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lunedì 18 maggio 2026

Sinner, non solo re di Roma, ma autore di record nemmeno riusciti ai big three



Senza scadere in trionfalismi e piaggerie, la vittoria di Jiannik Sinner a Roma e il bilancio di questi primi 5 mesi della stagione presenta le dimensioni di un campione straordinario.

Anche se il tennis si fermasse oggi, saremmo in presenza di qualcuno che ha vinto 4 tornei del grande Slam e 10 Master 1000. E’ bene ricordare alcuni considerati tra i grandissimi che non sono arrivati a 4 tornei Slam: Nastase, Murray, Wawrinka, Kodes, Kuerten, Lleyton Hewitt, Ashe, Rafter…

In quanto a tornei della categoria 1000, ne hanno vinto più di lui solo Sampras, Murray, Agassi, Federer, Nadal e Djokovic.

Questi dati forniscono di per sé l’idea di un campione clamoroso, ma pur essendo già formidabili non danno ancora l’idea completa del giocatore che è Sinner. Infatti, ad essi si accompagnano (tra i molti altri) ulteriori traguardi: Analizziamoli.

Sinner è il primo tennista che sia mai stato capace di vincere 6 tornei della categoria Master 1000 di seguito, perdendo per altro solo 3 set per strada. Essere “il primo tennista” a compiere una tale impresa è qualcosa di valore immenso: Sinner, infatti, giunge dopo la generazione dei tre monumenti del tennis, cioè Djokovic, Nadal e Federer, autori di imprese e record che per molti sarebbero stati imbattibili per sempre. E, invece, nessuno di loro era riuscito a mettere in fila 6 successi nei “1.000”.

Ancora, grazie a questo filotto di vittorie nei 1000, Sinner risulta oggi detenere il record di partite consecutivamente vinte in questa categoria di tornei: 34. Il giovane italiano, per far capire il valore di questo dato, si è lasciato dietro Djokovic, la cui serie di vittorie consecutive di 31 appariva semplicemente impensabile solo da raggiungere.

Ma, non basta. Djokovic era stato sin qui l’unico tra i grandissimi a vincere tutte le 9 prove della categoria 1000, un risultato di immensa difficoltà, perché significa aggiudicarsi 9 tornei su superfici diverse (dalla terra battuta al cemento all’aperto e al veloce al chiuso) in condizioni diverse (dall’altura al deserto, dal caldo umido soffocante all’indoor), in sedi diverse, in periodi della stagione diversi. E, però, ecco che anche Sinner, a meno di 3 anni dal primo Master 1000 vinto a Toronto nell’estate 2023, completa la serie di tutti i tornei della categoria: ne ha vinti complessivamente 10, doppiando una volta Miami e vincendo una volta in tutte le altre prove.

Per proseguire, Sinner eguaglia un altro record che appariva nell’immediatezza più alla portata di Alacaraz: cioè vincere tutti di seguito i 1000 europei sulla terra battuta, ottenendo un risultato che era sin qui stato alla portata solo del re del mattone tritato, Rafael Nadal.

Solo per mettere la ciliegina sulla torta, qui non è un record, ma si infrange un tabù: Sinner torna a far scrivere nell’albo d’oro degli Internazionali d’Italia il nome di un italiano, 50 anni esatti dopo la vittoria di Adriano Panatta.

Se si pensa che tutto ciò avviene in un periodo, come visto sopra, di nemmeno 3 anni e gran parte è concentrato tra novembre 2025 e maggio 2026, si resta a bocca aperta.

Certo, nel mezzo di questi risultati straordinari v’è stata la sconfitta patita in semifinale a Melbourne contro Djokovic. Ma è proprio quella battuta d’arresto a dare ulteriore conferma e “cifra” dell’impresa gigantesca di Sinner.

Quella semifinale persa deve ricordare a tutti un elemento fondamentale: queste vittorie in serie del ventiquattrenne sono “srtraordinarie” nel vero senso della parola, cioè fuori dall’ordinario: una serie quantitativa e qualitativa di vittorie di questo genere non ha, cioè, nulla di normale, tanto è vero che ha portato a superare alcuni dei record considerati inattaccabili proprio di Djokovic. E, tuttavia, anche in una fase dominante come questa c’è sempre la possibilità di perdere un incontro e proprio in un torneo importante.

Basta davvero poco, come ha insegnato la semifinale contro Medvedev a Roma. Basta, cioè, una banale situazione fisica che abbassi il rendimento, o l’emergere di un accumulo di stanchezza, o una giornata particolarmente felice dell’avversario, o condizioni di gioco non favorevoli e talora l’insieme di queste cose, per giungere alla sconfitta. Nel tennis, come nello sport in generale, la normalità non è vincere tutto e vincere sempre: al contrario, in buona parte dei casi si perde e le vittorie sono tanto più esaltanti proprio perché un evento non scontato, raro, particolare. Per questo, i numeri messi in fila da Sinner sono di così tanto peso e qualità.

Per queste stesse ragioni, non si deve cadere nell’errore di considerare i risultati che Sinner ha fin qui acquisito come qualcosa di scontato, ordinario, routinario e pretendere che batta l’avversario ogni volta che scenda in campo.

In Australia, Sinner era sembrato aver compiuto qualche leggero passo indietro rispetto al tennis espresso fino a qualche mese prima. Djokovic era riuscito a scardinare i meccanismi del ragazzo italiano, ritrovando le formidabili capacità difensive dei bei tempi, rispondendo (come suo solito) benissimo al servizio, annullando decine di break point, ma soprattutto riuscendo ad ottenere l’abbassamento del ritmo e della forza spaventosi del gioco di Sinner, così da azionare angoli, variazioni e trame che hanno determinato quel risultato.

L’italiano, però, sembra aver fatto davvero tesoro di quella partita e la dimostrazione è data dalle due vittorie con il tennista che più di ogni altro è capace di tessere trame simili a quelle utilizzate dal serbo a Melbourne: Medvedev.

Sinner ha battuto il russo in due soffertissimi set a Indian Wells e in tre set a Roma, ancora più sofferti. Nella Capitale, infatti, si erano verificati quasi tutti gli elementi ricordati sopra che possono concorrere a determinare la sconfitta di un campione: condizioni di gioco pesantissime, con campo lento, umidità che rallenta i colpi, palline appesantite che rendono difficile il vincente e il ritmo, un avversario che capisce il momento e sfrutta le condizioni di umidità riuscendo a rallentare il gioco, tessendo una difesa formidabile e trovando angoli e smorzate, rompendo gli schemi di Sinner, che, in più, ha subìto chiaramente gli effetti delle tantissime energie spese nei tornei giocati e una situazione di ansia.

Ma, stavolta, a differenza di Melbourne, Sinner è riuscito a raddrizzare la barra e già all’inizio del terzo set, prima dell’interruzione per pioggia, aveva ripreso quelle redini che in Australia aveva perso.

Affermare, quindi, che quella sconfitta a Melbourne, fisiologica e normale, sia stato un ulteriore trampolino di lancio, non è azzardato; certo, il merito è tutto di Sinner e del suo staff, capaci di trarre da quello stop le lezioni e la forza per poi scatenare questa sequenza di vittorie.

