sabato 11 luglio 2015

Province: tutti i flop e ritardi di una riforma disastrosa

Da anni chi scrive ha gioco facile nel vaticinare il fallimento inevitabile e devastante della riforma delle province.

Un pacchetto di norme concepito solo per cercare di cavalcare l’onda del consenso a buon mercato, ritenendo di inseguire i diktat delle inchieste giornalistiche che trinciano giudizi sommari sull’utilità o meno di interi enti, senza andare a guardare le funzioni che gestiscono e senza sapere distinguere tra costi e spese.

E’ vero che anche la celeberrima lettera della Bce al Governo italiano dell’agosto 2011, scritta dalla mano di qualcuno che pensava che le inchieste alla Stella&Rizzo possano davvero essere la guida di una manovra istituzionale, chiedeva di abolire le province.

E’ anche vero che le province potrebbero certo essere abolite. Certo, l’articolo 5 della Costituzione sancisce che la Repubblica “riconosce e promuove le autonomie locali”, disposizione piuttosto incompatibile con l’intendo di eliminarne una. Il riconoscimento, per altro, presuppone l’idea che la Repubblica, una e indivisibile, nasce dopo le autonomie locali e, appunto, le “riconosce”, cioè prende atto della loro preesistenza e rilevanza, per farne assi portanti della propria organizzazione istituzionale.

La semplicissima, ma fondamentale, disposizione dell’articolo 5 della Costituzione, dunque contenuta nella sua prima parte considerata immutabile, regge l’articolo 114 che la riforma costituzionale ancora in Parlamento vuole modificare abolendo la parola “province”, creando un cortocircuito costituzionale ed istituzionale evidente.

Ma, come detto, le province, nonostante il riconoscimento costituzionale, potevano essere eliminate a patto che l’endiadi per la quale la Repubblica oltre a riconoscere “promuove” le autonomie locali, portasse ad una riforma tale appunto da promuovere, cioè valorizzare le autonomie e le funzioni da esse esercitate.

In parole molto più povere, la riforma e l’abolizione delle province sarebbe possibile a patto di meditare molto bene una strategia pluriennale, composta dall’analisi delle funzioni che gestiscono, della migliore riallocazione possibile di tali funzioni e delle risorse per gestirle presso altri enti, nel disegno di un percorso certamente complesso e lungo per la traslazione di un complesso composto da centinaia di funzioni rilevantissime (lavoro, formazione, turismo, tutela del suolo, tutela delle acque, ambiente, viabilità provinciale, trasporti provinciali, pianificazione urbanistica, solo per citarne alcune), un volume di entrate e spesa di circa 10 miliardi, un carico di 56.000 dipendenti,  così da accompagnarla verso gli altri enti, tenendo conto dei tanti, troppi, ormai disarticolati e nemmeno più bene identificabili vincoli finanziari e al personale imposti dalla torrenziale stratificazione normativa degli ultimi 15 anni.

Dunque, per attivare la riforma o l’abolizione occorreva tempo, una strategia, grande competenza e pazienza.

Tutti requisiti che negli estensori della legge 56/2014 e, soprattutto, nella legge 190/2014 mancano in maniera evidentissima.

A dimostrarlo, a sei mesi di distanza dall’entrata in vigore della legge di stabilità 2015 e ad oltre un anno dalla vigenza della legge Delrio sono i fatti a dimostrare il clamoroso fallimento e l’avvitamento in se stessa di una riforma pensata e scritta in modo dilettantistico, per compiacere le inchieste formalistiche ed immaginare di ricavare consenso elettorale a buon mercato.

Infatti, la riforma delle province è fin qui una somma di obiettivi e scadenze mancate che ne ha determinato lo stallo ed il sostanziale fallimento.

Riduzione della spesa. I fautori della riforma hanno sempre sostenuto che essa avrebbe comportato una diminuzione della spesa pubblica. I dati di bilancio dimostrano che la spesa pubblica, invece, continua ad aumentare.

