Se c’è un soggetto sempre pronto ad elargire dichiarazioni, a prendere posizioni, ad elaborare “schede di lettura”, a rivendicare che “mancano i soldi”, ci sono “troppi tagli”, ma comunque ad esaltare la capacità ed i risultati “dei sindaci”, questo è certamente l’Associazione Nazionale dei Comuni Italiani (Anci).
Essa è, ormai, presente in ogni dove ed attraverso proprie articolazioni, come la Fondazione Ifel, ha assunto addirittura un potere di soggetto decisore non solo degli strumenti, ma anche delle politiche fiscali.
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sabato 6 febbraio 2016
domenica 10 gennaio 2016
Province, una riforma alla Checco Zalone
La reale domanda è non se è cambiato qualcosa, bensì a cosa realmente sia servito l’intervento di Delrio, quali benefici abbia dato ai cittadini
L’avesse scritta Luca Medici, in arte Checco Zalone, la riforma delle province forse avrebbe avuto la medesima scarsa qualità giuridica (anche se il Medici è laureato in giurisprudenza), ma almeno avrebbe fatto ridere quanto meno quella parte di spettatori che non si ergono ad esperti del grande cinema dei Bergman.
La cosa grave, invece, è che gli effetti comici, ma soprattutto tragici, si sono avuti lo stesso, anche se la riforma non è stata scritta da un comico.
Checco Zalone con il film “Quo vado” non ha certamente realizzato né un’analisi sociologica della riforma, né un suo approfondimento in chiave tecnico o divulgativo. Ha solo tratto spunto dalla circostanza che l’insieme delle leggi 56/2014 e 190/2014 hanno fatto per la prima volta da spinta su larga scala verso la modifica del “posto fisso”, portando alcune migliaia di dipendenti a cambiare lavoro, per costruire la farsesca trama.
Il dipendente provinciale, così, comincia a girovagare per ogni dove, inseguito da una dirigente ministeriale che tenta di convincerlo a dimettersi con incentivi economici (e non solo).
Alla fine, il dipendente provinciale “posto fisso” torna al suo vecchio adorato ufficio del servizio “caccia e pesca” della provincia. Anzi: non della provincia, bensì della città metropolitana, come Zalone precisa con protervia ad una signora che telefona chiedendo dell’ufficio “della provincia”. E quando la medesima signora gli chiede “ma allora, cosa è cambiato?”, Zalone risponde che non è cambiato nulla (oggettivamente, la risposta di Zalone non è stata proprio quella, ma è facile immaginarne il più colorito contenuto).
Il film in modo certo superficiale e grottesco rappresenta uno dei fallimenti della riforma Delrio, quello più facilmente percepito. In molti hanno la sensazione che poiché le province, nonostante i proclami, non sono state per nulla abolite, sono rimaste lì dov’erano e di loro è cambiato solo il nome: città metropolitane, per quegli enti che hanno ricevuto “l’onore” di assurgere a questo nuovo roboante status; oppure, più mestamente “ente di area vasta”, un giro di parole piuttosto cacofonico, al posto di una parola di quasi 3.000 anni di vita, come “provincia”.
Ovviamente, il comune sentire proposto in modo grottesco da Zalone non riesce a cogliere nel segno. Ma, tuttavia, non è nemmeno da disprezzare che un film, sebbene in modo superficiale ed incompleto faccia emergere che ai cittadini, in fondo, della riforma delle province non interessa assolutamente nulla e, comunque, non la considerano affatto una questione rilevante, a disdoro della campagna assordante che, ricordiamo, non è stata solo del Governo in carica, ma anche del Governo Letta, della maggioranza relativa, del Movimento 5 Stelle e di una consistente parte della stampa del filone di critica, ma senza analisi, alla pubblica amministrazione, capeggiata da Stella e Rizzo.
Nella realtà, non è vero che a seguito della riforma Delrio non sia cambiato niente.
La risposta semplificata a mo’ di battuta alla domanda “cosa è cambiato?” è, ovviamente, tranciante e fuorviante.
Il problema non è se qualcosa sia cambiato, bensì se la riforma sia davvero servita a qualcosa.
I cambiamenti ci sono stati e non solo sul piano nominalistico o formale. Ma, sono tutte modifiche peggiorative. Le ex province si sono viste ridurre di 2 miliardi (dopo altri riduzioni per circa 2,5 miliardi sofferti in precedenza) la capacità di spesa, passata da circa i 12 del 2011 agli attuali meno di 7. Il che ha portato a una serie di conseguenze nefaste: province che sono andate in dissesto, altre che non hanno pagato per mesi o ancora (Crotone) non stanno pagando gli stipendi dei propri dipendenti; azzeramento quasi totale degli investimenti, scuole rimaste senza manutenzione, senza arredi e private dei trasferimenti per il funzionamento dei loro uffici; strutture tecniche rimaste senza operatori con sforamento dei termini per le procedure di valutazione di impatto ambientale che mettono in ginocchio le imprese in attesa; strade rimaste con frane, buche e asfalto da rifare; servizi anti neve azzerati, anche se nessuno se n’è accorto grazie agli ultimi due inverni più che clementi sul piano meteorologico. E, poi, ancora, il caos organizzativo interno, i ritardi oceanici della procedura di ricollocazione, che secondo la circolare 1/2015 di Funzione Pubblica ed Affari Regionali si sarebbe dovuta concludere nell’aprile del 2015 e, invece, se dovesse andare bene forse chiuderà nel giugno del 2016, fermo restando che poco meno di 6000 dipendenti addetti ai servizi per il lavoro ancora non sanno neppure per quale ente presteranno servizio: provincia? Regione? Agenzia regionale? Agenzia nazionale per le politiche attive del lavoro?
Il tutto, condito da situazioni grottesche, degne senz’altro della comicità di Checco Zalone, come la “piattaforma” per la ricollocazione dei dipendenti, strombazzata come già pronta a gennaio del 2015 dalla già citata circolare 1/2015, messa in opera ad aprile, ma senza possibilità di implementarla, attivata a fine settembre, quando già era in gran parte inutile perché le regioni si erano finalmente mosse per riallocare le funzioni non fondamentali, ma non funzionante proprio tra novembre e dicembre, cioè quando le amministrazioni pubbliche avrebbero dovuto inserire i posti disponibili, finalizzati appunto alla ricollocazione dei dipendenti provinciali e dar loro risposta alla domanda “quo vado?”.
In questo frangente, in modo insensato la legge 190/2014 ha contraddetto alle indicazioni della legge Delrio. Questa aveva previsto una traslazione delle funzioni non fondamentali delle province da detti enti a quelli subentranti, mantenendo intatto l’apparato organizzativo e le risorse. La legge 190/2014, sconquassando un già deficitario impianto normativo ha, invece, slegato la ricollocazione dalle funzioni, sì da creare i presupposti non per una ricollocazione organizzata dei dipendenti provinciali, tale da mantenere la funzionalità dei servizi, bensì per porre in essere una vera e propria diaspora, una dispersione casuale di professionalità e risorse. Un caos totale ancora in atto, per giunta aggravato dal sostanziale blocco delle assunzioni, ma scritto così male che tra circolari della Funzione Pubblica e pareri della Corte dei conti tutti hanno avuto la possibilità di scrivere contemporaneamente in merito il bianco e il nero. L’assenza di qualsiasi strumenti di controllo ha consentito, per altro, a tantissimi enti di effettuare egualmente assunzioni contrastanti con i vincoli imposti dalla legge ed affetti da nullità.
Ancora, è cambiato che, pur restando, come si è visto, in vita le province, sia pure sotto nuove e caotiche spoglie, i cittadini sono stati privati della possibilità di eleggere le cariche.
Certo, c’è stato un risparmio sui “costi della politica”, magnificato dal Governo come clamoroso risultato, quantificato in 100 milioni. Cifra, in realtà, sovrastimata: il costo per indennità di funzione e gettoni di presenza degli amministratori provinciali era di 83 milioni, come ha spiegato (vanamente) la Sezione Autonomie della Corte dei conti nelle sue audizioni in Parlamento, e sarebbe sceso a 34 milioni per effetto della riduzione dei consiglieri ed assessori, decisa nel 2011. In ogni caso, 100 milioni sarebbero lo 0,01% del totale della spesa pubblica… Comunque, la riforma ha avuto il “pregio” di far sperimentare la verticalizzazione del potere, l’esproprio del diritto di voto e l’imposizione dall’alto di amministratori decisi dalle segreterie dei partiti, anticipando, sia pure in scala ridotta, gli effetti della riforma del Senato.
Dunque, di cose ne sono cambiate. Ma, si torna alla domanda, a cosa è servito? Andiamo per un attimo in Sicilia, regione che si è affannata ad approvare per prima la riforma delle province, sì da far meritare al presidente Rosario Crocetta per mesi gli onori delle cronache e la partecipazione fissa a tutti i talk show televisivi.
Una delle ragioni più “gettonate” a giustificazione della riforma delle province era il “risparmio” della spesa pubblica. Ebbene, la Sicilia dopo oltre 2 anni dall’avvio di quella riforma (che in realtà è andata incontro dopo un po’ all’inevitabile “controriforma”) si trova sull’orlo del collasso definitivo, appesa agli interventi a sostegno del Governo, per circa 1,5 miliardi. Benefici derivanti dalla riforma delle province, allora? Zero.
Lo stesso si può affermare per quanto avvenuto nel resto d’Italia. Gli sconquassi della riforma li abbiamo descritti sopra. Non è possibile, al contrario, reperire nemmeno uno straccio di concreta utilità.
Riduzione della spesa pubblica? Non c’è stata. La riduzione della spesa imposta alle province non si è tradotta, infatti, in “tagli” alla spesa, come purtroppo erroneamente per mesi i media hanno continuato a dire, disinformando. I 5,5 miliardi di riduzione della spesa imposti a regime (a partire dal 2017) alle province dalla legge 190/2014 non si traducono in una minore spesa, ma nell’assegnazione di tale somma allo Stato, che continuerà a spenderle per propri fini. Semplicemente, dunque, le province sono state trasformate in enti-gabellieri, che esigono le imposte provinciali per conto dello Stato, attribuendo a questo le entrate e lasciando quasi senza servizi i cittadini, per i quali non vi è più alcuna corrispondenza di scopo tra tasse versate ed ente destinatario.
Vi è stata, allora, una riduzione delle imposte locali? Nemmeno per sogno. Il gettito delle imposte provinciali non si è ridotto di un centesimo: i cittadini continuano a pagare le stesse tasse di prima.
C’è stata, allora, una riorganizzazione dei servizi, che ha reso più efficiente il sistema? Come visto sopra, no, nella maniera più assoluta. Le province sono state spinte verso il caos e, con loro, almeno per quel che riguarda la gestione del personale, tutti gli altri enti che hanno subito il blocco delle assunzioni.
Il quadro desolante è reso maggiormente tragicomico dalla circostanza che il Governo e il Parlamento, dopo aver ridotto la spesa delle province in modo insostenibile, hanno successivamente adottato in maniera estemporanea ed improvvisata, misure per rimediare, senza per altro coprire l’immenso ammanco. Così, si è consentito di approvare bilanci di previsione solo annuali, per non far vedere gli squilibri di bilancio nel triennio (operazione di cosmesi contabile che non si capisce come possa passare senza osservazioni della Corte dei conti); poi, è stata permessa la rinegoziazione dei mutui, del tutto inutile per le province virtuose che si erano autofinanziate; poi, ancora, sono state previste erogazioni di spiccioli per i lavori nelle scuole o la parzialissima copertura delle spese per assicurare ai disabili sensoriali l’assistenza allo studio. La più grottesca delle previsioni è stata la possibilità di cedere immobili provinciali all’Invimit: un’operazione che si concluderà tra mesi, ben oltre il 31.12.2016, termine ultimo per la conclusione della riforma, da cui deriverà, alla fine, un depauperamento gravissimo del patrimonio immobiliare pubblico, con difficoltà di rientro immense visto l’andamento del mercato immobiliare e, soprattutto, benefici sulla spesa delle province poco più che simbolici.
La domanda, dunque, riguardante a cosa sia servita la riforma delle province riceve questa desolante risposta. E tutto questo, perché Governo e Parlamento, prima di imbarcarsi in una riforma frettolosa, improvvisata, dettata dagli slogan della stampa e del moralismo politico, mal concepita, scritta in modo dilettantesco, non si sono posti i quesiti che qualsiasi riformatore dovrebbe porsi: che obiettivi ho? Quali benefici intendo ottenere? In quali tempi? Con quale organizzazione? Insomma, “quo vado”?
sabato 19 settembre 2015
La mala riforma delle province certificata anche da Moody’s
Per anni il mantra sempre uguale a se stesso dell’abolizione delle province ha imperversato sui giornali. Fino a sfociare nella “sentenza” sulla loro sorte, pronunciata (o, probabilmente, fatta pronunciare) dalla Banca Centrale Europea nel terribile agosto del 2011, con la famosa lettera al Governo italiano: “Incoraggiamo inoltre il Governo a prendere immediatamente misure per garantire una revisione dell'amministrazione pubblica allo scopo di migliorare l'efficienza amministrativa e la capacità di assecondare le esigenze delle imprese. Negli organismi pubblici dovrebbe diventare sistematico l'uso di indicatori di performance (soprattutto nei sistemi sanitario, giudiziario e dell'istruzione). C'é l'esigenza di un forte impegno ad abolire o a fondere alcuni strati amministrativi intermedi (come le Province)”.
Ligi al comandamento della banca centrale e all’Ukaze della stampa, i Governi Monti, Letta e Renzi si sono prodotti con lena nella riforma dell’assetto istituzionale del Paese e delle Province.