Nella finale con Ruud non si è visto il miglior Sinner. O, forse, non si è visto il Sinner tritatutto, elargitore di punteggi severissimi, ma un campione sicuro e solido, che dall’alto del proprio maggiore livello cerca e trova quei due-tre games di risposta di livello altissimo che segnano le sorti. Il break operato da Sinner per giungere al 5-4, ottenuto con tre drop-shot dimostra come il campione italiano sia in grado di effettuare le necessarie variazioni esattamente quando serve: non per la ricerca dello spettacolo (la sua concretezza di pensiero e di gioco lo lascia lontano dalla ricerca del colpo ad effetto), ma per sconcertare l’avversario, prenderlo di sorpresa. Il resto, lo continua ad ottenere con la solita formidabile risposta al servizio e con un’attitudine maggiore rispetto anche a soli pochi mesi fa a costruire la sua irresistibile azione di pressione anche con traiettorie alte ed angolate, accettando di poter chiudere lo scambio non necessariamente entro pochi colpi, ma con un po’ più di pazienza e strategia. Per gli avversari, questa non è una buona notizia: infatti, si tratta di un’attitudine che avevano Djokovic e Nadal.

Infatti, la partita con Ruud, nonostante l’avvio non brillante, non è mai apparsa in discussione. Si è visto che il livello di Sinner è ben più alto di quello del norvegese.

Complessivamente, si è anche constatato come da febbraio in poi chiunque tenti di salire ai livelli di Sinner, sempre che vi riesca, non riesce a starvi per più di 45 minuti, al massimo un’ora. Poi, cede.

Il che, potrebbe cambiare anche le prospettive del ragazzone nei tornei dello Slam. Come detto, ne ha già vinti 4, ma complessivamente fin qui ha dimostrato di non gradire troppo l’allungamento al 5° set, situazione che nella gran parte dei casi lo vede perdente.

Forse, ma è tutto da dimostrare ed è sperabile comunque che al 5° ci arrivi il meno possibile, le cose sono cambiate. Proprio perché la resistenza strenua degli avversari pare destinata a durare non oltre l’ora di gioco, una prospettiva di una partita che duri oltre le tre ore e conduca Sinner al 5° appare limitata davvero a situazioni al limite: salute non al 100%, giornata galattica dell’avversario, stanchezza non rimediabile.

Si vedrà cosa accadrà a Parigi. Come ha detto Ljubicic, non bisognerebbe certo – visti questi risultati acquisiti – farne una tragedia se il caso e la statistica dei grandi numeri si mettessero di traverso proprio al Bois de Boulogne: la grandezza di Sinner, i suoi record anche oltre i big three, il suo livello di gioco, sono ormai un dato di fatto.

Infine, una piccola considerazione: non c’è un “grande slam” dei 1000, ma ottenere 6 titoli di seguito, a ben vedere, non appare proprio così meno di rilievo di vincere i 4 slam nello stesso anno.

 

 

 

sabato 31 gennaio 2026

Sinner: la lezione da Djokovic ed i piccoli punti deboli di un grandissimo campione

 Se c'è un grande campione del tennis con uno stile diversissimo da quello di Federer è sicuramente Jiannik Sinner.

Eppure, col campionissimo svizzero il ragazzo italiano ha un punto in comune molto importante: una certa tendenza a complicarsi la vita quando ha a disposizione opportunità per fare break all'avversario o anche chiudere i set o i match.
Ora, quando un grandissimo giocatore non è perfettamente cinico e freddo nel cogliere le possibilità offerte dall'avversario e quell'avversario è Novak Djokovic, si entra nel territorio del serbo.
Un territorio fatto non solo di un tennis di livello elevatissimo, dalla sapienza tattica ineguagliabile, ma anche di solidità soprattutto mentale, quella che ha permesso a Djokovic di essere quello che è e anche di vincere sfide praticamente perse (e Federer appunto ne sa qualcosa).
Cosa è successo, dunque, nella semifinale 2026 di Melbourne tra Sinner e Djokovic? Che il serbo è entrato nella testa dell'italiano, levandogli tranquillità nella gestione delle palle break, risultando, invece, lui, il 24 volte campione (contro 4: l'esperienza conta...) di slam chirurgico e spietato nell'approfittare delle proprie opportunità.
Ma, perchè ciò è accaduto? Molto banalmente, perchè Sinner ha giocato una partita certamente di livello altissimo (inutile evidenziare per l'ennesima volta quanto forte sia questo ragazzo), ma "sotto ritmo".
Chi negli anni si è potuto permettere il lusso di sconfiggere Djokovic in più di un'occasione solo sporadica, sa benissimo che bisogna prendere l'iniziativa, tirare molto forte, scegliere prima di lui, decidere velocissimamente o soffocarlo. In quest'ultimo intento riusciva solo Nadal. Federer nelle giornate da Federer giocava alla velocità della luce; Wawrinka, che contro Djokovic ha vinto ben 2 finali di slam, letteralmente lo ha travolto con potenza, costanza, ritmo forsennato.
Nelle precedenti sfide che hanno visto Sinner vincere contro Djokovic era avvenuto che l'italiano era riuscito a fare un po' il Wawrinka, tirando visibilmente più forte del serbo, imponendo un ritmo al palleggio di fatto insostenibile ed impedendo, quindi, al campionissimo di tessere le proprie fitte e micidiali trame di gioco.
Ecco, nella semifinale di Melbourne questo non è accaduto, se non a sprazzi e in parte nel primo set.
Sinner ha giocato abbastanza al di sotto delle proprie potenzialità come ritmo e velocità di palla. Djokovic se n'è accorto ed ha capito di poter condurre una partita delle sue, old style, ma efficacissime. Tanto che nel quarto set è capitato che chi chiudeva in lungo linea, specie di dritto, scambi intensi ma non carichi della potenza consueta di Sinner, era proprio Djokovic.
Evidentemente, Sinner è un cantiere ancora aperto. Ha subìto il ritorno alla grande del campionissimo serbo proprio in un match nel quale ha dimostrato, Sinner, di aver forse risolto una volta e per sempre i problemi del servizio, non solo per la quantità di ace (26, mai successo prima), ma per le percentuali altissime tenute per tutto l'incontro. Ma, a fronte dei miglioramenti evidentissimi al servizio, pare vi sia un arretramento (ovviamente di pochissimo, ma a quei livelli basta e avanza) di potenza e ritmo, del resto apparso anche con Spizzirri e perfino nella parte finale dell'incontro con Darderi.
Non è facile in uno sport molto complesso come il tennis tenere insieme tutti i vari pezzi.
Di sicuro, comunque, Sinner avrà imparato che per giocare alla Djokovic, con scambi in cui si cercano gli angoli, si cambia la direzione, si difende ogni colpo, non si può insistere troppo sulla trama: a un certo punto occorre chiudere appoggiandosi anche al colpo dell'avversario. Il serbo lo fa da due decenni, a memoria. Sinner è più abituato a travolgere l'avversario e, quindi, accettando, abbassando il ritmo, questo modo di giocare si espone alla maggiore esperienza e alla sagacia tattica di chi simile modo di giocare, invece, lo ha proprio nel Dna.
Infine altre poche considerazioni. Sempre ferma restando la grandezza indiscutibile di Sinner, la partita conferma alcuni dati noti ormai da tempo (oltre alla difficoltà a "chiudere" i punti del game, del set o del match). Il nostro miglior tennista di sempre quando arriva al quinto set ha sempre tante difficoltà a uscirne vincitore; inoltre, ha una certa tendenza a perdere al quinto subendo le rimonte degli avversari, sotto per 2 set a 1 o anche per 2 set a zero (è accaduto più volte con Alcaraz ed è avvenuto nella seminifinale con Djokovic).
Forse, Sinner non è così glaciale come appare: ha un certo grado di emotività. Va alla grande se conduce in testa con margine sull'avversario. Le sfide "di testa" lo logorano e lo rendono meno lucido.
Probabilmente la sconfitta con Djokovic, per come è maturata e per i temi che propone, potrebbe essere per lui un'opportunità di crescita ed esperienza, come Sinner ha del resto evidenziato nella conferenza stampa.
Tuttavia, certi punti deboli difficilmente si cancellano. Occorre accettare che il quinto set per lui è un rischio, praticamente contro chiunque, non solo i più forti.
Considerazione finale: ai ritmi con cui Sinner ha giocato con Djokovic, anche se avesse vinto, in finale con Alcaraz non avrebbe avuto nessuna chance.

