Dunque, è passata l'idea che occorra un decreto per salvare Roma dalla propria mala gestione, dopo che da anni opera, a Roma, un commissario straordinario, col compito di gestire i debiti accumulati nelle passate gestioni, per l'arco di circa un decennio.
Questa la cronaca. Brevissime riflessioni. Roma è esemplificativa del disastro giuridico-finanziario-amministrativo causato dalle riforme Bassanini e, comunque, di quelle sponsorizzate in generale in questi ultimi 20 anni dall'area liberal-riformista di sinistra, per altro ancora moltissimo in voga, grazie all'operazione altrettanto catastrofica sulle province.
Tra le idee per nulla utili delle riforme Bassanini sugli enti locali, spicca quella di introdurre il direttore generale, spesso pomposamente definito "city manager", in omaggio al provincialismo italiano.
A circa 12 anni di distanza dall'introduzione di questa figura amministrativa, considerata implicitamente (ma talvolta anche piu' chiaramente) del tutto inutile a piu' riprese dalla magistratura amministrativa e contabile, il Parlamento prese atto della sua onerosità e dubbia utilità, eliminandola nei comuni con popolazione inferiore ai 100.000 abitanti. Avevano fatto scalpore incarichi di direttore generale a segretari di convenzione di 5-6 piccolissimi comuni, ciascuno dei quali li compensava con decine di migliaia di euro per fungere, in ognuno di essi, da direttore generale, pur con una presenza settimanale di poche decine di minuti. Moltiplicando questo spreco per migliaia di comuni e per circa 12 anni, è facile intuire come riforme dissennate abbiano contribuito all'esplosione della spesa pubblica, senza utilità alcuna per la comunità amministrata (non risulta che la vita dei cittadini dei comuni nei quali sono stati incaricati i direttori generali sia cambiata in meglio).
Nei grandi comuni e nelle province, la figura del direttore generale però, è rimasta. Ivi inclusa la Capitale. Ora, cosa dovrebbe fare il "city manager"? Lungi dall'essere un grigio burocrate o "mandarino" della pubblica amministrazione, dovrebbe garantire (niente meno) l'attuazione degli indirizzi degli organi di governo sovrintendendo alla gestione dell'ente "perseguendo livelli ottimali di efficacia ed efficienza". Insomma, come si legge in tantissima letteratura, agire da "manager", secondo criteri aziendali, per garantire il raggiungimento dei risultati.
Bene. Nel corso degli anni moltissimi grandi comuni sono sostanzialmente andati a gambe in aria: Brescia, Catania e Roma, su tutti. In nessuno di essi mancava il direttore generale, talvolta coincidente col segretario comunale, gratificato, allo scopo, di quasi una doppia retribuzione.
Ora, nonostante per questi enti il Legislatore sia in vario modo intervenuto per appianare i debiti e, comunque, allo scopo di scaricare sulla fiscalità generale il ripianamento dei debiti e della pessima gestione, non risulta da nessuna parte che qualcuno abbia preso il minimo provvedimento nei confronti dei direttori generali. Coloro, cioè, che, in quanto "city manager", avrebbero dovuto assicurare tutte quelle efficienza, efficacia, managerialità, modernità, capacità di raggiungere risultati.
La vicenda di Roma, insieme a quella di altri, troppi, comuni, insomma, dimostra che riforme azzardate, senza senso, comportano modifiche solo di forma, senza sostanza alcuna, nonchè incremento di costi, senza che ad essi, per altro, corrisponda maggiore assunzione di responsabilità.
Roma è un disastro amministrativo e finanziario, nonostante il "city manager", che evidentemente sta lì per onor di firma, onore che tutti gli italiani si "pregiano" di finanziare.

[…] – 7 gennaio 2014 – #Roma e #decretosalvaRoma paghiamo tutti sprechi e inefficienze altrui di Luigi […]
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