Il Governo Monti, producendo una riforma talmente mal congegnata e con strumenti inappropriati da essere incappato in una desolante quanto clamorosa bocciatura da parte della Corte costituzionale che con la sentenza 220/2013, oltre a rilevare l’incostituzionalità dello strumento del decreto legge per modificare l’ordinamento locale, notò anche l’inutilità di una riforma che puntava “alla costruzione di nuove strutture istituzionali, senza peraltro che i perseguiti risparmi di spesa siano, allo stato, concretamente valutabili né quantificabili, seppur in via approssimativa”.
Come è noto, alla desolante perfomance del Governo Monti hanno inteso porre rimedio, in successione il Governo Letta, sotto l’operato del quale l’allora Ministro per gli affari regionali Delrio ha avviato il processo di riforma, completato da Sottosegretario alla Presidenza del consiglio sotto il Governo Renzi, con l’approvazione della legge 56/2014, “completata” dalla legge 190/2014 (che per molti versi va in contrasto frontale con la prima).
Alla domanda se l’iniziativa del Ministro Delrio e del Governo Renzi sia riuscita a rimediare agli errori e all’inefficacia della riforma Monti la risposta, da mesi e mesi la danno i fatti.
La legge 56/2014, esattamente come le riforme di Monti, non ha determinato alcun risparmio di spesa. E’ questa la ragione per la quale la legge 190/2014, in contrasto e malgrado la riforma Delrio, ha imposto “in vitro” una riduzione della spesa delle province di 1 miliardo nel 2015, 2 miliardi nel 2016 e 3 miliardi nel 2017, senza legarla in alcun modo al processo di riordino delle funzioni provinciali.
Insomma, i risparmi, sempre che fossero stati realmente conseguibili, non avrebbero potuto che essere risultato di una razionalizzazione successiva al processo di riallocazione delle funzioni e delle connesse risorse finanziare; inoltre, il risparmio avrebbe potuto essere conseguito solo dagli enti destinatari delle funzioni provinciali, a seguito di una riorganizzazione interna, susseguente all’acquisizione delle funzioni, per effetto di quella sorta di cessione di ramo d’azienda a grandi linee disegnata dall’articolo 1, commi 92 e 96, lettera a), della legge Delrio.
La legge 190/2014, prescindendo totalmente dalla connessione tra funzioni e risorse, ha invece imposto alle province una devastante riduzione della spesa, aggiunta a tagli precedenti per un importo già di circa 3 miliardi dal 2011, senza nemmeno consentire una simmetrica riduzione delle imposte. Infatti, le riduzioni di spesa imposte alle province sono servite a finanziare le spese dello Stato, col risultato di risultare completamente ininfluenti per gli oneri fiscali dei cittadini, che hanno continuato a pagare le stesse imposte di prima. Solo che invece di essere intascate dalle province per la gestione delle loro competenze, ora le province le debbono girare allo Stato, che le spende per tutt’altri fini.
Dunque, sul piano strettamente organizzativo, economico e fiscale, non c’è dubbio alcuno: la riforma Delrio è un flop, addirittura peggiore del tentativo andato a vuoto di Monti. E questo a prescindere dai ritardi spaventosi nell’attuazione della riforma, nonché dalle ulteriori conseguenze finanziarie, che destinano inesorabilmente le province al dissesto e scaricano addosso alle regioni il buco finanziario di 3 miliardi determinato dalla legge 190/2014.
Si dirà: queste osservazioni sono malanimoso frutto di una posizione conservatrice, di stampo “provincialista”, contraria al “nuovo”, alle “riforme che servono per la flessibilità” e portavoce del “partito delle province”, eternamente date per morte ed eternamente in vita.
Diamolo per scontato. Ammettiamo che si tratti di annotazioni di parte, preconcette contro le riforme, a prescindere.
Ci sarebbe da osservare che anche la Corte dei conti, autrice attraverso la Sezione Autonomie non solo di critiche pesantissime al disegno di legge di riforma prima della sua entrata in vigore, ma anche di analisi impietose sugli effetti rovinosi della legge 190/2014; e la Corte dei conti non dovrebbe essere considerato organi “di parte”, iscritto al sempiterno partito delle province.
Ma, ammettiamo che anche i giudici contabili, magari inconsapevolmente si siano schierati contro l’ineluttabilità delle “riforme che servono per la flessibilità”.
C’è, però, in questi giorni un piccolo fatto nuovo. E’ noto che le “riforme che servono per la flessibilità” sono attuate dietro l’occhiuta vigilanza non solo dell’Unione Europea, ma anche dei famosi “mercati”, capaci di mettere in ginocchio la Grecia e, come noto, di spingere quasi oltre il ciglio del burrone l’Italia, proprio nel già ricordato annus horribilis che fu il 2011.
Moody’s, una delle “terribili” agenzie di rating che valutano l’azione politica ed economica anche delle nazioni nei giorni scorsi si è pronunciata da par suo sulle “riforme” dell’Italia e sulla loro efficacia. Ecco cosa scrive Moody’s a proposito delle riforme riguardanti gli enti locali e delle province, secondo quanto riporta Il Fatto Quotidiano on line del 18 settembre: “Nel complesso l’opinione di Moody’s è positiva sui provvedimenti che riguardano l’armonizzazione contabile, la rinegoziazione del debito di Comuni e Province, la razionalizzazione delle società partecipate e la centrale unica degli acquisti. Sospeso invece il giudizio sulla riforma delle province, perché non è chiaro come saranno redistribuiti i compiti e di conseguenza gli oneri”.
Sembra quasi di rileggere i rilievi della Consulta riferiti al flop della riforma di Monti. Né Moody’s può essere accusata di iscriversi al partito delle province o di appartenere alla razza dei volatili rapaci notturni.
La realtà, se guardata con l’evidenza dei fatti, non può sfuggire nemmeno a chi, come Moody’s, certamente non può considerarsi in maniera preconcetta sfavorevole a qualsiasi riforma dell’assetto pubblico, soprattasso se presentata come strumento di semplificazione e riduzione della spesa.
Il fatto è che il micidiale combinato disposto delle leggi 56/2014 e 190/2014 (aggravato ulteriormente dai bizantini decreti sulla mobilità dei dipendenti) di certo non ha fatto capire a nessuno come, quando e a carico di chi saranno riordinate le funzioni provinciali; di conseguenza, rimane impossibile comprendere gli effetti economici della riforma, se per effetti economici si deve intendere effetti qualificati dall’aggettivo “benefici”.
Fin qui si sono visti solo ritardi, contraddizioni, interpretazioni giurisprudenziali di segno opposto, contrasti, rinvii dei bilanci, addirittura bilanci approvati per il solo 2015 ma non per il trienni, parziali ripensamenti, toppe alle falle come il maldestro ed incompleto “decreto enti locali”.
Di riorganizzazione, semplificazione, risparmi, maggiore efficienza non c’è nemmeno l’ombra. Ma, non c’era bisogno di Moody’s per accorgersene.
Ligi al comandamento della banca centrale e all’Ukaze della stampa, i Governi Monti, Letta e Renzi si sono prodotti con lena nella riforma dell’assetto istituzionale del Paese e delle Province.
Il Governo Monti, producendo una riforma talmente mal congegnata e con strumenti inappropriati da essere incappato in una desolante quanto clamorosa bocciatura da parte della Corte costituzionale che con la sentenza 220/2013, oltre a rilevare l’incostituzionalità dello strumento del decreto legge per modificare l’ordinamento locale, notò anche l’inutilità di una riforma che puntava “alla costruzione di nuove strutture istituzionali, senza peraltro che i perseguiti risparmi di spesa siano, allo stato, concretamente valutabili né quantificabili, seppur in via approssimativa”.
Come è noto, alla desolante perfomance del Governo Monti hanno inteso porre rimedio, in successione il Governo Letta, sotto l’operato del quale l’allora Ministro per gli affari regionali Delrio ha avviato il processo di riforma, completato da Sottosegretario alla Presidenza del consiglio sotto il Governo Renzi, con l’approvazione della legge 56/2014, “completata” dalla legge 190/2014 (che per molti versi va in contrasto frontale con la prima).
Alla domanda se l’iniziativa del Ministro Delrio e del Governo Renzi sia riuscita a rimediare agli errori e all’inefficacia della riforma Monti la risposta, da mesi e mesi la danno i fatti.
La legge 56/2014, esattamente come le riforme di Monti, non ha determinato alcun risparmio di spesa. E’ questa la ragione per la quale la legge 190/2014, in contrasto e malgrado la riforma Delrio, ha imposto “in vitro” una riduzione della spesa delle province di 1 miliardo nel 2015, 2 miliardi nel 2016 e 3 miliardi nel 2017, senza legarla in alcun modo al processo di riordino delle funzioni provinciali.
Insomma, i risparmi, sempre che fossero stati realmente conseguibili, non avrebbero potuto che essere risultato di una razionalizzazione successiva al processo di riallocazione delle funzioni e delle connesse risorse finanziare; inoltre, il risparmio avrebbe potuto essere conseguito solo dagli enti destinatari delle funzioni provinciali, a seguito di una riorganizzazione interna, susseguente all’acquisizione delle funzioni, per effetto di quella sorta di cessione di ramo d’azienda a grandi linee disegnata dall’articolo 1, commi 92 e 96, lettera a), della legge Delrio.
La legge 190/2014, prescindendo totalmente dalla connessione tra funzioni e risorse, ha invece imposto alle province una devastante riduzione della spesa, aggiunta a tagli precedenti per un importo già di circa 3 miliardi dal 2011, senza nemmeno consentire una simmetrica riduzione delle imposte. Infatti, le riduzioni di spesa imposte alle province sono servite a finanziare le spese dello Stato, col risultato di risultare completamente ininfluenti per gli oneri fiscali dei cittadini, che hanno continuato a pagare le stesse imposte di prima. Solo che invece di essere intascate dalle province per la gestione delle loro competenze, ora le province le debbono girare allo Stato, che le spende per tutt’altri fini.
Dunque, sul piano strettamente organizzativo, economico e fiscale, non c’è dubbio alcuno: la riforma Delrio è un flop, addirittura peggiore del tentativo andato a vuoto di Monti. E questo a prescindere dai ritardi spaventosi nell’attuazione della riforma, nonché dalle ulteriori conseguenze finanziarie, che destinano inesorabilmente le province al dissesto e scaricano addosso alle regioni il buco finanziario di 3 miliardi determinato dalla legge 190/2014.
Si dirà: queste osservazioni sono malanimoso frutto di una posizione conservatrice, di stampo “provincialista”, contraria al “nuovo”, alle “riforme che servono per la flessibilità” e portavoce del “partito delle province”, eternamente date per morte ed eternamente in vita.
Diamolo per scontato. Ammettiamo che si tratti di annotazioni di parte, preconcette contro le riforme, a prescindere.
Ci sarebbe da osservare che anche la Corte dei conti, autrice attraverso la Sezione Autonomie non solo di critiche pesantissime al disegno di legge di riforma prima della sua entrata in vigore, ma anche di analisi impietose sugli effetti rovinosi della legge 190/2014; e la Corte dei conti non dovrebbe essere considerato organi “di parte”, iscritto al sempiterno partito delle province.
Ma, ammettiamo che anche i giudici contabili, magari inconsapevolmente si siano schierati contro l’ineluttabilità delle “riforme che servono per la flessibilità”.
C’è, però, in questi giorni un piccolo fatto nuovo. E’ noto che le “riforme che servono per la flessibilità” sono attuate dietro l’occhiuta vigilanza non solo dell’Unione Europea, ma anche dei famosi “mercati”, capaci di mettere in ginocchio la Grecia e, come noto, di spingere quasi oltre il ciglio del burrone l’Italia, proprio nel già ricordato annus horribilis che fu il 2011.
Moody’s, una delle “terribili” agenzie di rating che valutano l’azione politica ed economica anche delle nazioni nei giorni scorsi si è pronunciata da par suo sulle “riforme” dell’Italia e sulla loro efficacia. Ecco cosa scrive Moody’s a proposito delle riforme riguardanti gli enti locali e delle province, secondo quanto riporta Il Fatto Quotidiano on line del 18 settembre: “Nel complesso l’opinione di Moody’s è positiva sui provvedimenti che riguardano l’armonizzazione contabile, la rinegoziazione del debito di Comuni e Province, la razionalizzazione delle società partecipate e la centrale unica degli acquisti. Sospeso invece il giudizio sulla riforma delle province, perché non è chiaro come saranno redistribuiti i compiti e di conseguenza gli oneri”.
Sembra quasi di rileggere i rilievi della Consulta riferiti al flop della riforma di Monti. Né Moody’s può essere accusata di iscriversi al partito delle province o di appartenere alla razza dei volatili rapaci notturni.
La realtà, se guardata con l’evidenza dei fatti, non può sfuggire nemmeno a chi, come Moody’s, certamente non può considerarsi in maniera preconcetta sfavorevole a qualsiasi riforma dell’assetto pubblico, soprattasso se presentata come strumento di semplificazione e riduzione della spesa.
Il fatto è che il micidiale combinato disposto delle leggi 56/2014 e 190/2014 (aggravato ulteriormente dai bizantini decreti sulla mobilità dei dipendenti) di certo non ha fatto capire a nessuno come, quando e a carico di chi saranno riordinate le funzioni provinciali; di conseguenza, rimane impossibile comprendere gli effetti economici della riforma, se per effetti economici si deve intendere effetti qualificati dall’aggettivo “benefici”.
Fin qui si sono visti solo ritardi, contraddizioni, interpretazioni giurisprudenziali di segno opposto, contrasti, rinvii dei bilanci, addirittura bilanci approvati per il solo 2015 ma non per il trienni, parziali ripensamenti, toppe alle falle come il maldestro ed incompleto “decreto enti locali”.
