Gli specialisti nell’adulazione e nella salita del carro del vincitore stanno magnificando l’operato di Renzi, che avrebbe incontrato Berlusconi per il “bene comune”, considerando che Grillo non intende trattare sulle riforme e comunque il Cavaliere rappresenta un elettorato di milioni di voti.
Le argomentazioni fornite per questo ragionamento sono una millanteria mal riuscita (ma molto ben propagandata e veicolata) del concetto di “bene comune”.
Come ha ben messo in evidenza Scalfati su La Republica del 19 gennaio, di fatto Renzi ha fatto risorgere Berlusconi-Ispanico, accompagnandolo nei Campi Elisi della sua ritrovata “agibilità politica”. E, infatti, nella stessa giornata, Il Giornale e Libero esultavano per la “pacificazione” che Napolitano non aveva garantito, ma Renzi sì. Ci voleva, in effetti, il figlio “putativo”, che al contrario di Bruto invece di assestare la “pugnalata”, ha amorevolmente ricondotto il “padre” al centro della scena politica. Con disprezzo totale delle conseguenze di una sentenza passata in giudicato, che ha reso Berlusconi un pregiudicato e, dunque, una persona con la quale non è ammissibile alcun tipo di “dialogo”. Specie se tale dialogo è volto addirittura allo scopo di riformare le regole fondanti del patto sociale: la Costituzione e la legge elettorale.
L’amorevole cura del figliolo Renzi ha subito fatto breccia nella stampa, malata dell’immane conflitto di interessi dovuto all’assenza di editori puri: Folli, su Il Sole 24 Ore è tornato a riassegnare per l’ennesima volta a Berlusconi il ruolo di “padre Costituente”, che decine di volte, i media ciechi ed opportunisti, nel passato gli hanno riconosciuto, sempre cadendo nell’inganno o rendendosene complici.
Il problema è che si sta ripetendo anche questa volta il medesimo inganno. I trombettieri che sostengono la causa del “Renzi statista per il bene comune” colpevolmente non tengono conto di alcune fondamentali considerazioni, che rendono allarmante l’azione portata avanti dallo spregiudicato sindaco di Firenze.
In primo luogo, sia il Pd, sia Forza Italia, sono due partiti pesantissimamente sconfitti alle scorse elezioni: complessivamente hanno perso 9 milioni di voti. Per altro, Forza Italia ha perso ulteriormente rappresentatività, dopo il tradimento dei “delfini” berlusconiani, molto attaccati alle poltrone governative, del Nuovo Centro Destra.
Due partiti pesantemente sconfitti alle elezioni non hanno alcuna legittimazione politica a fare da “padri costituenti”, sia perché non hanno ricevuto il consenso, sia perché comunque le riforme che adesso considerano “necessarie” (si veda in merito alla necessità qui) non sono mai state oggetto dei loro programmi elettorali.
In secondo luogo, si continua a sottovalutare, cosa gravissima, l’assenza di legittimazione sia giuridica, sia politica, del Parlamento, cagionata dall’incostituzionalità della legge elettorale. Un parlamento eletto con una rappresentatività sostanzialmente inesistente o comunque estremamente limitata non ha alcun diritto di attivare profonde riforme costituzionali. Dovrebbe limitarsi, previo responsabile scioglimento delle camere da parte del Presidente della Repubblica, ad approvare la sola legge elettorale e le norme necessarie al mantenimento del livello di guardia sull’economia, a questo compulsato da un Governo che dovrebbe dimettersi e gestire i soli affari correnti, sempre con occhio attentissimo all’economia.
Non è da dimenticare, oltre tutto, che il Pd, che si sente nel diritto di assumere l’iniziativa di queste riforme, ha una abnorme maggioranza alla Camera, dovuta proprio al più rilevante vizio di costituzionalità del “porcellum” evidenziato dalla Consulta. Senza questo “trucco”, che ferisce la democrazia e la rappresentatività, Renzi non potrebbe vestire i panni del presunto illuminato riformatore che, gioggioneggiando, cerca di vestire, ingannando tutti coloro i quali non vogliono rendersi conto che il re è nudo.