sabato 21 giugno 2025

Non è solo Alacarazite

Jiannik Sinner ha sviluppato la "Alcarazite", come un tempo Federer la "Nadalite"? E' probabile: 5 incontri consecutivi risolti in favore dello spagnolo certo vogliono dire qualcosa.

C'è, però, da dire che mentre molte sconfitte dello svizzero contro il grandissimo spagnolo furono nette ed indiscutibili, sin qui la gran parte delle partite nelle quali Sinner ha dovuto cedere il passo ad Alcaraz sono state, invece, molto equilibrate. Basti pensare che ben due volte Sinner ha avuto match point (negli Us Open e al Roland Garros), e ricordare la finale tiratissima a Pechino del 2024.

Spesso i confronti tra Sinner ed Alcaraz si compongono di set che finiscono al tie break. Ed è qui che lo spagnolo riesce quasi sempre ad allungare, toccando vertici di rendimento stratosferici.

I segnali dell'Alcarazite sono, probabilmente, proprio due partite vinte dallo spagnolo con match point contro e la tendenza a prevalere nei tie break.

Tuttavia, l'altro verso della medaglia di questi elementi evidenzia che tra i due sostanzialmente non c'è un divario tecnico: si tratta di dettagli.

Forse, Sinner, che appare glaciale e ragionatore, è più emotivo di quanto non dia a vedere. E nei momenti cruciali con lo Spagnolo non riesce ancora del tutto a controllare gli impeti di emozione che pur avvolgono ogni sportivo, quando si avvicina al traguardo. 

In ogni caso, non si può ridurre tutto all'Alcarazite o pensare che il mondo sportivo di Sinner si sia fermato alla finale del Roland Garros del 2025, nonostante si sia trattato di una brutta botta.

A ben vedere, nelle ultime partite giocate da Sinner si sono sviluppati problemi tecnici evidenti, sui quali non si sta riflettendo abbastanza.

Questi problemi sono: il servizio soprattutto e lo spostamento a destra verso il dritto con minore portata ma analoga chiarezza.


La percentuale di prime di servizio di Sinner contro Bublik a Parigi è stata del 58%: non certamente alta, anzi piuttosto bassa. Quel giorno, fu sufficiente a domare il kazako, grazie alla superficie, la terra, che nel ridimensiona talento ed efficacia dei colpi.


Ancora peggiore è stata la percentuale di prime di Sinner nella semifinale con Djokovic: il 51% appena. Le caratteristiche di gioco del serbo, che soffre la potenza della pressione da fondo campo di Sinner, hanno permesso al campione italiano di non risentire troppo di una prima di servizio insufficiente, poichè poteva puntare sugli scambi da fondo come arma vincente, anche sul proprio servizio.


E andiamo alla finale: terza partita consecutiva con percentuali di prime di servizio largamente insufficienti: 54%.
Si deve osservare che anche le percentuali di Alcaraz, 58%, non sono eccezionali, vero. Infatti, nel corso dei 5 set i break ed i controbreak sono stati, non a caso, moltissimi.
Però, Alcaraz ha un tipo di gioco che dà fastidio a Sinner:  per l'inventiva, la potenza, la capacità di reggere da fondo anche sulla diagonale di rovescio, la freschezza atletica, la difesa estrema efficacissima, la capacità di limitare al minimo gli errori nei momenti cruciali e, soprattutto, la risposta.
Se Sinner ha dimostrato di possedere, in questi ultimi tempi, forse la migliore risposta (con Djokovic), Alcaraz dal canto suo ha una risposta costante e, nei momenti delicati, efficacissima.
Quindi, il 54% di prime, con un giocatore come lo spagnolo che non soffre più di tanto il gioco di ritmo e pressione vertiginosa col quale Sinner soffoca gli altri, si rivela un punto debole. Del quale Alcaraz ha saputo approfittare.
Quando? Non nei famosi tre match point, che Sinner ha avuto sul servizio dello Spagnolo, bensì nel game successivo, quando sul 5-4 del quarto set Sinner ha servito per il match. E lì ha subìto il break a 15. Alcaraz ha concentrato in quel game tutta la potenza di fuoco della propria risposta, approfittando del servizio incerto di Sinner.


Anche con Rublev Sinner non aveva ottenuto moltissimo dalla prima: la percentuale è stata sempre bassina, il 62%, ma sufficiente per il gioco a specchio, meno ricco e potente, del russo.


E con Bublik ad Halle? 63%. Meglio, certo, dei rendimenti visti sopra. Tuttavia, contro un giocatore in giornata di grazia e, soprattutto, sull'erba, poche prime di servizio espongono a turni di servizio laboriosi, spesso ai vantaggi, con troppe palle break da difendere. Infatti, così è stato.

L'altro elemento tecnico delicato, che si è visto subito a Roma, è lo spostamento a destra verso il dritto. Dopo tre mesi di stop agonistico, si tratta di una ruggine da mettere nel conto.

Nel corso del torneo di Roma e in particolare, poi, a Parigi, questo aspetto è andato quasi in secondo piano, ma non è mai stato risolto del tutto. Alcaraz, in finale, ha raccolto moltissimo proprio dai lungolinea sul rovescio di Sinner, seguiti da incrociati verso il dritto dell'altoatesino, che spessissimo ha pagato dazio.

Ed è capitato anche ad Halle, con Bublik. Sull'erba tedesca i problemi degli spostamenti laterali verso il dritto (ma anche verso il rovescio) sono sembrati tornare esattamente quelli di Roma.

C'è sicuramente anche la spiegazione delle esigenze imposte dalla superficie: sull'erba si corre diversamente, con passi più corti e veloci e col baricentro più basso, sicchè adattarsi subito non è facile. Specie per chi arriva da un Roland Garros comunque positivo, essendo giunto fino in finale, e molto stressante.