Di riorganizzazione, semplificazione, risparmi, maggiore efficienza non c’è nemmeno l’ombra. Ma, non c’era bisogno di Moody’s per accorgersene.
domenica 23 agosto 2015
Disastro province: anche il Corriere della sera lo certifica
Sul Corriere della sera del 23 agosto 2015, nell’articolo Regioni, bocciatura sui conti”, Mario Sensini, a proposito delle questioni aperte della finanza locale, scrive: “L'abolizione delle Province doveva portare forti risparmi già quest'anno, ma sempre secondo la Corte dei Conti alla fine sarà il governo a metterci soldi, ed un paio di miliardi rischiano di non bastare”.
Rispetto al Corriere della sera sono noti questi dati:
Il Corriere della sera, dunque, non può certo essere sospettato di disfattismo nei confronti del governo, né di non considerare la riforma delle province come una delle importantissime “riforme” che dovrebbero rilanciare le sorti dell’economia italiana.
Di conseguenza, fa ancora più clamore che un’importante firma del Corriere sottoscriva con pochissime righe e parole il fallimento clamoroso, totale, imperdonabile della riforma delle province attivata dal Governo.
Senza troppo girare intorno, il Corriere non fa altro che riportare i dati evidenziati per ben due volte dalla Corte dei conti, Sezione Autonomie, nella delibera 17/2015 e nella relazione sullo stato finanziario delle autonomie locale: i conti sulle province, in particolare quelli elaborati ai fini della legge 190/2014, sono totalmente sbagliati.
Riassumiamoli, questi conti. In presenza di tagli consolidati alle province del valore di circa 3,7 miliardi, frutto delle manovre finanziarie dal 2010 ad oggi, 3,7 su un totale di spesa di circa 12 miliardi (dunque il 30,83%, un’incidenza mai vista per nessun altro tipo di ente), la legge 190/2014 ha previsto ulteriori prelievi forzosi per i bilanci provinciali, nell’ordine di un miliardo nel 2015, 2 miliardi nel 2016 e 3 miliardi nel 2017. A regime le riduzioni di spesa per le province (in gran parte corrispondenti ad incrementi di entrata per il bilancio dello Stato) si avvicinano a 6,7 miliardi, più della metà della spesa complessiva al 2010.
Lo avrebbe capito chiunque che la portata della riduzione di spesa immaginata da chi ha redatto la legge 190/2014 non sarebbe stata sostenibile. Ma il Governo ha inteso tirare dritto, contro qualsiasi evidenza dei fatti.
Tuttavia, i fatti, specie se costituiti da numeri, alla lunga risultano sempre incontrovertibili. La manovra economica sulle province è stata computata male, ma in più il processo di riordino delle funzioni e di mobilità del personale in soprannumero, che avrebbe solo spostato di qualche anno il dissesto delle province, nemmeno sono partiti.
Il Governo, allora, pur senza ammettere di aver clamorosamente sbagliato obiettivi, metodi, grandezze e modalità della riforma, a partire dall’estate ha iniziato a cercare di porre rimedio ai disastri commessi, spinto dalla Corte dei conti.
Come abbiamo già avuto modo di sottolineare, il terreno per rivedere e correggere gli errori è stata la legge 125/2015, di conversione del d.l. “enti locali”. Il Governo ha certificato i propri sbagli:
Ma, anche questi stratagemmi non bastano. La legge 190/2014 ha creato un immenso buco nella finanza locale, di circa 3 miliardi: distribuito per metà tra province e regioni.
Il Corriere della sera, con l’articolo citato all’inizio, non fa altro che confermare quanto da mesi chi scrive evidenzia in quasi totale solitudine: la riforma delle province, così come impostata, è sbagliata e non può produrre effetti.
Sicchè, uno dei giornali più in linea col Governo conferma:
Ma, se lo Stato rimette a disposizione delle province almeno 2 dei 3 miliardi che prevedeva di sottrarre loro, allora la legge 190/2014 davvero era completamente sbagliata.
Uno sfacelo, che probabilmente rimarrà senza responsabili sul piano finanziario e contabile. Non si sa se almeno sarà fatta valere la responsabilità politica di tutto ciò.
Un’ultima considerazione. La petulante e inutile riforma delle province ha comportato conseguenze dirette nei confronti di categorie deboli di persone, come gli allievi disabili della vista e dell’udito nelle scuole, per i quali le province sostengono i costi di operatori di sostegno allo studio. Molte province hanno sospeso o ridotto il servizio, altre non saprebbero come renderlo nel 2016 o 2017. La legge 125/2015, allora, utilizza soldi non finalizzati dalle regioni allo sblocco dei pagamenti, per 30 milioni, da destinare alle province, proprio allo scopo di finanziare questi servizi, anche se il costo complessivo è da stimare in almeno 4 volte quanto messo a disposizione dallo Stato.
Anche questa piccola, ma importante, manovra per le categorie direttamente colpite nella carne viva da una riforma dissennata dimostra quanto sommaria, greve ed erronea sia stata l’operazione del Governo e del Parlamento. Bene che vi si stia ripensando. Tuttavia, è grave che chi ha avviato simile riforma non ne risponda ed, anzi, continui la scalata a posti di Governo sempre più prestigiosi; così come è ovvio che i correttivi tardivi ad un disastro non possono mai ripristinare appieno la situazione. Le ferite di riforme fatte per soddisfare il populismo di chi su inchieste sommarie costruisce fama e ricchezza, resteranno sempre evidenti.
Rispetto al Corriere della sera sono noti questi dati:
- a) è un giornale totalmente filogovernativo; tanto che l’ex direttore De Bortoli è stato allontanato perché non integralmente pro-governo e tanto che nei giorni scorsi proprio sulle pagine del Corriere è stato pubblicato l’appello dell’alta borghesia finanziaria del Nord a sostenere Renzi;
- b) è il giornale che, grazie all’accoppiata Stella-Rizzo, ha avviato la petulante e incessante campagna anti province.
Il Corriere della sera, dunque, non può certo essere sospettato di disfattismo nei confronti del governo, né di non considerare la riforma delle province come una delle importantissime “riforme” che dovrebbero rilanciare le sorti dell’economia italiana.
Di conseguenza, fa ancora più clamore che un’importante firma del Corriere sottoscriva con pochissime righe e parole il fallimento clamoroso, totale, imperdonabile della riforma delle province attivata dal Governo.
Senza troppo girare intorno, il Corriere non fa altro che riportare i dati evidenziati per ben due volte dalla Corte dei conti, Sezione Autonomie, nella delibera 17/2015 e nella relazione sullo stato finanziario delle autonomie locale: i conti sulle province, in particolare quelli elaborati ai fini della legge 190/2014, sono totalmente sbagliati.
Riassumiamoli, questi conti. In presenza di tagli consolidati alle province del valore di circa 3,7 miliardi, frutto delle manovre finanziarie dal 2010 ad oggi, 3,7 su un totale di spesa di circa 12 miliardi (dunque il 30,83%, un’incidenza mai vista per nessun altro tipo di ente), la legge 190/2014 ha previsto ulteriori prelievi forzosi per i bilanci provinciali, nell’ordine di un miliardo nel 2015, 2 miliardi nel 2016 e 3 miliardi nel 2017. A regime le riduzioni di spesa per le province (in gran parte corrispondenti ad incrementi di entrata per il bilancio dello Stato) si avvicinano a 6,7 miliardi, più della metà della spesa complessiva al 2010.
Lo avrebbe capito chiunque che la portata della riduzione di spesa immaginata da chi ha redatto la legge 190/2014 non sarebbe stata sostenibile. Ma il Governo ha inteso tirare dritto, contro qualsiasi evidenza dei fatti.
Tuttavia, i fatti, specie se costituiti da numeri, alla lunga risultano sempre incontrovertibili. La manovra economica sulle province è stata computata male, ma in più il processo di riordino delle funzioni e di mobilità del personale in soprannumero, che avrebbe solo spostato di qualche anno il dissesto delle province, nemmeno sono partiti.
Il Governo, allora, pur senza ammettere di aver clamorosamente sbagliato obiettivi, metodi, grandezze e modalità della riforma, a partire dall’estate ha iniziato a cercare di porre rimedio ai disastri commessi, spinto dalla Corte dei conti.
Come abbiamo già avuto modo di sottolineare, il terreno per rivedere e correggere gli errori è stata la legge 125/2015, di conversione del d.l. “enti locali”. Il Governo ha certificato i propri sbagli:
- a) consentendo alle province di approvare i bilanci per il solo 2015: ciò non fa che confermare gli errori di computo sugli anni 2016 e 2017;
- b) addossando alle regioni il costo delle funzioni non fondamentali.
Ma, anche questi stratagemmi non bastano. La legge 190/2014 ha creato un immenso buco nella finanza locale, di circa 3 miliardi: distribuito per metà tra province e regioni.
Il Corriere della sera, con l’articolo citato all’inizio, non fa altro che confermare quanto da mesi chi scrive evidenzia in quasi totale solitudine: la riforma delle province, così come impostata, è sbagliata e non può produrre effetti.
Sicchè, uno dei giornali più in linea col Governo conferma:
- a) la riforma non ha portato fin qui nemmeno un centesimo di risparmi;
- b) i conti erano sbagliati;
- c) è necessario correre ai ripari;
- d) occorre prevedere (probabilmente nella legge di stabilità) almeno 2 miliardi per consentire alle province (che non sono state affatto abolite) di svolgere le proprie funzioni.
Ma, se lo Stato rimette a disposizione delle province almeno 2 dei 3 miliardi che prevedeva di sottrarre loro, allora la legge 190/2014 davvero era completamente sbagliata.
Uno sfacelo, che probabilmente rimarrà senza responsabili sul piano finanziario e contabile. Non si sa se almeno sarà fatta valere la responsabilità politica di tutto ciò.
Un’ultima considerazione. La petulante e inutile riforma delle province ha comportato conseguenze dirette nei confronti di categorie deboli di persone, come gli allievi disabili della vista e dell’udito nelle scuole, per i quali le province sostengono i costi di operatori di sostegno allo studio. Molte province hanno sospeso o ridotto il servizio, altre non saprebbero come renderlo nel 2016 o 2017. La legge 125/2015, allora, utilizza soldi non finalizzati dalle regioni allo sblocco dei pagamenti, per 30 milioni, da destinare alle province, proprio allo scopo di finanziare questi servizi, anche se il costo complessivo è da stimare in almeno 4 volte quanto messo a disposizione dallo Stato.
Anche questa piccola, ma importante, manovra per le categorie direttamente colpite nella carne viva da una riforma dissennata dimostra quanto sommaria, greve ed erronea sia stata l’operazione del Governo e del Parlamento. Bene che vi si stia ripensando. Tuttavia, è grave che chi ha avviato simile riforma non ne risponda ed, anzi, continui la scalata a posti di Governo sempre più prestigiosi; così come è ovvio che i correttivi tardivi ad un disastro non possono mai ripristinare appieno la situazione. Le ferite di riforme fatte per soddisfare il populismo di chi su inchieste sommarie costruisce fama e ricchezza, resteranno sempre evidenti.
sabato 11 luglio 2015
Province: tutti i flop e ritardi di una riforma disastrosa
Da anni chi scrive ha gioco facile nel vaticinare il fallimento inevitabile e devastante della riforma delle province.
Un pacchetto di norme concepito solo per cercare di cavalcare l’onda del consenso a buon mercato, ritenendo di inseguire i diktat delle inchieste giornalistiche che trinciano giudizi sommari sull’utilità o meno di interi enti, senza andare a guardare le funzioni che gestiscono e senza sapere distinguere tra costi e spese.
E’ vero che anche la celeberrima lettera della Bce al Governo italiano dell’agosto 2011, scritta dalla mano di qualcuno che pensava che le inchieste alla Stella&Rizzo possano davvero essere la guida di una manovra istituzionale, chiedeva di abolire le province.
E’ anche vero che le province potrebbero certo essere abolite. Certo, l’articolo 5 della Costituzione sancisce che la Repubblica “riconosce e promuove le autonomie locali”, disposizione piuttosto incompatibile con l’intendo di eliminarne una. Il riconoscimento, per altro, presuppone l’idea che la Repubblica, una e indivisibile, nasce dopo le autonomie locali e, appunto, le “riconosce”, cioè prende atto della loro preesistenza e rilevanza, per farne assi portanti della propria organizzazione istituzionale.
La semplicissima, ma fondamentale, disposizione dell’articolo 5 della Costituzione, dunque contenuta nella sua prima parte considerata immutabile, regge l’articolo 114 che la riforma costituzionale ancora in Parlamento vuole modificare abolendo la parola “province”, creando un cortocircuito costituzionale ed istituzionale evidente.
Ma, come detto, le province, nonostante il riconoscimento costituzionale, potevano essere eliminate a patto che l’endiadi per la quale la Repubblica oltre a riconoscere “promuove” le autonomie locali, portasse ad una riforma tale appunto da promuovere, cioè valorizzare le autonomie e le funzioni da esse esercitate.
In parole molto più povere, la riforma e l’abolizione delle province sarebbe possibile a patto di meditare molto bene una strategia pluriennale, composta dall’analisi delle funzioni che gestiscono, della migliore riallocazione possibile di tali funzioni e delle risorse per gestirle presso altri enti, nel disegno di un percorso certamente complesso e lungo per la traslazione di un complesso composto da centinaia di funzioni rilevantissime (lavoro, formazione, turismo, tutela del suolo, tutela delle acque, ambiente, viabilità provinciale, trasporti provinciali, pianificazione urbanistica, solo per citarne alcune), un volume di entrate e spesa di circa 10 miliardi, un carico di 56.000 dipendenti, così da accompagnarla verso gli altri enti, tenendo conto dei tanti, troppi, ormai disarticolati e nemmeno più bene identificabili vincoli finanziari e al personale imposti dalla torrenziale stratificazione normativa degli ultimi 15 anni.
Dunque, per attivare la riforma o l’abolizione occorreva tempo, una strategia, grande competenza e pazienza.
