domenica 26 gennaio 2014

#JobsAct #burocrazia False ricostruzioni demagogiche

E’ già oltre i blocchi di partenza la battaglia per la dirigenza politicizzata. Mentre i casi del direttore generale della Asl di Benevento che professa la sua fede nei confronti della deputata (allora) De Girolamo, alla quale deve la nomina, dovrebbero far capire dove risiedano i mali dell’alta burocrazia, politica e media (molto connessi con la politica) propongono come facile e semplicistica soluzione alla “gente” una vera e propria conclamata e definitiva subordinazione della dirigenza alla politica.

Il segretario del Pd, Renzi, ha lanciato il sasso nello stagno col Jobs Act (ce ne siamo occupati sul n. 2/2014 di questa rivista), introducendo l’idea che i dirigenti debbano essere solo a tempo determinato, per dire basta allo strapotere delle burocrazie ministeriali.

A rincarare la dose, sul Corriere della sera di venerdì 24 gennaio è intervenuto Ernesto Galli della Loggia, che con l’editoriale “Qual è il vero potere forte” ha rilanciato un suo analogo editoriale del 2012.

La conclusione dell’editoriale dello scorso 24 gennaio ha dello sconcertante, per quanto travisi totalmente il senso della realtà: “La gabbia di ferro del blocco burocratico-corporativo e degli interessi protetti ha soffocato la politica. C’è solo da sperare che questa, nella nuova stagione che sembra annunciarsi, torni a respirare liberamente per assolvere i compiti cruciali che sono esclusivamente i suoi”.

Insomma, la tesi è che il conservatorismo italiano trovi la sua fonte non nella guida politica, bensì nella burocrazia e nella magistratura di ogni ordine e grado, comprese le magistrature amministrative e contabili. Sicchè, la politica, addirittura soffocata e non soffocante, deve liberarsi da questa oppressione per assolvere ai suoi compiti.

E’ una tesi affascinante, che certamente colpisce la suggestione. Ma essa risulta l’esatto opposto della realtà.

Non si voglio prendere qui le parti dei cosiddetti grand commis o della magistratura per partito preso. Tuttavia è assolutamente necessario chiarire quale sia il ruolo di protagonista in questo circolo vizioso, cioè se davvero la politica sia “vittima” dell’alta burocrazia o, piuttosto, complice, se non addirittura se ne serva per propri fini non sempre commendevoli.

Non dimentichiamo, prima di verificare quali ragioni privano di fondamento il pensiero di Della Loggia, che sono accadute in questi giorni due cose:

a)                  alcuni giudici della Corte costituzionale (per la verità insieme con moltissimi costituzionalisti) hanno espresso parecchie – inevitabili – perplessità sulla costituzionalità della proposta elettorale di Renzi e Berlusconi;

b)                 la Corte dei conti ha per ben due volte stroncato sul piano logico, giuridico e finanziario il disegno di legge di riforma delle province, portato avanti dal renziano Delrio.

Insomma, due delle principali bandiere del “nuovo che avanza” sono già state giudicate per quello che sono, oppure potrebbero essere oggetto di giudizi negativi.

Risulta evidente che l’ondata di piena del “nuovo” cerca da subito di trovare il minor numero di argini possibili al proprio dipanarsi, al di là della valutazione del “merito” delle questioni.

Chi sono i protagonisti del sistema che opprimerebbe la politica, secondo Galli della Loggia?: “Consiglio di Stato, Tar, Corte dei conti, Authority, alta burocrazia (direttori generali, capigabinetto, capi degli uffici legislativi), altissimi funzionari delle segreterie degli organi costituzionali (Presidenza della Repubblica, della Camera e del Senato), vertici di gran parte delle fondazioni bancarie, i membri dei Cda delle oltre ventimila Spa a partecipazione pubblica al centro e alla periferia: sono questi il nucleo del blocco burocratico-corporativo”.

Nell’editoriale del 2012 (Un’invisibile supercasta), il della Loggia aveva aggiunto: “È un’oligarchia che non è passata attraverso nessuna selezione specifica né alcuna speciale scuola di formazione (giacché noi non abbiamo un’istituzione analoga all’Ena francese). Designati dalla politica con un grado altissimo di arbitrarietà, devono in misura decisiva il proprio incarico a qualche forma di contiguità con il loro designatore, alla disponibilità dimostrata verso le sue esigenze, e infine, o soprattutto, alla condiscendenza, all’intrinsichezza — chiamatela come volete — verso gli ambienti e/o gli interessi implicati nel settore che sono chiamati a gestire”.

Il Galli della Loggia del 2012 sembra diverso da quello del 2014. Pur inquadrando sempre nella burocrazia un problema, le due analisi non si tengono insieme e quella del 2012 è la smentita di quella più recente.