Rispetto a Wimbledon e al resto della stagione, c'è da capire, allora se per Sinner la finale del Roland Garros è uno tra i tanti altri episodi che capiteranno di certo (è impensabile vincere sempre) e, in particolare, con Alcaraz. O se, invece, non si tratta di un episodio, ma di un problema tecnico più serio, che, se non risolto, rischia di causare un'involuzione del gioco.

Ogni problema tecnico, comunque, è superabile. Basti ricordare i miglioramenti visibilissimi di Nadal nel servizio e nel rovescio e di Djokovic, nel dritto e nel servizio, ottenuti negli anni.

C'è solo da comprendere quanto la sfiducia possa giocare un ruolo. Ad Halle il linguaggio del corpo, ha mostrato un Sinner molto sfiduciato. Vedremo.





lunedì 15 luglio 2024

Europei: i grandi meriti della Spagna, la crisi terribile dell'Italia

 L'immagine della Spagna che vince per la quarta volta l'Europeo di football è certo, quella imberbe dei giovani Yamal e Williams, ma, se si consente, ancor più quella di Jesus Navas.


L'esterno trentasettenne è l'ultimo reduce della stagione di maggior fulgore delle furie rosse, quella tra il 2008 e il 2012, quando infilarono la tripletta Europeo-Mondiale-Europeo alla guida di Del Bosque, sapiente adattatore in Nazionale di alcuni dettami di Pep Guardiola.

Dal 2008 al 2024 sono passati 16 anni: ma la Spagna è ancora lì, con ancora Jesus Navas a fare da protagonista, ad alzare un trofeo prestigiosissimo, a ricompensa del calcio migliore giocato sul campo.

Il "tiki-taka" è passato di moda, il "falso nueve" non più utilizzato nemmeno da Guardiola, ma la Spagna ha conservato molto dei fasti del passato: straordinaria proprietà di palleggio, qualità tecniche notevoli, velocità di pensiero e di fraseggio, capacità di cambiare fronte, utilizzo degli spazi, aggiungendo il ritorno alle antiche "ali", appunto i due giovanissimi Yamal e Williams.

Ha vinto perchè ha praticato il calcio migliore, che è risultato tanto più scintillante in un Europeo francamente di basso, talora bassissimo livello. Sarà stata la scarsa condizione di molti atleti, ma per lo più si è visto un calcio bloccato sulle tre quarti, con 10 ad attaccare ed 11 a difendere sulla stessa linea, come fosse rugby, con pochissimi passaggi filtranti, meno ancora lanci, rare incursioni ad aggirare le difese. Pochi gol e poco spettacolo.

E la spagna ha vinto contro l'Inghilterra perchè i bianchi, pur disponendo di potenzialità individuali di altissimo livello, si sono adeguati al livello mediocre visto in generale, sostanzialmente limitandosi ad un catenaccio in chiave moderna e segnando solo quando, mossi dal tentativo di rimontare, hanno accelerato un po' il ritmo (confermando che la Spagna ha, eccome, il punto debole nell'organizzazione difensiva, ma nessuno ha saputo farne tesoro).

Cosa insegna questo Europeo e la vittoria della Spagna all'Italia? Nulla, diremmo. Il calcio italiano si è fermato nel 2000, il giorno della finale dell'Europeo perso col golden gol della Francia.

Basta andare a guardare le formazioni dei tornei successivi. Nel 2006 la meritata, ma inaspettata e per molti versi fortunosa, vittoria è stata ottenuta da una compagine ancora per molti versi basata su quella di 6 anni prima, ma già con vistosi indebolimenti, che, fortunatamente, quell'estate invece giocarono alla grande: ma, giocatori come Grosso, Materazzi, lo stesso Toni erano una scommessa e hanno brillato per poco tempo.

Poi, l'Italia è tornata in una finale nell'Europeo nel 2012, proprio contro la Spagna, che ci liquidò con un 4 a 0 senza appello. Il livello medio dell'Italia, con ancora qualche reduce del 2000, si era ulteriormente abbassato, per poi calare repentinamente nelle successive edizioni, sia del Mondiale (nel quale non riusciamo a qualificarci da due edizioni e comunque a superare il primo turno proprio dal 2006), sia all'Europeo (ricordiamo la squadra con Zaza come attaccante?).

Quello del 2021 è un episodio davvero fortunoso, condizionato da mille congiunzioni astrali e anche dall'epidemia di Covid ancora in corso: il livello generale era ulteriormente sceso e nel 2024 ha toccato il fondo.

Perchè non abbiamo imparato niente? Perchè nel 2008 a fermare l'Italia ai quarti dell'Europeo fu la Spagna. Perchè nel 2012 perdemmo in modo umiliante con la Spagna. Perchè nel 2021 vincemmo ai rigori contro la Spagna una partita dominata dagli iberici. Perchè nel 2024 la Spagna, pur battendoci solo per 1-0 con autogol, comunque ci ha cancellati.

Nel 2000 nessuno si accorse che i club non producevano più talenti e campioni. Per alcuni anni quelli esplosi negli anni '90 hanno continuato a tirare la carretta. Chiuse le loro carriere, i ricambi sono venuti a mancare e il gioco è regredito in maniera incredibile. Nessuno che sappia stoppare, inventare, tirare da lontano, lanciare lungo, soprattutto dribblare. Ormai il calcio italiano è poco più di una pura prestazione atletica di corsa.

La Spagna, invece, ha continuato ad allevare giovani ed evolvere gioco e tattica. E non si fa scrupolo di lanciare giovanissimi come Yamal, ma di confermare anche veterani come Navas, se funzionali alla precisa idea di gioco, che dura da decenni.

La Spagna dimostra quella continuità di "scuola" ed investimento sportivo, che, nel calcio, l'Italia ha dimenticato.

Magari è meglio così. Magari daremo finalmente maggiore attenzione ad altre discipline, nelle quali lo sport italiano si è rilanciato, nuoto ed atletica leggera in primis. L'Italia si è anche scoperta, improvvisamente, culla di tennisti. Però, anche in questo caso, almeno per ora, la Spagna continua a guardarci dall'alto.

Alcaraz, la seconda vittoria a Wimbledon conferma il suo ruolo tra i grandissimi

 Quante finali di slam ha perso in tre set secchi Djokovic? In gioventù uno contro Federer. Più di recente, a Parigi, ovviamente da Nadal.