Tutti requisiti che negli estensori della legge 56/2014 e, soprattutto, nella legge 190/2014 mancano in maniera evidentissima.
A dimostrarlo, a sei mesi di distanza dall’entrata in vigore della legge di stabilità 2015 e ad oltre un anno dalla vigenza della legge Delrio sono i fatti a dimostrare il clamoroso fallimento e l’avvitamento in se stessa di una riforma pensata e scritta in modo dilettantistico, per compiacere le inchieste formalistiche ed immaginare di ricavare consenso elettorale a buon mercato.
Infatti, la riforma delle province è fin qui una somma di obiettivi e scadenze mancate che ne ha determinato lo stallo ed il sostanziale fallimento.
Riduzione della spesa. I fautori della riforma hanno sempre sostenuto che essa avrebbe comportato una diminuzione della spesa pubblica. I dati di bilancio dimostrano che la spesa pubblica, invece, continua ad aumentare.
L’intervento sulle province non riduce affatto la spesa. Infatti, la legge 190/2014 non apporta, contrariamente a quanto si afferma, alcun taglio alle province, ma le obbliga a riversare allo Stato nel 2015 circa 2,5 miliardi, che diverranno 5,5 a regime a partire dal 2017. Sarà, dunque, lo stato a spendere i soldi che impedisce di spendere alle province. Senza risparmio alcuno.
Riduzione delle tasse. Come non diminuisce la spesa complessiva, non si riduce nemmeno il volume delle entrate delle province.
Esse, per garantire lo svolgimento delle funzioni fondamentali ed il pagamento del prelievo forzoso allo Stato debbono mantenere invariato il gettito delle imposte. Per altro, il gettito della compartecipazione alle assicurazioni Rc auto è posto a garanzia del prelievo forzoso imposto dallo Stato.
Non solo le tasse non diminuiscono, ma aumentano. E’ sempre più probabile l’introduzione del balzello su imbarchi e sbarchi in aerei e navi per finanziare le città metropolitane, nate già in dissesto. Inoltre le scuole superiori aumentano il contributo volontario di iscrizione, per sopperire ai mancati trasferimenti delle province per manutenzioni ordinarie e spese generali.
Riordino delle funzioni. Lo stallo è totale. Le regioni, che avrebbero dovuto far proprie le funzioni non fondamentali o destinarle ai comuni, o non hanno affatto legiferato, oppure le poche che hanno emanato le leggi non le hanno ancora attuate.
Le funzioni non fondamentali, dunque, restano ancora a 2015 ampiamente inoltrato sulle spalle delle province, con il loro volume di spesa, insostenibile a causa dei prelievi forzosi, tanto da destinarle presto tutte al dissesto, come ha chiarito la Sezione Autonomie della Corte dei conti, con la deliberazione 15/2015.
Trasferimento del personale. Non essendo state attribuite le funzioni provinciali a regioni o comuni, i 20.000 dipendenti provinciali destinati al sovrannumero a causa del taglio lineare alla spesa di personale imposto dalla legge 190/2014 sono praticamente tutti rimasti ancora alle dipendenze delle province, salvo pochissime eccezioni.
Le regioni (tranne il Friuli Venezia Giulia) non hanno ancora acquisito nessuno. I comuni hanno compreso davvero che sono tenuti ad assumere solo i vincitori dei concorsi con graduatorie vigenti o approvate alla data dell’1.1.2015, oppure i provinciali in sovrannumero solo a seguito della deliberazione 19/2015 della Sezione Autonomie della Corte dei conti.
Il bando di mobilità per 1000 dipendenti presso il ministero della giustizia è ancora in alto mare e ci vorranno mesi per giungere alle assunzioni. Il Governo parla di altre 3000 assunzioni presso i tribunali tra il 2016 e il 2017: peccato che i dipendenti in sovrannumero vadano in disponibilità l’1.1.2017.
L’Agenzia nazionale per il lavoro che avrebbe dovuto assorbire 7500 provinciali soprannumerari acquisirà solo 400 dipendenti tra Ministero del lavoro ed Isfol.
La polizia provinciale dovrebbe passare ai comuni, che tuttavia non pare abbiano la disponibilità per assorbire velocemente i 2000 lavoratori interessati.
Scadenze. Nemmeno una delle scadenze per la ricollocazione dei 20.000 dipendenti provinciali è stata centrata.
Entro febbraio 2015 si sarebbero dovuto approvare piani di riorganizzazione delle province e la definizione dei criteri per le procedure di mobilità con un decreto che ancora ad oggi non è stato emanato. Entro marzo 2015 si doveva individuare il personale da mettere in sovrannumero. Ad aprile avrebbe dovuto entrare in funzione la piattaforma di incontro domanda offerta di mobilità (mobilita.gov.it), che invece è priva degli elenchi dei dipendenti provinciali e non consente di gestire le procedure.
Il Dpcm per disciplinare le tabelle di equiparazione del trattamento economico ai fini della mobilità intercompartimentale, indispensabili per i trasferimenti dei dipendenti provinciali verso amministrazioni statali, non è ancora stato registrato dalla Corte dei conti
Un pacchetto di norme concepito solo per cercare di cavalcare l’onda del consenso a buon mercato, ritenendo di inseguire i diktat delle inchieste giornalistiche che trinciano giudizi sommari sull’utilità o meno di interi enti, senza andare a guardare le funzioni che gestiscono e senza sapere distinguere tra costi e spese.
E’ vero che anche la celeberrima lettera della Bce al Governo italiano dell’agosto 2011, scritta dalla mano di qualcuno che pensava che le inchieste alla Stella&Rizzo possano davvero essere la guida di una manovra istituzionale, chiedeva di abolire le province.
E’ anche vero che le province potrebbero certo essere abolite. Certo, l’articolo 5 della Costituzione sancisce che la Repubblica “riconosce e promuove le autonomie locali”, disposizione piuttosto incompatibile con l’intendo di eliminarne una. Il riconoscimento, per altro, presuppone l’idea che la Repubblica, una e indivisibile, nasce dopo le autonomie locali e, appunto, le “riconosce”, cioè prende atto della loro preesistenza e rilevanza, per farne assi portanti della propria organizzazione istituzionale.
La semplicissima, ma fondamentale, disposizione dell’articolo 5 della Costituzione, dunque contenuta nella sua prima parte considerata immutabile, regge l’articolo 114 che la riforma costituzionale ancora in Parlamento vuole modificare abolendo la parola “province”, creando un cortocircuito costituzionale ed istituzionale evidente.
Ma, come detto, le province, nonostante il riconoscimento costituzionale, potevano essere eliminate a patto che l’endiadi per la quale la Repubblica oltre a riconoscere “promuove” le autonomie locali, portasse ad una riforma tale appunto da promuovere, cioè valorizzare le autonomie e le funzioni da esse esercitate.
In parole molto più povere, la riforma e l’abolizione delle province sarebbe possibile a patto di meditare molto bene una strategia pluriennale, composta dall’analisi delle funzioni che gestiscono, della migliore riallocazione possibile di tali funzioni e delle risorse per gestirle presso altri enti, nel disegno di un percorso certamente complesso e lungo per la traslazione di un complesso composto da centinaia di funzioni rilevantissime (lavoro, formazione, turismo, tutela del suolo, tutela delle acque, ambiente, viabilità provinciale, trasporti provinciali, pianificazione urbanistica, solo per citarne alcune), un volume di entrate e spesa di circa 10 miliardi, un carico di 56.000 dipendenti, così da accompagnarla verso gli altri enti, tenendo conto dei tanti, troppi, ormai disarticolati e nemmeno più bene identificabili vincoli finanziari e al personale imposti dalla torrenziale stratificazione normativa degli ultimi 15 anni.
Dunque, per attivare la riforma o l’abolizione occorreva tempo, una strategia, grande competenza e pazienza.
Tutti requisiti che negli estensori della legge 56/2014 e, soprattutto, nella legge 190/2014 mancano in maniera evidentissima.
A dimostrarlo, a sei mesi di distanza dall’entrata in vigore della legge di stabilità 2015 e ad oltre un anno dalla vigenza della legge Delrio sono i fatti a dimostrare il clamoroso fallimento e l’avvitamento in se stessa di una riforma pensata e scritta in modo dilettantistico, per compiacere le inchieste formalistiche ed immaginare di ricavare consenso elettorale a buon mercato.
Infatti, la riforma delle province è fin qui una somma di obiettivi e scadenze mancate che ne ha determinato lo stallo ed il sostanziale fallimento.
Riduzione della spesa. I fautori della riforma hanno sempre sostenuto che essa avrebbe comportato una diminuzione della spesa pubblica. I dati di bilancio dimostrano che la spesa pubblica, invece, continua ad aumentare.
L’intervento sulle province non riduce affatto la spesa. Infatti, la legge 190/2014 non apporta, contrariamente a quanto si afferma, alcun taglio alle province, ma le obbliga a riversare allo Stato nel 2015 circa 2,5 miliardi, che diverranno 5,5 a regime a partire dal 2017. Sarà, dunque, lo stato a spendere i soldi che impedisce di spendere alle province. Senza risparmio alcuno.
Riduzione delle tasse. Come non diminuisce la spesa complessiva, non si riduce nemmeno il volume delle entrate delle province.
Esse, per garantire lo svolgimento delle funzioni fondamentali ed il pagamento del prelievo forzoso allo Stato debbono mantenere invariato il gettito delle imposte. Per altro, il gettito della compartecipazione alle assicurazioni Rc auto è posto a garanzia del prelievo forzoso imposto dallo Stato.
Non solo le tasse non diminuiscono, ma aumentano. E’ sempre più probabile l’introduzione del balzello su imbarchi e sbarchi in aerei e navi per finanziare le città metropolitane, nate già in dissesto. Inoltre le scuole superiori aumentano il contributo volontario di iscrizione, per sopperire ai mancati trasferimenti delle province per manutenzioni ordinarie e spese generali.
Riordino delle funzioni. Lo stallo è totale. Le regioni, che avrebbero dovuto far proprie le funzioni non fondamentali o destinarle ai comuni, o non hanno affatto legiferato, oppure le poche che hanno emanato le leggi non le hanno ancora attuate.
Le funzioni non fondamentali, dunque, restano ancora a 2015 ampiamente inoltrato sulle spalle delle province, con il loro volume di spesa, insostenibile a causa dei prelievi forzosi, tanto da destinarle presto tutte al dissesto, come ha chiarito la Sezione Autonomie della Corte dei conti, con la deliberazione 15/2015.
Trasferimento del personale. Non essendo state attribuite le funzioni provinciali a regioni o comuni, i 20.000 dipendenti provinciali destinati al sovrannumero a causa del taglio lineare alla spesa di personale imposto dalla legge 190/2014 sono praticamente tutti rimasti ancora alle dipendenze delle province, salvo pochissime eccezioni.
Le regioni (tranne il Friuli Venezia Giulia) non hanno ancora acquisito nessuno. I comuni hanno compreso davvero che sono tenuti ad assumere solo i vincitori dei concorsi con graduatorie vigenti o approvate alla data dell’1.1.2015, oppure i provinciali in sovrannumero solo a seguito della deliberazione 19/2015 della Sezione Autonomie della Corte dei conti.
Il bando di mobilità per 1000 dipendenti presso il ministero della giustizia è ancora in alto mare e ci vorranno mesi per giungere alle assunzioni. Il Governo parla di altre 3000 assunzioni presso i tribunali tra il 2016 e il 2017: peccato che i dipendenti in sovrannumero vadano in disponibilità l’1.1.2017.
L’Agenzia nazionale per il lavoro che avrebbe dovuto assorbire 7500 provinciali soprannumerari acquisirà solo 400 dipendenti tra Ministero del lavoro ed Isfol.
La polizia provinciale dovrebbe passare ai comuni, che tuttavia non pare abbiano la disponibilità per assorbire velocemente i 2000 lavoratori interessati.
Scadenze. Nemmeno una delle scadenze per la ricollocazione dei 20.000 dipendenti provinciali è stata centrata.
Entro febbraio 2015 si sarebbero dovuto approvare piani di riorganizzazione delle province e la definizione dei criteri per le procedure di mobilità con un decreto che ancora ad oggi non è stato emanato. Entro marzo 2015 si doveva individuare il personale da mettere in sovrannumero. Ad aprile avrebbe dovuto entrare in funzione la piattaforma di incontro domanda offerta di mobilità (mobilita.gov.it), che invece è priva degli elenchi dei dipendenti provinciali e non consente di gestire le procedure.
Il Dpcm per disciplinare le tabelle di equiparazione del trattamento economico ai fini della mobilità intercompartimentale, indispensabili per i trasferimenti dei dipendenti provinciali verso amministrazioni statali, non è ancora stato registrato dalla Corte dei conti
giovedì 18 giugno 2015
Disastro province: la stampa nazionale sempre più consapevole
I media nazionali, sia pure con imperdonabile ritardi, stanno cominciando a rendersi conto di quanto devastante e soprattutto inutile, anzi dannosa, sia la riforma delle province avviata dal Ministro Delrio e fortemente peggiorata, tanto da non poter nemmeno essere attuata, dalla legge 190/2015.
Su Italia Oggi del 18 giugno 2015 è il turno di Tino Oldani cambiare idea sugli effetti della riforma e dare atto dei sui effetti deleteri. Riportiamo alcuni stralci dell’analisi dell’OldanIi: “I numeri parlano chiaro: l' abolizione delle Province, sbandierata come un capolavoro politico di riduzione della spesa pubblica, si sta rivelando l' esatto contrario. Ovvero: creazione di nuovi enti intermedi, spese in aumento, più dirigenti e nessuna riduzione di personale burocratico, mentre l' unico punto a favore è un piccolo risparmio dovuto all' abolizione dei tremila consiglieri provinciali (ora non più rieletti) e dei loro emolumenti. Briciole. La cartina di tornasole di questo autogoal, sbandierato da Matteo Renzi come una riforma strutturale, è quanto sta accadendo in Friuli Venezia Giulia, dove, dal primo luglio, entrerà in vigore la riforma regionale che abolisce le quattro province, facendo proprie le indicazioni della legge firmata da Graziano Delrio”.