L’intervento sulle province non riduce affatto la spesa. Infatti, la legge 190/2014 non apporta, contrariamente a quanto si afferma, alcun taglio alle province, ma le obbliga a riversare allo Stato nel 2015 circa 2,5 miliardi, che diverranno 5,5 a regime a partire dal 2017. Sarà, dunque, lo stato a spendere i soldi che impedisce di spendere alle province. Senza risparmio alcuno.

Riduzione delle tasse. Come non diminuisce la spesa complessiva, non si riduce nemmeno il volume delle entrate delle province.

Esse, per garantire lo svolgimento delle funzioni fondamentali ed il pagamento del prelievo forzoso allo Stato debbono mantenere invariato il gettito delle imposte. Per altro, il gettito della compartecipazione alle assicurazioni Rc auto è posto a garanzia del prelievo forzoso imposto dallo Stato.

Non solo le tasse non diminuiscono, ma aumentano. E’ sempre più probabile l’introduzione del balzello su imbarchi e sbarchi in aerei e navi per finanziare le città metropolitane, nate già in dissesto. Inoltre le scuole superiori aumentano il contributo volontario di iscrizione, per sopperire ai mancati trasferimenti delle province per manutenzioni ordinarie e spese generali.

Riordino delle funzioni. Lo stallo è totale. Le regioni, che avrebbero dovuto far proprie le funzioni non fondamentali o destinarle ai comuni, o non hanno affatto legiferato, oppure le poche che hanno emanato le leggi non le hanno ancora attuate.

Le funzioni non fondamentali, dunque, restano ancora a 2015 ampiamente inoltrato sulle spalle delle province, con il loro volume di spesa, insostenibile a causa dei prelievi forzosi, tanto da destinarle presto tutte al dissesto, come ha chiarito la Sezione Autonomie della Corte dei conti, con la deliberazione 15/2015.

Trasferimento del personale. Non essendo state attribuite le funzioni provinciali a regioni o comuni, i 20.000 dipendenti provinciali destinati al sovrannumero a causa del taglio lineare alla spesa di personale imposto dalla legge 190/2014 sono praticamente tutti rimasti ancora alle dipendenze delle province, salvo pochissime eccezioni.

Le regioni (tranne il Friuli Venezia Giulia) non hanno ancora acquisito nessuno. I comuni hanno compreso davvero che sono tenuti ad assumere solo i vincitori dei concorsi con graduatorie vigenti o approvate alla data dell’1.1.2015, oppure i provinciali in sovrannumero solo a seguito della deliberazione 19/2015 della Sezione Autonomie della Corte dei conti.

Il bando di mobilità per 1000 dipendenti presso il ministero della giustizia è ancora in alto mare e ci vorranno mesi per giungere alle assunzioni. Il Governo parla di altre 3000 assunzioni presso i tribunali tra il 2016 e il 2017: peccato che i dipendenti in sovrannumero vadano in disponibilità l’1.1.2017.

L’Agenzia nazionale per il lavoro che avrebbe dovuto assorbire 7500 provinciali soprannumerari acquisirà solo 400 dipendenti tra Ministero del lavoro ed Isfol.

La polizia provinciale dovrebbe passare ai comuni, che tuttavia non pare abbiano la disponibilità per assorbire velocemente i 2000 lavoratori interessati.

Scadenze. Nemmeno una delle scadenze per la ricollocazione dei 20.000 dipendenti provinciali è stata centrata.

Entro febbraio 2015 si sarebbero dovuto approvare piani di riorganizzazione delle province e la definizione dei criteri per le procedure di mobilità con un decreto che ancora ad oggi non è stato emanato. Entro marzo 2015 si doveva individuare il personale da mettere in sovrannumero. Ad aprile avrebbe dovuto entrare in funzione la piattaforma di incontro domanda offerta di mobilità (mobilita.gov.it), che invece è priva degli elenchi dei dipendenti provinciali e non consente di gestire le procedure.

Il Dpcm per disciplinare le tabelle di equiparazione del trattamento economico ai fini della mobilità intercompartimentale, indispensabili per i trasferimenti dei dipendenti provinciali verso amministrazioni statali, non è ancora stato registrato dalla Corte dei conti

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