Questo solo dato fa capire quanto rilevante sia la seconda vittoria di Alcaraz a Wimbledon, di nuovo contro il serbo, quanto superiore sia stato, al di là del turno di servizio suicida sul 5-4 del terzo set.
Da una parte, Alcaraz ha vinto dando l'impressione di essere una categoria superiore, senza nemmeno mai dover toccare i suoi vertiginosi picchi, pur mostrando, come sempre, una potenza, una varietà, un talento strepitosi.
Dall'altra Djokovic sembrava proprio dimesso, ma molto ha contribuito la prestazione dello spagnolo.
Sarà questo il vero passaggio di consegne? Alcaraz è solo il quarto tennista tennista a soli 21 anni a detenere 4 titoli Slam, uno dei pochissimi (6 nell'era open) ad aver fatto la doppietta Parigi-Wimbledon nello stesso anno.
Ha dato la dimostrazione di essere, ormai, superiore a Djokovic. Non è detto che il serbo, reduce, è da ricordare, da un'operazione al menisco di soli 35 giorni fa, non possa rialzare di nuovo la testa.
Ma, se prima partiva favorito contro Alcaraz, come lo scorso anno, quando perse a sorpresa, adesso è lo spagnolo a tenere il timone, non ci sono dubbi.
Non ha nessun punto debole, se non ancora un minimo di confusione, come appunto nel game del 5-4 del terzo set. Sta divenendo, invece, sempre più concreto, restando aggressivo, vario, potente, imprevedibile.
Un'impressione di superiorità spaventosa, che va al di là della posizione nella classifica.
Sinner, certo, ha battuto Alcaraz più volte ed ancora lo batterà, ma lo spagnolo dimostra di arrivare agli appuntamenti prestigiosi veramente carichissimo. Difficile che si possa ripetere il passaggio a vuoto dell'ultimo semestre dell'anno, come avvenuto nel 2023.
Il 2024 conferma che Alcaraz è realmente il tennista che ha preso il testimone idealmente dai formidabili 3, con Federer ormai fuori, Nadal quasi, Djokovic in gioco ma domato come pochissime altre volte nella sua carriera.
Alcaraz molto probabilmente vincerà una quantità molto alta di slam. Quanti? Impossibile predirlo, anche perchè non sappiamo se Sinner crescerà ancora, se lo stesso serbo non produca un ulteriore colpo di coda, se altri giovani esploderanno tra breve. Ma saranno tanti.
Intanto, la sua vittoria schiacciante a Wimbledon è una dimostrazione di forza formidabile.

domenica 28 gennaio 2024

Immenso Sinner: batte Jannik (e Medvedev) e si regala il primo torneo dello slam

 Sinner ha battuto Jannik ed ha conquistato il suo primo torneo dello slam, l’Australian Open 2024.



Certo, dall’altra parte della rete c’era un avversario degno di tutto il rispetto e forte di un’esperienza molto collaudata (sebbene prevalentemente perdente) nelle finali slam, Danjil Medvev, che ha fatto per intero la sua parte.
Ma Sinner, secondo tennista italiano dell’era open a vincere un torneo dello slam e per di più il primo non sulla terra battuta, oggi aveva un ben più duro avversario: Jannik.
Jannik è il ragazzo ancora inesperto, ancora non abituato agli stress di una finale e alle insidie che può presentargli un navigato top 10, che già uno slam comunque l’ha vinto.
Nei primi due set, Sinner non è riuscito a sconfiggere Jannik. E’ stato, quindi, Jannik a giocare nel “vecchio” modo: servizio molto incerto, sia la prima, sia soprattutto la seconda; pochissimi angoli, colpi forti, ma dritto per dritto, con poche variazioni.
Jannik era molto teso. Il suo gioco ha finito per mettere in palla Medvedev, che, accortosi di avere di fronte il ragazzo che aveva già battuto 6 volte di seguito, pur essendo stanco delle precedenti 6 partite, ha preso il sopravvento.
Il russo ha servito alla grande, è rimasto vicino alla riga di fondo, contrariamente alle proprie abitudini e, sempre contraddicendo la natura, ha spinto, ha attaccato, ha variato. Ha mandato Jannik in confusione.
Bravo, Medvedev: ha messo a frutto al massimo possibile il vantaggio dell’esperienza. Ha visto di là Jannik e non ha perdonato.
Ma, a metà del terzo set, l’improvvisa metamorfosi: il viso da adolescente è mutato ed ha preso gli spigoli di quello dell’uomo; lo sguardo riverente ha fatto posto agli occhi del combattente; le spalle si sono allargate. Sinner ha chiesto spazio, ha salutato Jannik ed è entrato definitivamente in campo.
Ci aveva provato anche sul finire del secondo set, ma un Medvedev molto cinico lo aveva ricacciato via.
Nel decimo gioco del terzo, Sinner esce prepotentemente: risponde, resta con una testa degna del miglior Djokovic a macinare, conquista il set.
E’ stata la svolta. Il Sinner ancora solo 22enne, ma molto più maturo di Jannik, ha preso nuovamente a servire forte e preciso, a piazzare aces; ha iniziato a tirare forte e tenere sempre l’iniziativa degli scambi, vincendo sempre quelli prolungati.
Sinner si è accorto che il Medvedev che aveva impaurito Jannik non c’era più. Nel quarto set quei colpi in allungo incrociati destinati a spazzolare le righe che tanto avevano messo in crisi, erano sempre più rari. Mentre crescevano i vincenti di forza di Sinner, come anche gli angoli erano più spesso cercati e trovati.
Il russo ha provato con tutte le sue forze a rimediare. Ha provato alzando il muro: scardinato. Ha provato andando a rete: sempre più spesso, passato. Ha provato con le pause tra un set e l’altro: nessuna distrazione.
Sinner, a differenza di Jannik, non sapeva proprio come avrebbe potuto perdere. Ed ha vinto.
Ha battuto due avversari, fortissimi: l’esperto e bravo (onore al merito) russo, ed il se stesso di qualche mese fa, che aveva provato ad imprigionarlo ed ad impedirgli di completare la cavalcata, anzi la serie di salti da canguro verso il trofeo.
Vincere è sempre difficile: battere in un colpo solo la storia (dal 1976 nessun italiano vinceva un torneo dello slam), l’inesperienza, la tensione, la straordinaria intelligenza tattica dell’avversario e se stesso, è impresa davvero unica.
Questo formidabile modo di vincere il primo slam, al primo tentativo, è la prova definitiva: Sinner, ma ormai anche Jannik, è salito in cima. E sarà difficile scalzarlo.
Probabilmente il “vecchio” Jannik non lo vedremo più: continueremo ad assistere alle imprese di Sinner. Con la consapevolezza chiara che il suo gioco può – ed è incredibile dirlo – ancora migliorare.
Può ancora migliorare il servizio (specie se sotto tensione); può ancor meglio trovare gli angoli; può ulteriormente aumentare gli approcci a rete.
L’attitudine, ormai, invece, è perfetta. Rotta la comprensibile paura della prima volta, adesso il problema sarà prevalentemente degli altri. Specie se, come pare di poter scommettere, Sinner migliorerà ancora.

lunedì 27 novembre 2023

Coppa Davis "italiana" per la seconda volta: lo slancio per Sinner


 

Il tennis non è certamente mai stato uno sport propriamente “italico”. Troppo anglosassone, troppa necessità di silenzio sugli spalti, troppa difficoltà a trovare la giusta miscela tra “testa”, preparazione fisica, tattica, talento, velocità e resistenza.

OItre tutto è uno sport individuale, nel quale creare un clima da “squadra” non è semplice, né automatico.

Però, esiste dal decine e decine di anni la Coppa Davis, una manifestazione a squadre e per Nazioni, che veste il tennis di un fascino e un clima anomalo e diverso: lo rende più “popolano”, aperto al “tifo” (pur sempre composto) anche di chi reputa questo sport un po’ troppo lungo, noioso, ripetitivo e di difficile comprensione (tutti i non tennisti…).