La premessa dice già quasi tutto. Ma il dettaglio dell’analisi è ancora pià impietoso: “Circa un anno fa, quando il Friuli varò la riforma delle sue province (Trieste, Gorizia, Udine, Pordenone), la Serracchiani disse che si trattava di un esempio di «efficientamento e risparmio dei costi della politica». E il Pd friulano ha ripetuto per mesi che la «riforma Serracchiani» era un modello da imitare per le altre Regioni. Ma i risultati, come documenta il sito scenarieconomici.it, dicono ben altro.
Al posto delle quattro province in via di abolizione (per la cancellazione definitiva bisogna cambiare la Costituzione, ma questa riforma è ferma al Senato), in Friuli si stanno creando ben 17 mini-province, poiché altro non sono le Unioni di Comuni che dovranno svolgere una parte delle funzioni svolte in passato dalle province. Ciascuna Unione di Comuni avrà un proprio direttore generale: dunque, 17 direttori generali nuovi di zecca, con quel che segue in termini di nuovi costi e di clientelismo politico. Ma questo è solo l' inizio. Dal primo luglio, gli uffici del Sevizio Lavoro delle ex Province, con i loro 300 addetti, passeranno in carico alla Regione Friuli. I dipendenti provinciali diventeranno così regionali, con immediato vantaggi retributivi, primo fra tutti la quattordicesima mensilità, che gli impiegati provinciali non avevano. Costo stimato: un milione di euro di spesa in più. Ma non è tutto. Dei 1.259 dipendenti provinciali, si prevede che 681 passeranno in carico alla Regione, mentre gli altri saranno redistribuiti tra i Comuni. Il vantaggio di passare in Regione è notevole: significa avere un aumento di stipendio assicurato. La Cgia di Mestre ha calcolato che il costo medio di un dipendente della Regione Friuli è di 65.164 euro l' anno, contro i 45.892 euro di un provinciale. Ergo, dice la Cgia di Mestre, il costo del lavoro degli attuali dipendenti provinciali salirà del 15%, con tanti saluti all' efficientamento e ai risparmi di spesa”.
E cosa succederà alle funzioni di competenza delle province? Oldani riporta stime sempre della Cgia di Mestre in relazione, ad esempio, alle attività di manutenzione delle strade provinciali: “D' ora in poi, se ne faranno carico le Regioni. Ciò è previsto anche in Friuli, dove i costi di manutenzione, invece di diminuire, saliranno, e di parecchio. La solita Cgia di Mestre ha calcolato che il costo di gestione delle strade da parte delle province friulane è stato piuttosto oculato, in media 16.279 euro per chilometro, mentre il costo medio regionale per lo stesso servizio è di 59.488 euro, più del triplo. Alla fine, salvo ulteriori sorprese, la Cgia prevede che manutenzione delle strade friulane verrà a costare 95 milioni di euro in più all' anno.
Altri rincari, non ancora quantificati, sono previsti anche per l' istruzione (la manutenzione degli edifici scolastici dei licei e degli istituti superiori spettava alle province) e per la motorizzazione civile. Se questo accade in Friuli, che nonostante tutto è considerata una Regione virtuosa sul piano della spesa, è facile immaginare cosa accadrà nelle Regioni che già ora hanno fama di manica larga e di predisposizione allo sperpero, soprattutto nel Sud”.
Infine, la chiosa, che rileva ciò che chi scrive evidenzia ormai da anni: “Il costo totale delle Province, fino a un anno fa, era di 10 miliardi l' anno (1,27% della spesa pubblica). Il premier Renzi assicurò che la loro abolizione avrebbe consentito di risparmiare un miliardo, grazie al taglio di tremila consiglieri provinciali e delle loro indennità. Ma l' Upi (Unione delle province) lo corresse, precisando che al massimo si sarebbero risparmiati 500 milioni. Risparmi destinati a trasformarsi ora in maggiori spese, come è accaduto in passato ad altre riforme della sinistra, sbandierate come modello di efficienza, mentre erano solo un trucco per fare nuove nomine, nuove spese, e avere così più potere”.
Non c’è molto da commentare, se non per due riflessioni. L’istituto della quattordicesima non esiste nella contrattazione collettiva nazionale vigente nelle regioni a statuto ordinario. E’ una peculiarità, di discutibile legittimità costituzionale, della regione Friuli Venezia Giulia, ove vige non per effetto della contrattazione, bensì di una norma di legge, l’articolo 10 della legge regionale 33/1987, continuamente “confermata” dai contratti regionali collettivi, in chiarissimo contrasto con l’impostazione del d.lgs 165/2001. Di fatto, dunque, il rischio che il passaggio di dipendenti provinciali alle regioni comporti un aumento della spesa è questione che concerne il Friuli Venezia Giulia.
In quanto al risparmio di 500 milioni che si afferma essere stato stimato dall’Upi come beneficio della legge Delrio, è un dato non corretto. La spesa per indennità e gettoni di presenza presso le province prima della vigenza della legge 56/2014 ammontava a 87 milioni di euro, come ha certificato la Corte dei conti nell’audizione del novembre 2013 in Parlamento, in merito alla riforma. Tale spesa, se non fosse stata approvata la sciagurata riforma Delrio, sarebbe scesa a 35 milioni, per effetto del taglio al numero dei consiglieri provinciali disposto dalla riforma Tremonti del 2011. Dunque, si tratta di cifre lontanissime dai 500 milioni.
La verità è che la riforma delle province non ha prodotto alcun risparmio, né è stata utile per ridurre le tasse. Al contrario, è molto probabile che le città metropolitane otterranno nuovi balzelli, come la tassa di imbarco su aerei o navi, e che gli enti ai quali saranno attribuite le funzioni provinciali, regioni e comuni, alzeranno di molto le aliquote dei propri tributi.
Infatti, lo Stato con la legge 190/2014 impone alle province il prelievo forzoso di 3 miliardi a regime: il che impedisce di sostenere finanziariamente con i soldi delle province (e come suggerirebbero logica e articolo 119 della Costituzione) il costo delle funzioni che dovessero passare a regioni e comuni, con un “buco” da finanziare di circa 1,5 miliardi, 700 dei quali solo da destinare ai servizi per il lavoro.
Infine, che la riforma delle province come malamente impostata dalla combinazione letale di legge Delrio e legge 190/2014 fosse un disastro lo aveva evidenziato mesi prima la dissennata riforma avviata dalla regione Sicilia, in alcuni punti, quello della proliferazione di enti ed entucoli a mo’ di “mini province”. Bastava, dunque, guardare a quanto di disastroso aveva deciso la Sicilia, leggere con attenzione le indicazioni della Corte dei conti, fare meglio i calcoli, per andare in una direzione di riforma diametralmente opposta.
Non si è inteso farlo. Ma, quel che è più rimarchevole, non pare vi sia alcuna intenzione di tornare indietro e porre rimedio al disastro, rivedendo le tante, troppe, quasi tutte, norme sbagliate della riforma. In fondo, sbagliare è umano, anche per il legislatore. Che avrebbe, tuttavia, il dovere di correggere il tiro delle proprie scelte sbagliate. In gioco ci sono gli interessi collettivi, non l’orgoglio personale o della maggioranza.
Su Italia Oggi del 18 giugno 2015 è il turno di Tino Oldani cambiare idea sugli effetti della riforma e dare atto dei sui effetti deleteri. Riportiamo alcuni stralci dell’analisi dell’OldanIi: “I numeri parlano chiaro: l' abolizione delle Province, sbandierata come un capolavoro politico di riduzione della spesa pubblica, si sta rivelando l' esatto contrario. Ovvero: creazione di nuovi enti intermedi, spese in aumento, più dirigenti e nessuna riduzione di personale burocratico, mentre l' unico punto a favore è un piccolo risparmio dovuto all' abolizione dei tremila consiglieri provinciali (ora non più rieletti) e dei loro emolumenti. Briciole. La cartina di tornasole di questo autogoal, sbandierato da Matteo Renzi come una riforma strutturale, è quanto sta accadendo in Friuli Venezia Giulia, dove, dal primo luglio, entrerà in vigore la riforma regionale che abolisce le quattro province, facendo proprie le indicazioni della legge firmata da Graziano Delrio”.
La premessa dice già quasi tutto. Ma il dettaglio dell’analisi è ancora pià impietoso: “Circa un anno fa, quando il Friuli varò la riforma delle sue province (Trieste, Gorizia, Udine, Pordenone), la Serracchiani disse che si trattava di un esempio di «efficientamento e risparmio dei costi della politica». E il Pd friulano ha ripetuto per mesi che la «riforma Serracchiani» era un modello da imitare per le altre Regioni. Ma i risultati, come documenta il sito scenarieconomici.it, dicono ben altro.
Al posto delle quattro province in via di abolizione (per la cancellazione definitiva bisogna cambiare la Costituzione, ma questa riforma è ferma al Senato), in Friuli si stanno creando ben 17 mini-province, poiché altro non sono le Unioni di Comuni che dovranno svolgere una parte delle funzioni svolte in passato dalle province. Ciascuna Unione di Comuni avrà un proprio direttore generale: dunque, 17 direttori generali nuovi di zecca, con quel che segue in termini di nuovi costi e di clientelismo politico. Ma questo è solo l' inizio. Dal primo luglio, gli uffici del Sevizio Lavoro delle ex Province, con i loro 300 addetti, passeranno in carico alla Regione Friuli. I dipendenti provinciali diventeranno così regionali, con immediato vantaggi retributivi, primo fra tutti la quattordicesima mensilità, che gli impiegati provinciali non avevano. Costo stimato: un milione di euro di spesa in più. Ma non è tutto. Dei 1.259 dipendenti provinciali, si prevede che 681 passeranno in carico alla Regione, mentre gli altri saranno redistribuiti tra i Comuni. Il vantaggio di passare in Regione è notevole: significa avere un aumento di stipendio assicurato. La Cgia di Mestre ha calcolato che il costo medio di un dipendente della Regione Friuli è di 65.164 euro l' anno, contro i 45.892 euro di un provinciale. Ergo, dice la Cgia di Mestre, il costo del lavoro degli attuali dipendenti provinciali salirà del 15%, con tanti saluti all' efficientamento e ai risparmi di spesa”.
E cosa succederà alle funzioni di competenza delle province? Oldani riporta stime sempre della Cgia di Mestre in relazione, ad esempio, alle attività di manutenzione delle strade provinciali: “D' ora in poi, se ne faranno carico le Regioni. Ciò è previsto anche in Friuli, dove i costi di manutenzione, invece di diminuire, saliranno, e di parecchio. La solita Cgia di Mestre ha calcolato che il costo di gestione delle strade da parte delle province friulane è stato piuttosto oculato, in media 16.279 euro per chilometro, mentre il costo medio regionale per lo stesso servizio è di 59.488 euro, più del triplo. Alla fine, salvo ulteriori sorprese, la Cgia prevede che manutenzione delle strade friulane verrà a costare 95 milioni di euro in più all' anno.
Altri rincari, non ancora quantificati, sono previsti anche per l' istruzione (la manutenzione degli edifici scolastici dei licei e degli istituti superiori spettava alle province) e per la motorizzazione civile. Se questo accade in Friuli, che nonostante tutto è considerata una Regione virtuosa sul piano della spesa, è facile immaginare cosa accadrà nelle Regioni che già ora hanno fama di manica larga e di predisposizione allo sperpero, soprattutto nel Sud”.
Infine, la chiosa, che rileva ciò che chi scrive evidenzia ormai da anni: “Il costo totale delle Province, fino a un anno fa, era di 10 miliardi l' anno (1,27% della spesa pubblica). Il premier Renzi assicurò che la loro abolizione avrebbe consentito di risparmiare un miliardo, grazie al taglio di tremila consiglieri provinciali e delle loro indennità. Ma l' Upi (Unione delle province) lo corresse, precisando che al massimo si sarebbero risparmiati 500 milioni. Risparmi destinati a trasformarsi ora in maggiori spese, come è accaduto in passato ad altre riforme della sinistra, sbandierate come modello di efficienza, mentre erano solo un trucco per fare nuove nomine, nuove spese, e avere così più potere”.
Non c’è molto da commentare, se non per due riflessioni. L’istituto della quattordicesima non esiste nella contrattazione collettiva nazionale vigente nelle regioni a statuto ordinario. E’ una peculiarità, di discutibile legittimità costituzionale, della regione Friuli Venezia Giulia, ove vige non per effetto della contrattazione, bensì di una norma di legge, l’articolo 10 della legge regionale 33/1987, continuamente “confermata” dai contratti regionali collettivi, in chiarissimo contrasto con l’impostazione del d.lgs 165/2001. Di fatto, dunque, il rischio che il passaggio di dipendenti provinciali alle regioni comporti un aumento della spesa è questione che concerne il Friuli Venezia Giulia.
In quanto al risparmio di 500 milioni che si afferma essere stato stimato dall’Upi come beneficio della legge Delrio, è un dato non corretto. La spesa per indennità e gettoni di presenza presso le province prima della vigenza della legge 56/2014 ammontava a 87 milioni di euro, come ha certificato la Corte dei conti nell’audizione del novembre 2013 in Parlamento, in merito alla riforma. Tale spesa, se non fosse stata approvata la sciagurata riforma Delrio, sarebbe scesa a 35 milioni, per effetto del taglio al numero dei consiglieri provinciali disposto dalla riforma Tremonti del 2011. Dunque, si tratta di cifre lontanissime dai 500 milioni.