Se il “blocco corporativo” è desiginato dalla politica, in modo che sia ad esso contiguo, allo scopo di avere dirigenti condiscendenti, ma meglio dire facenti parti del sistema, è evidentemente impossibile affermare con credibilità che è, poi, la politica “ostaggio” della burocrazia.

L’intento chiaro ed evidente della politica è occupare qualsiasi campo. Questo processo di occupazione, per nulla nuovo, si è particolarmente accentuato con l’instaurazione del principio di separazione della funzione di indirizzo e controllo politico amministrativo, da quello gestionale. Eliminato, in capo a molte (non tutte) amministrazioni il potere di gestione diretta del politico e trasferito, come imposto dagli articoli 97 e 98 della Costituzione, ai vertici amministrativi, la politica ha da sempre cercato di avere una dirigenza “propria”, come sua longa manus. Così da operare sempre direttamente, sia pure per interposta persona.

Renzi, come Galli della Loggia, lasciano credere che vi sia una dirigenza inamovibile, che tutela corporativamente se stessa ed impedisce alla politica di “fare”, esercitando una potente interdizione. Galli della Loggia propone, allora, una nuova subordinazione della dirigenza alla politica; Renzi vede nel rapporto a tempo determinato lo strumento di tale nuova subordinazione.

Si tratta, tuttavia, di un travisamento dei fatti bello e buono. Pensiamo alle autorità indipendenti. La politica ha fatto sempre di tutto per evitare che lo fossero realmente. Mai successo che qualche presidente delle autorità risultasse un illustre sconosciuto alla politica, un vero personaggio indipendente, come dovrebbe essere l’ente amministrato. Rodotà (ex garante privacy) ha militato per anni nelle file del Pd sotto le sue varie vesti; Vegas (Consob) è stato sottosegretario per anni, in capo a Forza Italia – Pdl; Catricalà (autorità telecomunicazioni) è stato consigliere di stato, capo di gabinetto di vari ministri, e componente degli ultimi due Governi; Pizzetti da garante della privacy adesso è il consigliere giuridico del Ministro Delrio. E l’elenco potrebbe continuare, lunghissimo, reperendo sempre una continuità tra carriera politica o appartenenza a partiti o vicinanza a politici, e funzioni nelle authority.

Lo stesso vale per tutta l’alta dirigenza, per nulla scelta con criteri selettivi e meritocratici, ma solo per la “contiguità”.

L’escamotage proposto da Renzi, cioè una dirigenza solo a tempo determinato, non serve a nulla per scardinare il sistema: infatti, gli incarichi ai vertici delle authority, negli uffici di gabinetto dei ministeri, nei consigli di amministrazione delle società pubbliche (ricordate il tesoriere della Lega, Belsito, nel cda della Fincantieri?), nelle segreterie generali o direzioni generali di vertice dei ministeri, sono tutte a tempo determinato e tutte frutto della cooptazione diretta degli organi politici. Di recente, il neo presidente dell’Istat è stato nominato, dopo un passo falso procedurale, dalla commissione affari generali del Senato: nessun concorso, una nomina sempre di origine politica.

E’ piuttosto contraddittorio individuare, allora, nell’alta dirigenza un apparato che priverebbe di respiro la politica, quando tale alta dirigenza è in tutto e per tutto identificata con la politica, ne è espressione e strumento.

In questi giorni è scoppiato il caso Mastrapasqua. Non vogliamo entrare nella questione processuale penale che riguarda il caso dei mancati versamenti all’Inps da parte dell’Ospedale israelitico. La cosa eclatante è che Mastrapasqua è un altro dei tanti grand commis presunti inamovibili, che invece sono incaricati a tempo determinato, ma perpetuamente confermati da ogni ministro e da anni presiede l’Inps in presenza di un colossale conflitto di interessi e di evidente incompatibilità, visto che svolge contemporaneamente altri 24 incarichi, compreso quello di direttore generale dell’Ospedale israelitico, nella veste del quale comunque potrebbe aver messo le mani su pratiche irregolari coinvolgenti l’Inps di cui è presidente.

Queste assurdità non sono certo causate dallo strapotere di Mastrapasqua, sibbene della politica che apre simili spazi di irrazionale modo di gestire la cosa pubblica, del quale non è per nulla vittima, ma esclusiva artefice.

Il bello è che è stata adottata una normativa “anticorruzione” finalizzata a contrastare i conflitti di interessi dei dipendenti pubblici. Si giunge all’assurdo che un usciere deve comunicare all’amministrazione se faccia o meno parte di associazioni, laddove nell’ambito dell’ufficio di appartenza possa trattare pratiche ad esse inerenti, mentre si ammette che la politica nomini in autorità che dovrebbero controllarla proprio esponenti, oppure negli enti pubblici persone in plateali conflitti di interessi, tali che in qualsiasi altra amministrazione, vigente il “Codice etico” sarebbero sottoposti a pesanti procedimenti disciplinari.