L’Italia è stata la terza Nazione, in ordine di tempo, ad interrompere il dominio assoluto che negli anni precedenti aveva visto vincere sempre e solo Stati Uniti, Australia, Gran Bretagna e Francia, ove del resto il tennis è divenuto subito sport diffusissimo e dove si crearono scuole e metodi di elevato livello.

Ad interrompere quella serie fu nel 1974 il Sud Africa (a spese, in semifinale, dell’Italia e perché l’India rifiutò di giocare la finale a causa del regime di apartheid); nel 1975 fu, poi, la Svezia di Bjorn Borg (in finale con la Cecoslovacchia di Jan Kodes) a riscrivere l’albo d’oro; nel 1976 venne il turno dell’Italia, che battè in finale, come noto il Cile, ma soprattutto fermò lo squadrone australiano (Newcombe, Roche, Dent, Alexander) in semifinale, battendo i “canguri” per la prima volta anche perché per la prima volta li potè affrontare lontano dall’erba di casa loro (infatti, l’anno seguente l’Australia vinse a Sidney).

Quell’albo d’oro, ormai, da anni non conta più. La Davis ha cambiato più volte formula e adesso si gioca con tempi e modalità diversissime rispetto a quei tempi.

Però, l’Italia ha messo il secondo punto esclamativo in questa manifestazione che ci vede come nazione sportiva quasi estranei.

A 47 anni di distanza, di nuovo un gruppo di tennisti riesce a mettere in fila altre Nazioni sfidanti, ottenendo un successo rilevantissimo, nonostante da qualche tempo la formula della Davis sia ritenuta da alcuni una brutta copia dei tempi “eroici”.

Vero, non si gioca più con 5 incontri, 4 singolari e 1 doppio e non si gioca più di volta in volta nelle sede delle Nazioni che si sfidano a seconda dell’alternanza dei tempi. Non si gioca più su 5 set. Tutto si concentra in pochi giorni, con partite 2 su 3, due soli singolari e un doppio e tutto in un campo “neutro” (che resta tale solo se non c’è la Spagna, visto che per ora si gioca a Malaga).

Tuttavia, questa vittoria dell’Italia vale e vale tantissimo. Non solo perché sofferta e giunta dopo aver rischiato ben due volte l’estromissione, prima da parte dell’Olanda, poi da parte della Serbia: ricordiamoci che sul 4-5, 0-40 Sinner contro Djokovic ha ripreso per i capelli una partita che chiunque altro col servo avrebbe perso.

E’ una vittoria formidabile proprio per come è maturata. Giganteggia, ovviamente, la figura di Sinner, decisivo in tutte le sfide, ma straordinario contro la Serbia. Probabilmente è l’unico al mondo ad aver sconfitto Djokovic 2 volte in 12 giorni in singolo, e nello stesso giorno in singolo e doppio e, ancora, ad aver vinto nonostante 3 match ball di seguito in favore del serbo.

Sinner ha giganteggiato non solo nel gioco, ma nel terreno principale del serbo: annullando quei match ball è “entrato nella testa” del n. 1, lo ha scoraggiato, gli ha fatto perdere efficacia. Una cosa praticamente mai vista.

Con l’Australia, in finale, l’opera è stata completata in un modo tipico “da Davis”. La sfida era molto più delicata di quanto non si pensasse e di quanto, ora, non dica il 2-0 inflitto agli aussie.

Infatti, gli australiani potevano vantare un punto sicuro: il doppio, che con questa formula non vale un punto su 5, ma uno su tre, dunque tantissimo.

Non si poteva sbagliare: occorreva vincere entrambi i singolari. Ora, l’Italia si presentava con un gruppo di giocatori di alta classifica; a parte Sinner, anche Musetti è un top player e l’insieme è fatto da giocatori meritatamente ampiamente nei 100 del mondo. Senza poter contare su Berrettini, che ha vissuto un’annata terribile.

Eppure, Musetti ha confermato a Malaga un’annata storta, una di quelle che si spera essere tipiche dei giovani promettenti, caratterizzate da improvvise involuzioni dovute a tantissimi fattori. Sonego non era al meglio. Arnaldi era davvero il jolly.

Ma, quando gli astri si combinano, Arnaldi è riuscito appunto nell’impresa “da Davis”: ha vinto giocando male, forse anche molto male, su Popyrin. Una vittoria dovuta proprio a quello strano clima da Davis, quell’insieme di fattori che spingono i giocatori, dotati comunque evidentemente già di un certo caratterino, a continuare a lottare in partite che probabilmente in tornei individuali perderebbero 10 volte su 10.

C’è la firma di Sinner, ma c’è anche la firma di Arnaldi e davvero del particolare clima “da squadra”, che trasforma ogni tanto uno sport individuale in qualcosa di diverso.

Non era, quindi, scontato battere l’Australia, perché il loro n. 2 era più adatto al gioco su una superficie veloce di quanto non lo fosse il nostro.

In quanto a Sinner, la vittoria perentoria e oggettivamente devastante sul n. 12 del mondo (non uno qualsiasi) per 6-3; 6-0, dimostra che ormai ha fatto lo step: si è issato in quella categoria superiore nella quale adesso le cose cambiano.

Lo si è visto con la vittoria clamorosa con Djokovic. Sinner ha giocato con un atteggiamento diverso. Mentre ancora pochi giorni fa con Medvedev ed il serbo giocava come se dovesse scoprirsi “degno” di questi avversari e sorprendersi un po’ nello sconfiggerli, sabato ha giocato in altro modo: sembrava essere consapevole che dovesse essere Djokovic a dimostrare di essere capace di batterlo e non viceversa.

Lo sguardo di Sinner al cambio di campo per il suo ultimo turno di servizio era quello di un Nadal, di un Federer, di un tennista perfettamente consapevole di avere in pugno la situazione, nonostante dall’altro lato della rete vi fosse Djokovic.

La Davis del 2023 pare un punto di svolta decisivo, sicuramente per Sinner, perché ha capito dove si colloca e la distanza che ormai lo separa dagli altri: adesso lui non è un terzo incomodo.

L’entusiasmo che potrebbe dargli questa vittoria, potrebbe essere simile a quello del 2010 per Djokovic, che proprio dalla vittoria in Davis quell’anno iniziò la fenomenale carriera che conosciamo (nel 2008 aveva già vinto uno Slam in Australia, ma ancora non era maturato del tutto).

Dove arriverà Sinner? Improvvisamente Djokovic, Alcaraz e Medvedev, coloro che attualmente appaiono al suo livello, non è che nel 2024 spariranno. Nulla è, dunque, scontato e quindi l’altoatesino avrà certamente pane per i suoi denti. Ma, ormai è chiaro: potrà ancora perdere, tuttavia potrà anche vincere. L’aver giocato in pochi giorni così tante ore, comprendendo singolo e doppio, restando tutto sommato lucido anche con De Minaur lascia intuire che forse Sinner ha nelle gambe anche il 3 su 5 proprio degli Slam. E, allora, può guardare lontano.

sabato 25 novembre 2023

Sinner supera il vero esame di maturità battendo Djokovic in Davis


 La vittoria per 6-2; 2-6; 7-5 ottenuta a Malaga da Jannik Sinner contro Djokovic è la vera e inconfutabile prova di maturità del giovane altoatesino.