La verità è che la riforma delle province non ha prodotto alcun risparmio, né è stata utile per ridurre le tasse. Al contrario, è molto probabile che le città metropolitane otterranno nuovi balzelli, come la tassa di imbarco su aerei o navi, e che gli enti ai quali saranno attribuite le funzioni provinciali, regioni e comuni, alzeranno di molto le aliquote dei propri tributi.
Infatti, lo Stato con la legge 190/2014 impone alle province il prelievo forzoso di 3 miliardi a regime: il che impedisce di sostenere finanziariamente con i soldi delle province (e come suggerirebbero logica e articolo 119 della Costituzione) il costo delle funzioni che dovessero passare a regioni e comuni, con un “buco” da finanziare di circa 1,5 miliardi, 700 dei quali solo da destinare ai servizi per il lavoro.
Infine, che la riforma delle province come malamente impostata dalla combinazione letale di legge Delrio e legge 190/2014 fosse un disastro lo aveva evidenziato mesi prima la dissennata riforma avviata dalla regione Sicilia, in alcuni punti, quello della proliferazione di enti ed entucoli a mo’ di “mini province”. Bastava, dunque, guardare a quanto di disastroso aveva deciso la Sicilia, leggere con attenzione le indicazioni della Corte dei conti, fare meglio i calcoli, per andare in una direzione di riforma diametralmente opposta.
Non si è inteso farlo. Ma, quel che è più rimarchevole, non pare vi sia alcuna intenzione di tornare indietro e porre rimedio al disastro, rivedendo le tante, troppe, quasi tutte, norme sbagliate della riforma. In fondo, sbagliare è umano, anche per il legislatore. Che avrebbe, tuttavia, il dovere di correggere il tiro delle proprie scelte sbagliate. In gioco ci sono gli interessi collettivi, non l’orgoglio personale o della maggioranza.
domenica 17 maggio 2015
Province, la Corte dei conti certifica il disastro della riforma Delrio
Dunque, la Cgil aveva affermato il vero: la combinazione micidiale tra legge 56/2014 e la sua sostanziale violazione, cioè la legge 190/2014, desina le province al dissesto finanziario. E se non sarà giugno 2015 il mese nel quale le province non potranno più permettersi di pagare gli stipendi, l’evento sarà praticamente certo per i mesi futuri, a meno che il Governo e il Parlamento non comprendano il disastro che hanno innescato e compiano una (molto improbabile) marcia indietro.
La riforma delle province, se proprio andava fatta, avrebbe potuto essere molto semplice e cioè attribuire alle regioni le funzioni non fondamentali delle province con i finanziamenti e le risorse necessarie, mediante attribuzione delle entrate e indicazione alle regioni di riorganizzare il livello territoriale e di spesa dei servizi. Sarebbero bastati pochi articoli di pochissime righe per risolvere la questione.
Ci si è, invece, intestarditi in una riforma quasi complessiva dell’ordinamento locale, la Delrio, che ha partorito una mostruosità giuridica: città metropolitane che sono province sotto falso nome, associazionismo comunale che, come sempre, è solo teorico, privazione del voto per i cittadini, sfascio delle province, accentuato dall’assurdo cambio di rotta sul processo di riforma, imposto dall’incauta legge 190/2014.
A certificare il disastro e l’insipienza di Governo e Parlamento ancora una volta è la Corte dei conti, Sezione Autonomie, che pure nel novembre 2013, nelle sue audizioni in Parlamento aveva opportunamente avvisato del disastro a venire che sarebbe derivato da quello che ancora allora era solo il disegno di legge destinato a divenire da lì a poco la scellerata legge 56/2014.
La deliberazione 17/2015 della Sezione Autonomie contenente la relazione “Il riordino delle province aspetti ordinamentali e riflessi finanziari” più che un atto di accusa contro l’assoluta inefficacia delle norme ed il caos creato è la conferma dell’assoluta improvvisazione e della dannosità del governare per slogan e sommarie cognizioni di ciò di cui si parla.
Alla luce della durissima relazione della Corte dei conti, rievocare le parole di esponenti del Governo pronunciate contro l’allarme lanciato dalla Cgil sul pericolo dissesti e buste paga, desta un senso di profondo sconforto.
La Sezione Autonomie non ha fatto altro che confermare il disastro della riforma delle province.
Andiamo subito alle considerazioni conclusive. Il quadro disegnato dalla Corte dei conti è agghiacciante: confusione normativa, ritardi, violazioni di accordi, intenti chiaramente boicottatori delle regioni: “Il progetto di riorganizzazione dell’amministrazione locale, anche sotto il profilo finanziario, delineato dalla l. n. 56/2014 - nel rispetto dei principi costituzionali, come da ultimo ritenuto dalla Consulta nella sentenza n. 50 del 6 marzo 2015 - sta incontrando ritardi e difficoltà nella fase attuativa, in particolare per quanto riguarda il riordino delle funzioni delegate o trasferite alle Province. E ciò, pur dopo l’adozione del d.p.c.m. 26 settembre 2014, che, in esecuzione del comma 92 dell’art. 1 della legge medesima ha stabilito, previa intesa in sede di Conferenza unificata, i criteri generali per l'individuazione dei beni e delle risorse finanziarie, umane, strumentali e organizzative connesse all'esercizio delle funzioni che devono essere trasferite, ai sensi dei commi da 85 a 97, dalle Province agli enti subentranti, garantendo i rapporti di lavoro a tempo indeterminato in corso, nonché quelli a tempo determinato in corso fino alla scadenza per essi prevista”.
Un disastro di una gravità semplicemente clamorosa. E’ semplicemente impressionante, scorrendo il paragrafo 2 della delibera, constatare come il Governo abbia sistematicamente violato tutti i punti dell’accordo siglato in sede di Conferenza Unificata l’11 settembre 2014 e recepito nel Dpcm 26.92014. La Corte dei conti ne sintetizza i contenuti:
1) siano modificati gli obiettivi del patto di stabilità interno secondo quanto previsto dal comma 94, al fine di tenere debitamente conto degli effetti anche finanziari derivanti dal trasferimento di funzioni; non se ne è fatto assolutamente nulla: il patto di stabilità interno per le province non è stato modificato e l’obiettivo per gli anni 2014 e 2015, di circa 600 milioni, finisce solo per aggravare ulteriormente la situazione finanziaria degli enti, confermando che la legge 190/2014 ha lo scopo preciso di portare le province al dissesto, probabilmente premeditato, visto che si vìola platealmente un accordo;
2) si provveda, ove necessario, a modifiche legislative per agevolare il trasferimento di personale nella misura richiesta dal trasferimento delle funzioni; non c’è stata alcuna modifica legislativa efficace volta all’agevolazione del trasferimento del personale. Come è noto, anzi, la legge 190/2014 ha previsto solo un blando congelamento delle assunzioni, non controllato da nessuno e ampiamente violato, come dimostrano numerosissimi bandi di concorso indetti da una serie di amministrazioni, tra cui l’Agenzia delle entrate. La circolare 1/2015 della Funzione Pubblica e del Ministero per gli affari regionali ha solo ulteriormente complicato le cose, ammettendo la mobilità non riservata ai dipendenti da ricollocare se attivata nel 2014, nonché prevedendo la possibilità di assumere per “figure infungibili”, fattispecie assolutamente non prevista nei commi 424 e 425 della legge 190/2014;
3) le procedure di mobilità siano condotte, come previsto dal comma 96, attraverso la sterilizzazione della relativa spesa, ai fini del rispetto dei limiti e dei vincoli imposti dal d.l. n. 78/2010, fermo restando il principio di invarianza della spesa; niente di tutto questo è avvenuto. Intento dell’accordo era rendere completamente neutrale per gli enti che acquisissero in mobilità il personale provinciale addetto alle funzioni non fondamentali, in modo che non gravasse né sui tetti di spesa di personale, né a maggior ragione sui vincoli assunzionali. Invece, la legge 190/2014, in ulteriore clamorosa violazione dell’accordo, prevede che le mobilità consumino le risorse per le assunzioni a tempo indeterminato, non siano neutrali ai fini del patto di stabilità e non si computino solo per il tetto di spesa. Il tutto ha causato anche lo stucchevole contrasto interpretativo tra molte, troppe, sezioni regionali di controllo della Corte dei conti sull’ammissibilità della “mobilità neutrale” coinvolgente anche dipendenti non appartenenti alle province, senza che il Governo sia stato intenzionato a precisare la portata del congelamento delle assunzioni e della riserva di mobilità in modo da risolvere gli equivoci interpretativi cagionati dalla pessima qualità della legge 190/2014;
4) per gli enti subentranti non rilevino ai fini del rispetto della vigente disciplina in materia di limiti dell’indebitamento gli effetti derivanti dal trasferimento di funzioni; violata anche questa indicazione. Non c’è alcuna norma che sollevi gli enti subentranti dal peso dell’indebitamento. Anzi, la legge 190/2014, sottraendo a regime alle province 3 miliardi, ha il preciso scopo di accollare alle regioni ed ai comuni l’onere finanziario, debiti compresi, delle funzioni trasferite;
5) in applicazione dei principi e dei criteri di cui al comma 97, lett. b), siano attribuite agli enti subentranti le risorse finanziarie già spettanti alle Province ai sensi dell’art. 119 della Cost., dedotte quelle necessarie alle funzioni fondamentali; nulla di fatto anche per questo contenuto dell’accordo. Una violazione che contrasta palesemente appunto con l’articolo 119 della Costituzione. Lo Stato ha in sostanza requisito 3 miliardi alle province ed impone alle regioni di riordinare le funzioni non fondamentali senza assicurarne il finanziamento;
6) in applicazione dei principi e criteri di cui al comma 97, lett. l) dell’art. 1 della l. n. 56/2014, si provveda all’attribuzione ai soggetti che subentrano nelle funzioni di una parte delle entrate tributarie già spettanti alle Province nell’ambito del riassetto complessivo della capacità fiscale degli enti interessati dal processo di riordino; era una disposizione più che ovvia: attribuire, cioè, a regioni e comuni la quota parte di entrate delle province necessarie al finanziamento delle funzioni da trasferire. Ma, anche in questo caso il prelievo forzoso di 3 miliardi a regime imposto dalla sciagurata legge 190/2014 ha impedito che gli enti subentranti finanziassero le funzioni provinciali acquisite mediante le entrate provinciali loro devolute. Infatti, quasi il 40% delle entrate provinciali, scaturenti dall’imposta sull’assicurazione RC auto, serve allo Stato per garantirsi l’acquisizione dei 3 miliardi a regime requisiti alle province: dunque, gli enti subentranti debbono arrangiarsi con entrate proprie.
Una miscela esplosiva di clamorose violazioni a contenuti di un accordo tutto sommato logiche (pur nella complessivamente sbagliata impostazione della legge 56/2014), tutte quante frutto della devastante legge 190/2014. Non si tratta di (ovvie) considerazioni di chi scrive, ma anche di quanto pensa espressamente la Corte dei conti: “Nel percorso tracciato dalla l. n. 56/2014 si è inserita in modo non del tutto coerente la l. n. 190/2014 (legge di stabilità 2015) – come modificata dal d.l. n. 192/2014 (c.d. “milleproroghe”), convertito con modificazioni dalla legge 27 febbraio 2015, n. 11 – che, nonostante la già affermata necessità di correlazione tra funzioni fondamentali, funzioni trasferite, risorse e garanzia di copertura finanziaria, ha mantenuto fermi tagli ed oneri a carico delle Province, senza considerare la invarianza almeno temporanea di necessità finanziarie per le medesime, conseguente alla parziale attuazione della l. n. 56/2014. É anche prevista una tempistica stringente per gli adempimenti da porre in essere in attuazione di dette misure (decreto di riparto del taglio al 31 marzo 2015, prelievo delle risorse al 31 maggio 2015, ridefinizione delle dotazioni organiche al 31 marzo 2015)”.
Insomma, il caos già di per sé creato dall’illogica legge 56/2014 è stato drammaticamente accentuato dalla legge 190/2014, con la quale sono stati traditi tutti i punti, senza eccezione alcuna, dell’accordo Stato regioni dell’11.9.2014 e gettate le premesse per rendere totalmente insostenibile la situazione finanziaria delle province.
La legge 190/2014 ha vanificato completamente l’iter graduale previsto dalla legge 56/2014 e dai suoi provvedimenti attuativi, creando letterale sconquasso. Non fosse chiaro, lo spiega ancora la Corte dei conti: “L’anticipazione degli effetti finanziari, che si concretizzano nei tagli di spesa corrente stabiliti dalla legge di stabilità 2015, rispetto all’effettivo trasferimento dei fattori di determinazione delle uscite di tale natura, in particolare della spesa per il personale eccedentario secondo le previsioni della l. n. 190/2014, produce un effetto distorsivo nella gestione finanziaria degli enti in esame. Si verifica, in particolare, che, ad esercizio finanziario 2015 inoltrato, l’onere della spesa che doveva essere trasferito, secondo la tempistica della l. n. 56/2014, resta ancora a carico delle Province (ed il fenomeno è presumibilmente destinato a protrarsi).
Ne consegue che una parte della spesa, soprattutto di quella per il personale, grava su una gestione che, non avrebbe invece dovuto considerarla nel proprio programma finanziario. E siffatta anomalia sarà rilevante ai fini del rispetto del patto di stabilità interno 2015, con effetti sugli esercizi futuri degli stessi enti che dovessero risultare inadempienti”.