Nel frattempo, i segretari comunali, posti al centro del sistema dei controlli e dell’anti corruzione, subiscono sempre più frequentemente revoche dal loro incarico, da parte di comuni riluttanti all’applicazione di norme e regole di minima correttezza. Della Loggia stigmatizza l’ipotesi che dirigenti cooptati dalla politica possano essere condiscendenti verso di essa. Ma, tenere in piedi lo spoil system porta la politica ad utilizzare impropriamente gli strumenti di indirizzo verso la dirigenza, abusandone. Da anni la politica ha a disposizione strumenti per la selezione dei dirigenti da incaricare, in base a procedure aperte e mirate alla valorizzazione del merito, nonché di strumenti di valutazione della gestione svolta. Tuttavia, questi sistemi sono regolarmente inutilizzati. Risulta troppo più comodo e semplice gestire i rapporti sul piano “politico” (l’accordo, il compromesso), che non avvalendosi di strumenti tecnici. Sicchè, le “revoche” dei segretari comunali di questi mesi non passano per sistemi di valutazioni, ma per ragioni di opportunità, spesso connesse ad un clima “di mancata fiducia”, derivante proprio dalla “mancata condiscendenza” ad ingerenze clientelari, come nei concorsi pubblici. E’ quello che è avvenuto nel caso del comune di Cumiana, trattato dalla Civit nella propria delibera 39/2013.

Per quanto riguarda la parte dei presunti, da Galli della Loggia, poteri forti della magistratura, già la scorsa estate Romano Prodi aveva avanzato la bislacca idea di eliminare i Tar, considerati un ostacolo al dipanarsi della funzione politica, la cui decisione, secondo l’editoriale del 2014 del della Loggia, è “la sola realmente legittima”.

Passare da questa visione, semplificata, ad un regime autoritaristico, nel quale l’interesse generale finisce per coincidere sempre e solo con l’interesse dell’associazione privata (i partiti) di volta in volta al potere in maggioranza, è semplicissimo.

La magistratura è, lo insegnano tutti i libri anche più elementari di diritto costituzionale, un potere imprescindibile dello Stato, necessariamente separato dal legislativo e dall’esecutivo, un cardine della libertà. La magistratura amministrativa garantisce i cittadini dalla scorretta applicazione delle norme da parte della pubblica amministrazione. La magistratura contabile ha il compito di accertare che la gestione finanziaria del denaro pubblico, cioè di tutti, avvenga correttamente.

Certo, dà in questi giorni molto fastidio che la Corte dei conti abbia svelato che il re è nudo e che il ddl Delrio è costoso, dannoso e inutile. Ma, purtroppo, inveterata abitudine della politica presunta oppressa da alta dirigenza e magistratura è quella di non tenere in nessun conto le indicazioni tecniche che non la assecondino. Salvo doversi accorgere dopo anni, che trascorrono anche per le leggi procedimentali volte a rendere i processi infiniti, di illegittimità gravissime e macroscopiche, come nel caso della legge elettorale o delle elezioni in Piemonte.

Un sistema perverso per mettere sotto controllo la magistratura è aprirle le porte della politica. Non con l’ingresso (per altro frequentissimo) di magistrati in Parlamento, frutto del diritto all’elettorato passivo concesso a chiunque. Ma mediante il solito sistema della cooptazione dei magistrati nei gabinetti ministeriali, nei vertici dirigenziali, nelle autorità indipendente e, da qualche tempo sempre più di frequente, nel Governo (vedasi il già citato Catricalà o Patroni Griffi).

La magistratura che calca gli uffici amministrativi è un conflitto di interessi ancora più plateale, una causa di intrecci inestricabili tra controllore, controllato e giudicante.

Diagnosi frettolose e un po’ populistiche come quelle proposte da della Loggia e Renzi finiscono solo per aggravare i problemi.

La “supercasta” dei burocrati non la si combatte apprfondendone la subordinazione alla politica, ma esattamente al contrario:

a)                  privando radicalmente e per sempre la politica del deleterio “potere di nomina”, che si esercita sempre scegliendo non sulla base del merito, ma delle appartenenze;

b)                 attivando realmente strumenti di pianificazione e valutazione, che rendono di per sé la dirigenza tutt’altro che fissa e inamovibile.

In assenza dei due rimedi indicati, frutto anche della sola mera logica del cittadino qualunque, qualsiasi altra soluzione, qualsiasi altra lamentazione, restano solo strumento della demagogia.

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