Battere il n. 1 del mondo 2 volte in nemmeno una dozzina di giorni è impresa clamorosa. Specie se entrambe le volte Sinner è stato capace di somministrare al serbo le amare medicine che di solito Djokovic riserva agli avversari.

A Torino, Sinner resse gli scambi da fondo, tenne in maniera straordinaria mentalmente e vinse al tie break del set deciso.

A Malaga, Sinner ha vinto con la classica e micidiale modalità-Djokovic: annullando 3 match ball consecutivi al serbo, fiaccandolo nel morale.

Dopo i match ball persi, il serbo sembrava un pugile suonato: Sinner ne ha approfittato con un cinismo ed una convinzione straordinari.

Stavolta non aveva più gli occhi del ragazzo che si "scopre" in grado di confrontarsi ad armi pari col n. 1 del mondo. Le inquadrature del Sinner in panchina in attesa del game decisivo del terzo set hanno reso un tennista non solo mentalmente fortissimo, come sempre il ragazzo dai capelli carota è stato, ma deciso, col cipiglio di chi sa di essere arrivato a giocarsela con tutti, per restarci, con la piena possibilità di vincere sempre.

L'impresa di Sinner è ancora più rilevante perchè Djokovic non gioca di certo la Davis per onor di firma, ma con pienezza di forze, voglia ed energie: non perdeva dal 2011, infatti.

A Torino Sinner non ha vinto certo per caso, ma si poteva anche immaginare un Djokovic meno attento di quello che, poi, si è rivelato in finale.

Che il serbo potesse vincere le finals era forse scritto: difficile per chiunque batterlo due volte consecutivamente e, inoltre, dalla sconfitta di qualche giorno prima aveva imparato le contromosse, puntualmente utilizzate nella finale.

Questa volta, a Malaga, è stato Sinner a trovare le contromosse. Certo, Djokovic, specie nel primo set, non è sembrato quello della finale di Torino, ma era carico ed ha espresso un livello altissimo, continuando a minacciare ogni turno di servizio del soffertissimo terzo set.

Però, a spuntarla, come detto "alla Djokovic" è stato l'altoatesino. E la vittoria è molto più probante della precedente, perchè nello sport, a questi livelli, confermarsi è sempre più difficile che effettuare l'exploit.

A questo punto, si può definitivamente dare il benvenuto a Sinner tra i grandi.

venerdì 17 novembre 2023

Sinner, prova del Rune superata

 La vittoria di Sinner su Rune di ieri sera alle finals di Torino è ancora più importante e di rilievo rispetto a quella ottenuta a spese di Djokovic, per vari motivi.

In primo luogo, si è trattato della prova del 9: non di rado si sono visti exploit notevoli di tennisti contro avversari quotatissimi, seguiti, poi, da successive prestazioni non all’altezza.

Non era scontato che Sinner battesse anche Rune, col quale per altro fino a ieri aveva sempre perso: potevano residuare troppe scorie dalla vittoria col n. 1 del mondo.

Ancora, mentre la vittoria sul serbo potrebbe rivelarsi episodica, quella col danese rappresenta un ulteriore passo in avanti: sia pechè per la prima volta Sinner lo ha battuto, sia perché ha fatto rispettare la propria migliore classifica e, anche, un certo – sia pur piccolo – divario di esperienza a suo favore.

Ma, l’elemento maggiormente significativo è che ad aver battuto Rune è stato un Sinner certamente molto più opaco di quello visto all’opera con Djokovic. Anche in questo caso per una serie di ragioni: 1) la partita di 3 ore col serbo ha lasciato il segno sui muscoli lombari, come è apparso evidente dalla fine del secondo set; 2) Sinner era maggiormente teso e nervoso della partita precedente, come egli stesso ha ammesso, forse perché consapevole di trovarsi ad affrontare la comprova del salto di qualità; 3) la circostanza di giocare a qualificazione acquisita mette, forse anche inconsapevolmente, a disagio: vincere o perdere può essere interpretato dai controinteressati (Djokovic e Rune) come una sorta di “tatticismo”.

Ciò che conta, comunque, è che Sinner abbia dimostrato una qualità propria dei veri campioni: la capacità di saper resistere a qualche noia fisica e anche psicologica, ma soprattutto di vincere anche in una giornata un po’ storta, dal rendimento palesemente inferiore rispetto alle potenzialità.

Per tutta la partita con Rune, il servizio di Sinner non è stato particolarmente efficace e, dal secondo set in avanti, gli spostamenti meno esplosivi. A parte, poi, la risposta al servizio, ormai arma formidabile del giovane italiano, i fondamentali da fondo sicuramente viaggiavano meno forti e tesi rispetto a quanto visto con Djokovic.

D’altra parte, è materialmente impossibile mantenere sempre in ogni partita lo stesso rendimento. E se Rune aveva già sconfitto Sinner 2 volte in precedenza, è chiaro che Sinner soffre abbastanza il danese. Non a torto. Rune, infatti, ha un gioco agli antipodi di quello di Sinner: tanto quadrato e accorto è quello dell’italiano, tanto imprevedibile e talora avventato è quello del danese. Rune non dà ritmo e tra un set e l’altro cambia totalmente atteggiamento ed assetto. E’ difficile stare dietro a tanta varietà, spesso per altro molto confusionaria, talmente tanto da indurre in confusione chi gioca contro il danese.

Sinner, infatti, nel secondo set è sembrato cadere nella stessa trappola di qualche mese fa a Montecarlo con Rune. Ma, nel terzo, nonostante la schiena dolorante, Sinner si è messo con molta pazienza a ricostruire i propri schemi ed ha insidiato più volte i turni di servizio del danese, mettendo in mostra moltissime risposte strepitose, tanto più che il servizio di Rune è tra i migliori in circolazione.

Un altro esame, molto importante, è stato superato. E’ il primo italiano ad approdare ad una semifinale delle finals. Non è certo roba da poco.

mercoledì 15 novembre 2023

Sinner, una vittoria su Djokovic importante per come è arrivata

 La notizia è che Sinner, dopo alcuni tentativi vani, ha finalmente battuto Djokovic. Ma, l'attenzione vera deve essere incentrata soprattutto sul modo con cui ieri alle finals di Torino ha vinto per 7 5 - 6 7 - 7 6.

Si tratta di una vittoria fondamentale, perchè è avvenuta sostanzialmente sul "terreno" di Djokovic: scambi rapidissimi da fondo, "muro" difensivo, risposte al servizio molto efficaci, profondità, concentrazione e "testa" e, anche, un'ottima seconda palla di servizio.

Inoltre, fattore veramente fondamentale, la vittoria è arrivata anche grazie all'aspetto della preparazione e resistenza fisica: la partita è stata tiratissima ed estremamente equilibrata, come dimostra il punteggio. Ma Sinner è arrivato al tie break decisivo, dopo 3 ore di partita, in condizioni perfette, senza alcun segno di stanchezza (in particolare mentale), nonostante avesse restituito il break che lo aveva portato sul 4 2 e si fosse un po' abbassata la percentuale di prime.

Battere Djokovic dopo 3 ore di lotta, al terzo set e al tie break è una dimostrazione di forza e maturazione formidabili, perchè il serbo può contare pochissime sconfitte dopo 3 ore di lotta, al terzo set e soprattutto al tie break (Federer ne sa qualcosa).