Chiediamoci se sia ammissibile che un Governo ed un Parlamento promuovano ed approvino una legge, quella di stabilità 2015, che produce queste distorsioni di cui parla la Corte dei conti. Chiediamoci quali tecnici, quali menti abbiano potuto immaginare ed attuare questo scempio. Chiediamoci – cosa che dovrebbe fare anche la Corte dei conti – di chi siano le responsabilità. Chiediamoci ulteriormente se il Governo resti ancora convinto della sostenibilità finanziaria della deleteria manovra escogitata. E chiediamoci se sia ammissibile che la valutazione sulla possibilità che una legge, la 190/2014, che strangola le province sul piano finanziario, violando tutti gli accordi attuativi della legge 56/2014, sia comunque sostenibile il Governo debba demandarla ad una società come la Sose, invece che attenersi alle indicazioni di un organo costituzionale come la Corte dei conti, che già dal novembre 2013 Governo e Parlamento hanno avuto la sfrontatezza di ignorare totalmente. Con i risultati che si vedono.
La Corte dei conti sarebbe da ascoltare anche quando con la relazione indica quali rimedi (per altro ormai molto tardivi) sarebbero da adottare: “Appaiono indispensabili, quindi, un riallineamento ed un costante coordinamento tra le fasi procedimentali di trasferimento delle funzioni e delle risorse - come dettagliatamente disciplinate dalla l. n. 56/2014 - e la produzione degli effetti finanziari che ad esse si correlano, al fine di garantire una corretta attuazione della riforma degli enti di area vasta ed il rispetto dei criteri di sana gestione finanziaria, nonché la regolarità amministrativo-contabile delle gestioni dei medesimi enti”.
Detto al contrario, la Corte dei conti afferma:
La Corte dei conti, dunque, rivela una situazione di gravità inaudita: una legge assolutamente mal concepita, che produce solo danni di natura finanziaria. Tanto che la magistratura contabile rincara la dose, evidenziando le clamorose pecche della legge 190/2014: “Nello stesso tempo appare anche auspicabile la verifica della compatibilità della situazione determinatasi per le rilevate anomalie, finora registrate nello sviluppo delle fasi attuative della legge di riordino, con la sostenibilità finanziaria del contributo richiesto al comparto. Nel contesto di tale verifica andrebbe considerata la possibilità della previsione normativa di misure di flessibilità idonee a superare le situazioni di criticità che i rilevati ritardi e le evidenziate conseguenze, fin qui prodotte, riflettono sia nella prospettiva della gestione, sia in quella della programmazione triennale”.
Di fronte a simili devastanti conclusioni, qualsiasi Governo non potrebbe che prenderne atto e fare una doverosa marcia indietro.
Abbiamo il fondato sospetto, tuttavia, che l’esecutivo continuerà per la sua strada, ignorando del tutto i rilievi della Corte dei conti ed affidandosi ad apprendisti stregoni, sotto forma di società partecipate o consulenti giuridici.
Del resto, all’indomani della pubblicazione della relazione della Sezione Autonomie sostanzialmente il Governo, così comunicativo su tutto, non ha fatto nemmeno una piega: non un commento, non un tweet, nulla.
Anzi, qualcosa il Governo, per voce della Ministra della Funzione Pubblica ha dichiarato. Che, cioè, il Governo è pronto ad imporre alle regioni di effettuare il riordino.
Non solo. La Ministra ha anche affermato che il Governo è pronto a coprire i costi del personale destinato al sovrannumero, 20.000 dipendenti, avendo a disposizione 300.000 milioni allo scopo.
E’ sperabile che qualcuno informi la Ministra che il costo del personale destinato ad essere trasferito non può essere di 300.000 milioni: questa cifra coprirebbe a mala pena il trattamento stipendiale di circa 8000 dipendenti, visto che il costo lordo medio dei dipendenti pubblici è di 34000 euro. Infatti, la stima del costo del personale da trasferire è di oltre 800 milioni.
Ma, che il Governo sia particolarmente refrattario alla capacità di comprendere gli effetti negativi della sua produzione normativa ed attuativa della riforma delle province ha modo di confermarlo su La Repubblica del 16 maggio sempre il sottosegretario Angelo Rughetti. In un’intervista, riferendosi all’inerzia delle regioni, esordisce affermando: “Se non ci penseranno loro, ri penseremo direttamente noi": la riforma delle Province, ricollocamento dei 20 mila dipendenti in esubero compresi, sarà cosa fatta entro il 2016”. Toni duri e risoluti, che potrebbero lasciar intendere chiarezza di idee e decisionismo. Tale impressione, tuttavia, viene immediatamente contraddetta da una semplicissima ricerca d’archivio su Google, ove è facile reperire l’articolo del Corriere della sera del 22 dicembre 2014, nel quale Rughetti affermò: “il 2 gennaio ci sarà un decreto che imporrà alle Regioni di scegliere se acquisire le competenze delle Province e il relativo personale, o lasciarle alle Province o ai Comuni”. E’ vero che la frase parla solo del 2 gennaio, senza indicare l’anno, ma altrettanto vero pare che il cipiglio ed il decisionismo in merito al disastro della riforma provinciale restino solo parole.
Ma, l’intervista del 16 maggio rivela come ancora una volta il Governo non abbia intenzione di prendere atto dell’evidenza. Afferma, infatti, Rughetti in merito alla deliberazione della Sezione Autonomie: “L'ottima relazione della Corte specifica appunto che se le Province vanno in rosso è perché continuano a fornire prestazioni che dovrebbero essere a carico delle Regioni e che lo fanno pagando i dipendenti con risorse proprie perché le regioni non trasferiscono loro i fondi necessari. Il taglio della legge di stabilità non c'entra nulla: garantisce totalmente servizi che lo Stato attribuisce alla Province”.
Non c’entra nulla la legge 190/2014? E’ chiaro: Rughetti non ha letto o non accetta le conclusioni evidentissime della Corte:
- “ Sul progetto legislativo di riordino delle “Città metropolitane, Province, unioni e fusioni di Comuni” – poi divenuto legge n. 56 del 2014 – è stata sentita la Sezione delle autonomie in due distinte audizioni: la prima presso la Commissione Affari costituzionali della Camera dei deputati il 6 novembre 2013 (A.C. 1542); la seconda presso la Commissione Affari costituzionali del Senato il 16 gennaio 2014 (A.S. 1212). In tali occasioni la Corte ha avuto modo di esprimere le sue valutazioni su taluni ipotizzabili effetti della normativa, segnalando, tra l’altro, la necessità di un attento e continuo monitoraggio: 1) del rispetto dei termini previsti per gli adempimenti esecutivi della riforma; 2) dell’effettivo concretizzarsi dei potenziali risparmi attesi; 3) degli eventuali costi aggiuntivi emergenti, ai fini di una tempestiva ed adeguata copertura.
In prosieguo, questa medesima Sezione ha trattato della situazione finanziaria delle Province nella Relazione sulla gestione finanziaria per l’esercizio 2013 degli Enti territoriali evidenziandone la precarietà e segnalando, tra l’altro: che l’analisi dei risultati delle manovre 2008-2013, ha confermato per le Province il raggiungimento degli obiettivi di risparmio previsti, con la conseguente riduzione delle risorse destinate ai servizi essenziali; che le manovre avviate dal 2009 hanno fatto registrare un taglio di 2,9 miliardi per le Province con una contrazione rilevante degli investimenti (mediamente il 60% delle economie di spesa); che sempre per le Province si registra una severa riduzione della spesa finale di oltre 1,3 miliardi, tagli di risorse particolarmente incisivi, entrate che cedono del 10,4%.
La Corte ha anche richiamato l’attenzione sull’impatto delle nuove misure riduttive sulle risorse delle Province, conseguenti alla legge di stabilita 2015, suscettibili di generare forti tensioni sugli equilibri finanziari, in particolare per gli enti strutturalmente più deboli”;
- “La l. n. 56/2014 prevedeva per il riordino delle funzioni un iter procedurale articolato in una serie di passaggi, primo fra tutti quello dell’individuazione delle funzioni fondamentali che restano affidate alle Province e di quelle non fondamentali da attribuire agli altri enti (Comuni, Regioni, Stato), cui doveva far seguito la quantificazione di finanziamenti e spese per gestire entrambe le tipologie di funzioni, con contestuale individuazione delle risorse umane, strumentali ed organizzative.
A fronte di tale iter procedurale le disposizioni recate dalla legge di stabilità per il 2015 ed ancora prima l’accordo dell’11 settembre 2014 ed il d.p.c.m. del 26 settembre 2014 hanno introdotto novità che, in parte, vanificano l’anzidetta procedimentalizzazione.
In particolare, la l. n. 190/2014 al comma 418 individua il contributo triennale richiesto alle Province che concorrono con una riduzione della spesa corrente pari ad 1 miliardo (1.180 milioni) di euro per il 2015, 2 miliardi per il 2016 e 3 miliardi per il 2017”;
- “Conclusivamente può osservarsi che, come puntualmente già evidenziato dalle Sezioni Riunite nel documento approvato a febbraio 2015 su “Prospettive della finanza pubblica dopo la legge di stabilità”, il taglio delle risorse non potrà non investire, almeno in parte, anche le funzioni oggetto di trasferimento ad altri livelli di governo che, essendo già state sottoposte dalle Province a forti riduzioni, non sembrano allo stato presentare una dotazione di risorse tale da assicurare risparmi nella misura richiesta dalle disposizioni e, comunque, il predetto taglio potrebbe, a riordino delle funzioni completato, produrre l’effetto di scaricare parte dell’onere sugli enti subentranti.
La stessa considerazione, peraltro, vale anche per le funzioni fondamentali che rimarranno in capo agli enti di area vasta, anch’esse sottoposte negli ultimi esercizi a costante compressione”.
Ce ne sarebbe abbastanza per convincere chiunque della circostanza dimostrata da numeri e fatti che l’intervento della legge 190/2014 non è sostenibile sotto nessun tipo di punto di vista, né finanziario, né funzionale, né ordina mentale, né logico. Soprattutto, la Corte dei conti conferma che dalla riforma delle province non deriva un euro di risparmio, ma anzi scaturisce il deterioramento di conti pubblici e servizi.
La riforma delle province, se proprio andava fatta, avrebbe potuto essere molto semplice e cioè attribuire alle regioni le funzioni non fondamentali delle province con i finanziamenti e le risorse necessarie, mediante attribuzione delle entrate e indicazione alle regioni di riorganizzare il livello territoriale e di spesa dei servizi. Sarebbero bastati pochi articoli di pochissime righe per risolvere la questione.
Ci si è, invece, intestarditi in una riforma quasi complessiva dell’ordinamento locale, la Delrio, che ha partorito una mostruosità giuridica: città metropolitane che sono province sotto falso nome, associazionismo comunale che, come sempre, è solo teorico, privazione del voto per i cittadini, sfascio delle province, accentuato dall’assurdo cambio di rotta sul processo di riforma, imposto dall’incauta legge 190/2014.
A certificare il disastro e l’insipienza di Governo e Parlamento ancora una volta è la Corte dei conti, Sezione Autonomie, che pure nel novembre 2013, nelle sue audizioni in Parlamento aveva opportunamente avvisato del disastro a venire che sarebbe derivato da quello che ancora allora era solo il disegno di legge destinato a divenire da lì a poco la scellerata legge 56/2014.
La deliberazione 17/2015 della Sezione Autonomie contenente la relazione “Il riordino delle province aspetti ordinamentali e riflessi finanziari” più che un atto di accusa contro l’assoluta inefficacia delle norme ed il caos creato è la conferma dell’assoluta improvvisazione e della dannosità del governare per slogan e sommarie cognizioni di ciò di cui si parla.
Alla luce della durissima relazione della Corte dei conti, rievocare le parole di esponenti del Governo pronunciate contro l’allarme lanciato dalla Cgil sul pericolo dissesti e buste paga, desta un senso di profondo sconforto.
La Sezione Autonomie non ha fatto altro che confermare il disastro della riforma delle province.
Andiamo subito alle considerazioni conclusive. Il quadro disegnato dalla Corte dei conti è agghiacciante: confusione normativa, ritardi, violazioni di accordi, intenti chiaramente boicottatori delle regioni: “Il progetto di riorganizzazione dell’amministrazione locale, anche sotto il profilo finanziario, delineato dalla l. n. 56/2014 - nel rispetto dei principi costituzionali, come da ultimo ritenuto dalla Consulta nella sentenza n. 50 del 6 marzo 2015 - sta incontrando ritardi e difficoltà nella fase attuativa, in particolare per quanto riguarda il riordino delle funzioni delegate o trasferite alle Province. E ciò, pur dopo l’adozione del d.p.c.m. 26 settembre 2014, che, in esecuzione del comma 92 dell’art. 1 della legge medesima ha stabilito, previa intesa in sede di Conferenza unificata, i criteri generali per l'individuazione dei beni e delle risorse finanziarie, umane, strumentali e organizzative connesse all'esercizio delle funzioni che devono essere trasferite, ai sensi dei commi da 85 a 97, dalle Province agli enti subentranti, garantendo i rapporti di lavoro a tempo indeterminato in corso, nonché quelli a tempo determinato in corso fino alla scadenza per essi prevista”.