In terzo luogo, non è affatto corretta la giustificazione dell’iniziativa assunta da Renzi di concordare con Berlusconi i contenuti delle riforme. Detta giustificazione, si basa su due argomentazioni solo apparentemente corrette:
a) le riforme fondamentali debbono essere condivise con tutti;
b) Berlusconi è pur sempre il leader di milioni di elettori.
La giustificazione sub a) è, come dire, la certificazione dell’irrilevanza alla quale si vuol ridurre il Parlamento (sul tema, vedi qui).
Non ci si rende conto che l’incontro tra Renzi e Berlusconi, non a caso da diversi media definito “vertice”, risponde alla più vieta e stanca consuetudine della “prima Repubblica”: l’incontro tra leader di partito, per determinare, tra privati (che i partiti tali sono) destini pubblici. Con una differenza fondamentale e ferale: i “vertici” tra Andreotti, Forlani, Craxi, Longo, Fanfani, etc… erano condotti tra alleati di coalizioni. In questo caso, si arriva al vertice, privato, tra soggetti indicati come “rivali”, sulla cui rivalità da decenni c’è, per altro, molto da ridire.
Il metodo del coinvolgimento e del dialogo proposto da Renzi è totalmente sbagliato. Il metodo, si ribadisce, non il merito. Ovvio che le riforme debbono essere condivise. Ma, per ottenere la condivisione, si deve procedere nel rispetto della Costituzione: si presenta un disegno di legge in Parlamento e nel Parlamento si cercano le condivisione con le altre forze.
In questo modo, non ci sarebbe stata la volgare offesa all’etica e al diritto, consistente nel riabilitare un pregiudicato, in spregio alle sentenze, alla cronaca, alla storia.
La giustificazione sub b) trova la sua smentita in quanto rilevato poco sopra. Per quanto Berlusconi sia rimasto il leader del suo partito, un partito anomalo, senza alcuna modalità democratica di formazione della leadership, proprietario, monarchico, era possibilissimo non coinvolgerlo, attivando in Parlamento la ricerca del consenso.
Non si deve dimenticare che Berlusconi non è più parlamentare. E che in un Paese normale, Renzi non avrebbe potuto incontrarlo, per la semplice ragione che Berlusconi sarebbe già in galera o in misure restrittive.
Berlusconi non può essere un interlocutore col quale parlare: è un pregiudicato. Basta semplicemente questo elemento per comprenderlo (per ulteriori condivisibilissme considerazioni, qui).
Infine, Renzi sta proponendo una serie di idee, dalla trasformazione del Senato all’abolizione delle province, che hanno una similitudine con il Piano rinascita di Gelli davvero inquietante. E, oltre tutto, sembra che la riforma della legge elettorale, l’Ispanico all’italiana, altro non sia che un porcellum sotto mentite spoglie, visto che resterebbero i listini bloccati e l’assenza di preferenze. Cambierebbero solo i collegi.
Il Parlamento sarebbe ulteriormente ridotto a mero ratificatore di decisioni prese altrove, irto come ora di nominati, lontani dal mondo reale, vassalli dell’<<uomo solo al comando>>, che l’italiano cerca sempre, convinto che sia l’uomo della provvidenza, del quale divenire adulante cliente, la soluzione dei problemi, passando, di ventennio in ventennio, in tragiche delusioni.

Non sapevo che Oliveri fosse diventato d'un tratto Grillino. Complimenti
RispondiEliminaC'è l'inveterata abitudine ad etichettare le persone, invece che valutare il merito delle questioni, dibattendo ed anche, ovviamente, confrontando tesi diverse. Per quel che serve, posso garantire che non ho mai avuto, ne avrò, tessere di partito o affiliazioni ad organizzazioni similari (non sapendo esattamente come definire M5S). Se determinate tesi di liberi pensatori possono apparire (è solo apparenza) coincidenti con posizioni partitiche, ciò non può impedire a chi pensa autonomamente di esprimersi, perchè vi sarebbe sempre e comunque uno spezzone di scritto o di idea in parte ricadente in un pensiero espresso da qualcun altro, compreso qualche partito. Sono ovvietà, queste. Stucchevoli. Quanto commenti che non affrontano il merito delle questioni, ma si fermano alle etichette.
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