Sinner ha dimostrato che nel corso degli 11 mesi trascorsi del 2023 ha, dunque, migliorato decisamente due aspetti fondamentali del proprio tennis: il servizio (come combinazione di prima palla che viaggia molto, ma soprattutto di seconda molto pesante e spesso oltre i 180 km l'ora); e, in secondo luogo, la resistenza e potenza fisica: ora, è in grado di affrontare senza patemi partite lunghe e durissime.

Con tutto il rispetto per il fenomeno Alcaraz, che Sinner ha battuto la scorsa primavera quando lo spagnolo era al n. 1, la vittoria contro il Djokovic numero 1 ha un peso diverso. Perchè i due, Sinner e Djokovic, hanno aspetti del loro gioco molto simili. E una regola non scritta del tennis prescrive che se si incontrano due giocatori dal gioco simile o speculare, vince sempre il più forte.

Sinner non è diventato improvvisamente più forte di Djokovic, ma ha infranto quella regola. Insomma, adesso può dire di disporre delle armi per giocarsela col serbo, col quale giocherà probabilmente ancora e sicuramente perderà altre partite (anche Djokovic avrà imparato molto da ieri), ma altre ne vincerà.

Sinner, infine, ha dimostrato di avere alcune armi che col serbo funzionano: tira fortissimo, molto profondo ed ha una diagonale di rovescio competitiva. Chi ci ricorda? Djokovic nel recente passato ha perso 4 finali slam: 2 con Murray (US Open e Wimbledon) e 2 con Wawrinka (Parigi e Us Open): esattamente due giocatori che tira(va)no fortissimo (specie lo svizzero) e con un rovescio degno di quello del n. 1. Inoltre, i due erano dotati di un fisico e di una resistenza formidabili.

La via intrapresa da Sinner, quindi, appare quella giusta. Ha ormai raggiunto il livello di un degnissimo top 4 e forse oltre. I traguardi che fino a qualche mese fa parevano possibili, ma lontani, ora diventano più probabili e non così di là da venire.

sabato 30 gennaio 2016

Tennis femminile: qualcosa si muove. Nel maschile no.

La notizia che Angelique Kerber abbia vinto gli Australian Open su Serena Williams non può che essere accolta con piacere.

E' il secondo torneo di seguito del Grande Slam che la Williams non vince, da quando è rientrata ed ha avviato un incredibile periodo di dominanza assoluta: il precedente torneo è stato il celebre Open USa, vinto dalla Pennetta in finale con la straordinaria Vinci, autrice dell'eliminazione della Williams in semifinale, che le ha impedito la conquista del Grande Slam nell'anno solare.

La Kerber è una tennista in qualche modo "normale". E' una donna teutonica, alta, forte, ben piazzata, certo. Ma è una tennista che "gioca a tennis". Ha una tattica ben precisa: si difende benissimo, risponde quasi sempre, sfianca le avversarie in palleggi da fondo campo, utilizza tutto il campo e specialmente gli angoli, passa molto bene, non molla mai.

Insomma, è una tennista che ha un piano tattico chiaro e vince in particolare grazie a questa sagacia, che compensa un talento non brillantissimo (concede poco allo spettacolo) e una potenza non certamente pari nè a quella della Williams o a quella di atlete come Azarenka, Kvitova o Sharapova.

E' per questo tutto sommato un bene che il tennis giocato e la tattica abbiano avuto la meglio sulla potenza pura.

La Williams è da considerare, ovviamente, una grandissima per il numero straordinario di vittorie, meritatamente conquistate. Ma, il suo, non è propriamente tennis. Certo, la tennista Usa fa tutto molto bene, in particolare il servizio (anche se ha evidenti lacune a rete, comuni, però, a molte altre tenniste del circuito). Tuttavia le sue grandi vittorie sono spesso stato soprattutto frutto della debordante superiorità fisica che, grazie a quei bazooka che chiamiamo racchette, le ha consentito di annichilire soprattutto con la potenza le avversarie, impedendo letteralmente loro di giocare, investite da botte non in pochi casi "mascoline" per velocità e forza.

Ovviamente, per tirare così forte e tenere la palla dentro, occorre tempo, colpo d'occhio coordinazione e allenamento. Non basta solo la forza fisica, altrimenti sarebbero solo i colossi ad eccellere nel tennis.

Tuttavia, la Williams rappresenta molto bene nel campo femminile esattamente ciò che è successo nell'evoluzione del tennis. Da sport di agilità e "tocco", necessario per il fatto che si gioca con un attrezzo e non con gli arti, si è trasformato a sport di velocità, resistenza e, appunto, potenza.

Il che, nel tennis femminile, visto che è più difficile sfornare donne tutte dotate della prestanza atletica delle tenniste ricordate prima, ha creato una dominanza della Williams connessa prevalentemente alla soverchiante potenza fisica, più che al gioco.

La vittoria della Kerber, come anche quella della Pennetta (comunque si tratta di donne fisicamente certamente molto ben messe), ci ricorda che il tennis può anche essere diverso dalla sola prova di potenza.

E due tornei dello Slam non vinti (conclusi comunque con una sontuosa semifinale e finale, non bruscolini) da Serena svelano, forse, che anche per lei l'età avanza e si può aprire una nuova era sportiva, della quale non siano protagoniste solo le cannonate.

Altrettanto non può dirsi per il tennis maschile. O, meglio: un nuovo corso il tennis maschile lo ha già preso, nel 2011, quando Djokovic è esploso, Federer ha praticamente esaurito la spinta nei major ( dal 2011 ha vinto solo Wimbledon 2012) e Nadal ha dato fondo agli ultimi grandiosi exploit.

Il nuovo corso vede, ora, un dominatore assoluto, Novak Djokovic, che sta esprimendo un tennis incredibile, senza nessun punto debole e moltissimi punti di forza. Tra i quali si mostra in particolare non tanto la straordinaria risposta che gli consente di affrontare i turni nei quali non serve praticamente con un vantaggio identico a quando serve, non tanto la formidabile resistenza fisica, non solo la preparazione atletica, non solo la clamorosa agilità, ma soprattutto due elementi devastanti per gli avversari. Il primo: una mira incredibile. Djokovic non solo tira naturalmente e senza alcuno sforzo profondissimo, a pochi centimetri dalla linea di fondo, ma ha la capacità di mirare esattamente il fazzoletto di campo colpendo il quale sa di destabilizzare irrimediabilmente l'avversario. Ha fatto così con Federer negli incredibili primi 2 set della semifinale. Il secondo, collegato al primo: Djokovic ha la capacità straordinaria di arrivare sempre sulla palla posizionato in modo perfetto, anche dopo rincorse a perdifiato: per questo tira così profondo e preciso.

Alla luce di questi miglioramenti, l'era che si è aperta nel 2011, per interrompersi in parte ed esplodere lo scorso anno, difficilmente cambierà. Ci sarà un dominatore assoluto che gioca un tennis fantastico, mentre tutti gli altri potranno sperare di imbroccare la settimana ed il giorno giusto, come Wawrinka lo scorso anno a Parigi.