che il cosiddetto "elemento perequativo" scade il 31.12.2018, si è scatenata una mini tempesta in un bicchierino d'acquetta.

Le confederazioni sindacali si sono molto agitate e scagliate ferocemente, ma contro l'evidenza dei fatti. Che si riscontra, senza possibilità di dubbio alcuno, nelle disposizioni contrattuali.
Leggiamo di seguito l'articolo 66 della preintesa del Ccnl delle funzioni locali:
"Art. 66
Elemento perequativo
1. Tenuto conto degli effetti degli incrementi retributivi di cui all’art. 73 sul personale già destinatario delle misure di cui all’art. 1, comma 12, legge 23 dicembre 2014, n. 190,  nonché  del  maggiore  impatto  sui  livelli  retributivi  più  bassi  delle  misure  di contenimento  della  dinamica  retributiva,  è  riconosciuto  al  personale  individuato nell’allegata  Tabella  D  un  elemento  perequativo  una  tantum,  corrisposto  su  base mensile  nelle  misure  indicate  nella  medesima  Tabelle  D, per dieci  mensilità,  per  il solo periodo 1/3/2018 – 31/12/2018, in relazione  al servizio prestato in detto periodo. La frazione di mese superiore a 15 giorni dà luogo al riconoscimento dell’intero rateo mensile. Non si tiene conto delle frazioni di mese uguali o inferiori a 15 giorni e dei mesi nei quali non è corrisposto lo stipendio tabellare per aspettative o congedi non retribuiti o altre cause di interruzione e sospensione della prestazione lavorativa. 
2.  L’elemento  perequativo  di  cui  al  comma  1  non  è  computato  agli  effetti dell’articolo  65  comma  2,  secondo  periodo  ed  è  corrisposto  con  cadenza  mensile, analogamente a quanto previsto per lo stipendio tabellare, per il periodo  ed il numero di mensilità indicati al comma 1.
3. Per i lavoratori in part-time, l’importo è riproporzionato in relazione al loro ridotto orario  contrattuale.  Detto  importo  è  analogamente  riproporzionato  in  tutti  i  casi  di interruzione  o  sospensione  della  prestazione  lavorativa  c he  comportino  la corresponsione dello stipendio tabellare in misura ridotta".
Dunque:
1) si tratta di una somma "una tantum", cioè prevista solo una volta, temporaneamente;
2) vale solo per 10 mensilità, nemmeno tutto il 2018;
3) viene attribuita esclusivamente per il periodo 1.3.2018 - 21.12.2018, nè prima, nè dopo;
4) non è pensionabile.
Quali possano essere le cause dell'indignazione delle sigle sindacali, davvero sfugge, visto che la disposizione contrattuale appare di una chiarezza estrema.
Abbiamo provato a capire e, quindi, abbiamo letto sul sito online de Il Fatto Quotidiano l'articolo "Statali, una parte degli aumenti è “a tempo”. Dal 2019 chi guadagna meno perderà fino a 29 euro al mese" nel quale si legge che il "segretario nazionale Cgil Fp Salvatore Chiaramonte, invece, difende la scelta di avvalersi di questo strumento. “In tutte le fasi di trattativa – spiega a ilfattoquotidiano.it – è stata comunicata la scelta di introdurre questo elemento che, tra l’altro, abbiamo l’obiettivo di rendere stabile con il rinnovo dei nuovi contratti"”. E aggiunge: "L’intento non era quello di fare un gioco di prestigio, ma di trovare una soluzione ad alcuni problemi tecnici [...] “Fra tre mesi ci sediamo al tavolo [...] per il rinnovo dei contratti e nelle nostre piattaforme c’è anche la stabilizzazione di quella quota perequativa".
Cosa si ricava da queste dichiarazioi?
1) è stato introdotto, a seguito delle trattative, l'elemento perequativo, indispensabile per assicurare anche ai comparti meno "ricchi" di quello delle funzioni centrali l'incremento medio di 85 euro lordi;
2) questo elemento è instabile, meglio dire "precario", comunque a tempo determinato, visto che scade il 31.12.2018; e lo conferma il nobile obiettivo di renderlo stabile dopo, con i rinnovi successivi; se non è stabile, vuol dire che è precario;
3) l'intento è di sedersi al tavolo e di proporre nelle piattaforme sindacali la stabilizzazione di ciò che oggi è evidentemente precario.
Dunque: c'è qualcosa di inesatto nell'affermare che, oggi, l'elemento perequativo è precario e che dall'1.1.2019 scadrà come lo yogurt? Sembrerebbe proprio di no.
Oppure, occorre adesso considerare come norme contrattuali vigenti ed efficaci obiettivi ed intenti nobilissimi e condivisibilissimi? Anche in questo caso, si sarebbe - tutto sommato - portati a rispondere di no.
Verissimo che i sindacati abbiano ogni intenzione di rendere, domani, stabile l'elemento perequativo oggi instabile.
Altrettanto concreta è la sensazione che la contrattazione collettiva sia stata sbloccata in fretta e furia in vista del 4 marzo 2018, raccogliendo qui e là le ingenti risorse che il Governo si impegnò, sciaguratamente, a reperire in vista di un altro appuntamento elettorale (disastroso per l'ex maggioranza) quello del referendum del 4 dicembre 2016, con l'accordo del 30 novembre 2016. Un accordo sottoscritto nella speranza di convincere i dipendenti pubblici di dire sì alla riforma della Costituzione, prendendo impegni finanziari senza certezza della disponibilità delle risorse.
Incertezza che perdura e rende gli incrementi economici meno consistenti di quanto ci si aspettasse. E non è solo l'elemento perequativo la sorpresa negativa, ma anche la volontà di scaricare a carico del fondo delle risorse decentrate e non dei bilanci gli incrementi del costo delle progressioni orizzontali e delle indennità orarie (specie quella di turno), entro la soglia di spesa del 2017, applicando erroneamente alla contrattazione nazionale collettiva la disposizione contenuta nell'articolo 23, comma 2, del d.lgs 75/2017, riservata, invece, alla contrattazione collettiva decentrata.
Inutile, allora, insorgere se la stampa fa il suo mestiere e si limita a rilevare esattamente ciò che dispongono le norme. Le intenzioni servono a poco. Soprattutto se la stabilizzazione dell'elemento perequativo è da rimettere ai nuovi contratti del triennio 2019-2021. Sicuramente saranno ben pochi quelli disposti a scommettere i nuovi contratti vedranno la luce nei tempi, visto che la situazione finanziaria ed economica del Paese non è pare proprio ancora in grado di permettersi altre impennate del costo del lavoro pubblico, dopo gli oltre 5 miliardi derivanti da questi rinnovi contrattuali.
Sta di fatto, comunque, che ad oggi l'elemento perequativo è a tempo determinato. Il resto è solo un lastricato di buone intenzioni.

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