Un disastro di una gravità semplicemente clamorosa. E’ semplicemente impressionante, scorrendo il paragrafo 2 della delibera, constatare come il Governo abbia sistematicamente violato tutti i punti dell’accordo siglato in sede di Conferenza Unificata l’11 settembre 2014 e recepito nel Dpcm 26.92014. La Corte dei conti ne sintetizza i contenuti:
1) siano modificati gli obiettivi del patto di stabilità interno secondo quanto previsto dal comma 94, al fine di tenere debitamente conto degli effetti anche finanziari derivanti dal trasferimento di funzioni; non se ne è fatto assolutamente nulla: il patto di stabilità interno per le province non è stato modificato e l’obiettivo per gli anni 2014 e 2015, di circa 600 milioni, finisce solo per aggravare ulteriormente la situazione finanziaria degli enti, confermando che la legge 190/2014 ha lo scopo preciso di portare le province al dissesto, probabilmente premeditato, visto che si vìola platealmente un accordo;
2) si provveda, ove necessario, a modifiche legislative per agevolare il trasferimento di personale nella misura richiesta dal trasferimento delle funzioni; non c’è stata alcuna modifica legislativa efficace volta all’agevolazione del trasferimento del personale. Come è noto, anzi, la legge 190/2014 ha previsto solo un blando congelamento delle assunzioni, non controllato da nessuno e ampiamente violato, come dimostrano numerosissimi bandi di concorso indetti da una serie di amministrazioni, tra cui l’Agenzia delle entrate. La circolare 1/2015 della Funzione Pubblica e del Ministero per gli affari regionali ha solo ulteriormente complicato le cose, ammettendo la mobilità non riservata ai dipendenti da ricollocare se attivata nel 2014, nonché prevedendo la possibilità di assumere per “figure infungibili”, fattispecie assolutamente non prevista nei commi 424 e 425 della legge 190/2014;
3) le procedure di mobilità siano condotte, come previsto dal comma 96, attraverso la sterilizzazione della relativa spesa, ai fini del rispetto dei limiti e dei vincoli imposti dal d.l. n. 78/2010, fermo restando il principio di invarianza della spesa; niente di tutto questo è avvenuto. Intento dell’accordo era rendere completamente neutrale per gli enti che acquisissero in mobilità il personale provinciale addetto alle funzioni non fondamentali, in modo che non gravasse né sui tetti di spesa di personale, né a maggior ragione sui vincoli assunzionali. Invece, la legge 190/2014, in ulteriore clamorosa violazione dell’accordo, prevede che le mobilità consumino le risorse per le assunzioni a tempo indeterminato, non siano neutrali ai fini del patto di stabilità e non si computino solo per il tetto di spesa. Il tutto ha causato anche lo stucchevole contrasto interpretativo tra molte, troppe, sezioni regionali di controllo della Corte dei conti sull’ammissibilità della “mobilità neutrale” coinvolgente anche dipendenti non appartenenti alle province, senza che il Governo sia stato intenzionato a precisare la portata del congelamento delle assunzioni e della riserva di mobilità in modo da risolvere gli equivoci interpretativi cagionati dalla pessima qualità della legge 190/2014;
4) per gli enti subentranti non rilevino ai fini del rispetto della vigente disciplina in materia di limiti dell’indebitamento gli effetti derivanti dal trasferimento di funzioni; violata anche questa indicazione. Non c’è alcuna norma che sollevi gli enti subentranti dal peso dell’indebitamento. Anzi, la legge 190/2014, sottraendo a regime alle province 3 miliardi, ha il preciso scopo di accollare alle regioni ed ai comuni l’onere finanziario, debiti compresi, delle funzioni trasferite;
5) in applicazione dei principi e dei criteri di cui al comma 97, lett. b), siano attribuite agli enti subentranti le risorse finanziarie già spettanti alle Province ai sensi dell’art. 119 della Cost., dedotte quelle necessarie alle funzioni fondamentali; nulla di fatto anche per questo contenuto dell’accordo. Una violazione che contrasta palesemente appunto con l’articolo 119 della Costituzione. Lo Stato ha in sostanza requisito 3 miliardi alle province ed impone alle regioni di riordinare le funzioni non fondamentali senza assicurarne il finanziamento;
6) in applicazione dei principi e criteri di cui al comma 97, lett. l) dell’art. 1 della l. n. 56/2014, si provveda all’attribuzione ai soggetti che subentrano nelle funzioni di una parte delle entrate tributarie già spettanti alle Province nell’ambito del riassetto complessivo della capacità fiscale degli enti interessati dal processo di riordino; era una disposizione più che ovvia: attribuire, cioè, a regioni e comuni la quota parte di entrate delle province necessarie al finanziamento delle funzioni da trasferire. Ma, anche in questo caso il prelievo forzoso di 3 miliardi a regime imposto dalla sciagurata legge 190/2014 ha impedito che gli enti subentranti finanziassero le funzioni provinciali acquisite mediante le entrate provinciali loro devolute. Infatti, quasi il 40% delle entrate provinciali, scaturenti dall’imposta sull’assicurazione RC auto, serve allo Stato per garantirsi l’acquisizione dei 3 miliardi a regime requisiti alle province: dunque, gli enti subentranti debbono arrangiarsi con entrate proprie.
Una miscela esplosiva di clamorose violazioni a contenuti di un accordo tutto sommato logiche (pur nella complessivamente sbagliata impostazione della legge 56/2014), tutte quante frutto della devastante legge 190/2014. Non si tratta di (ovvie) considerazioni di chi scrive, ma anche di quanto pensa espressamente la Corte dei conti: “Nel percorso tracciato dalla l. n. 56/2014 si è inserita in modo non del tutto coerente la l. n. 190/2014 (legge di stabilità 2015) – come modificata dal d.l. n. 192/2014 (c.d. “milleproroghe”), convertito con modificazioni dalla legge 27 febbraio 2015, n. 11 – che, nonostante la già affermata necessità di correlazione tra funzioni fondamentali, funzioni trasferite, risorse e garanzia di copertura finanziaria, ha mantenuto fermi tagli ed oneri a carico delle Province, senza considerare la invarianza almeno temporanea di necessità finanziarie per le medesime, conseguente alla parziale attuazione della l. n. 56/2014. É anche prevista una tempistica stringente per gli adempimenti da porre in essere in attuazione di dette misure (decreto di riparto del taglio al 31 marzo 2015, prelievo delle risorse al 31 maggio 2015, ridefinizione delle dotazioni organiche al 31 marzo 2015)”.
Insomma, il caos già di per sé creato dall’illogica legge 56/2014 è stato drammaticamente accentuato dalla legge 190/2014, con la quale sono stati traditi tutti i punti, senza eccezione alcuna, dell’accordo Stato regioni dell’11.9.2014 e gettate le premesse per rendere totalmente insostenibile la situazione finanziaria delle province.
La legge 190/2014 ha vanificato completamente l’iter graduale previsto dalla legge 56/2014 e dai suoi provvedimenti attuativi, creando letterale sconquasso. Non fosse chiaro, lo spiega ancora la Corte dei conti: “L’anticipazione degli effetti finanziari, che si concretizzano nei tagli di spesa corrente stabiliti dalla legge di stabilità 2015, rispetto all’effettivo trasferimento dei fattori di determinazione delle uscite di tale natura, in particolare della spesa per il personale eccedentario secondo le previsioni della l. n. 190/2014, produce un effetto distorsivo nella gestione finanziaria degli enti in esame. Si verifica, in particolare, che, ad esercizio finanziario 2015 inoltrato, l’onere della spesa che doveva essere trasferito, secondo la tempistica della l. n. 56/2014, resta ancora a carico delle Province (ed il fenomeno è presumibilmente destinato a protrarsi).
Ne consegue che una parte della spesa, soprattutto di quella per il personale, grava su una gestione che, non avrebbe invece dovuto considerarla nel proprio programma finanziario. E siffatta anomalia sarà rilevante ai fini del rispetto del patto di stabilità interno 2015, con effetti sugli esercizi futuri degli stessi enti che dovessero risultare inadempienti”.
Chiediamoci se sia ammissibile che un Governo ed un Parlamento promuovano ed approvino una legge, quella di stabilità 2015, che produce queste distorsioni di cui parla la Corte dei conti. Chiediamoci quali tecnici, quali menti abbiano potuto immaginare ed attuare questo scempio. Chiediamoci – cosa che dovrebbe fare anche la Corte dei conti – di chi siano le responsabilità. Chiediamoci ulteriormente se il Governo resti ancora convinto della sostenibilità finanziaria della deleteria manovra escogitata. E chiediamoci se sia ammissibile che la valutazione sulla possibilità che una legge, la 190/2014, che strangola le province sul piano finanziario, violando tutti gli accordi attuativi della legge 56/2014, sia comunque sostenibile il Governo debba demandarla ad una società come la Sose, invece che attenersi alle indicazioni di un organo costituzionale come la Corte dei conti, che già dal novembre 2013 Governo e Parlamento hanno avuto la sfrontatezza di ignorare totalmente. Con i risultati che si vedono.
La Corte dei conti sarebbe da ascoltare anche quando con la relazione indica quali rimedi (per altro ormai molto tardivi) sarebbero da adottare: “Appaiono indispensabili, quindi, un riallineamento ed un costante coordinamento tra le fasi procedimentali di trasferimento delle funzioni e delle risorse - come dettagliatamente disciplinate dalla l. n. 56/2014 - e la produzione degli effetti finanziari che ad esse si correlano, al fine di garantire una corretta attuazione della riforma degli enti di area vasta ed il rispetto dei criteri di sana gestione finanziaria, nonché la regolarità amministrativo-contabile delle gestioni dei medesimi enti”.
Detto al contrario, la Corte dei conti afferma:
- che la legge 190/2014 causa una non corretta attuazione della riforma delle province;
- che la legge 190/2014 non consente il rispetto di criteri di una sana gestione finanziaria;
- che dalla legge 190/2014 deriva l’impossibilità di rispettare la regolarità amministrativo-contabile delle province.
La Corte dei conti, dunque, rivela una situazione di gravità inaudita: una legge assolutamente mal concepita, che produce solo danni di natura finanziaria. Tanto che la magistratura contabile rincara la dose, evidenziando le clamorose pecche della legge 190/2014: “Nello stesso tempo appare anche auspicabile la verifica della compatibilità della situazione determinatasi per le rilevate anomalie, finora registrate nello sviluppo delle fasi attuative della legge di riordino, con la sostenibilità finanziaria del contributo richiesto al comparto. Nel contesto di tale verifica andrebbe considerata la possibilità della previsione normativa di misure di flessibilità idonee a superare le situazioni di criticità che i rilevati ritardi e le evidenziate conseguenze, fin qui prodotte, riflettono sia nella prospettiva della gestione, sia in quella della programmazione triennale”.
Di fronte a simili devastanti conclusioni, qualsiasi Governo non potrebbe che prenderne atto e fare una doverosa marcia indietro.
Abbiamo il fondato sospetto, tuttavia, che l’esecutivo continuerà per la sua strada, ignorando del tutto i rilievi della Corte dei conti ed affidandosi ad apprendisti stregoni, sotto forma di società partecipate o consulenti giuridici.
Del resto, all’indomani della pubblicazione della relazione della Sezione Autonomie sostanzialmente il Governo, così comunicativo su tutto, non ha fatto nemmeno una piega: non un commento, non un tweet, nulla.
Anzi, qualcosa il Governo, per voce della Ministra della Funzione Pubblica ha dichiarato. Che, cioè, il Governo è pronto ad imporre alle regioni di effettuare il riordino.
Non solo. La Ministra ha anche affermato che il Governo è pronto a coprire i costi del personale destinato al sovrannumero, 20.000 dipendenti, avendo a disposizione 300.000 milioni allo scopo.
E’ sperabile che qualcuno informi la Ministra che il costo del personale destinato ad essere trasferito non può essere di 300.000 milioni: questa cifra coprirebbe a mala pena il trattamento stipendiale di circa 8000 dipendenti, visto che il costo lordo medio dei dipendenti pubblici è di 34000 euro. Infatti, la stima del costo del personale da trasferire è di oltre 800 milioni.
Ma, che il Governo sia particolarmente refrattario alla capacità di comprendere gli effetti negativi della sua produzione normativa ed attuativa della riforma delle province ha modo di confermarlo su La Repubblica del 16 maggio sempre il sottosegretario Angelo Rughetti. In un’intervista, riferendosi all’inerzia delle regioni, esordisce affermando: “Se non ci penseranno loro, ri penseremo direttamente noi": la riforma delle Province, ricollocamento dei 20 mila dipendenti in esubero compresi, sarà cosa fatta entro il 2016”. Toni duri e risoluti, che potrebbero lasciar intendere chiarezza di idee e decisionismo. Tale impressione, tuttavia, viene immediatamente contraddetta da una semplicissima ricerca d’archivio su Google, ove è facile reperire l’articolo del Corriere della sera del 22 dicembre 2014, nel quale Rughetti affermò: “il 2 gennaio ci sarà un decreto che imporrà alle Regioni di scegliere se acquisire le competenze delle Province e il relativo personale, o lasciarle alle Province o ai Comuni”. E’ vero che la frase parla solo del 2 gennaio, senza indicare l’anno, ma altrettanto vero pare che il cipiglio ed il decisionismo in merito al disastro della riforma provinciale restino solo parole.
Ma, l’intervista del 16 maggio rivela come ancora una volta il Governo non abbia intenzione di prendere atto dell’evidenza. Afferma, infatti, Rughetti in merito alla deliberazione della Sezione Autonomie: “L'ottima relazione della Corte specifica appunto che se le Province vanno in rosso è perché continuano a fornire prestazioni che dovrebbero essere a carico delle Regioni e che lo fanno pagando i dipendenti con risorse proprie perché le regioni non trasferiscono loro i fondi necessari. Il taglio della legge di stabilità non c'entra nulla: garantisce totalmente servizi che lo Stato attribuisce alla Province”.
Non c’entra nulla la legge 190/2014? E’ chiaro: Rughetti non ha letto o non accetta le conclusioni evidentissime della Corte:
- “ Sul progetto legislativo di riordino delle “Città metropolitane, Province, unioni e fusioni di Comuni” – poi divenuto legge n. 56 del 2014 – è stata sentita la Sezione delle autonomie in due distinte audizioni: la prima presso la Commissione Affari costituzionali della Camera dei deputati il 6 novembre 2013 (A.C. 1542); la seconda presso la Commissione Affari costituzionali del Senato il 16 gennaio 2014 (A.S. 1212). In tali occasioni la Corte ha avuto modo di esprimere le sue valutazioni su taluni ipotizzabili effetti della normativa, segnalando, tra l’altro, la necessità di un attento e continuo monitoraggio: 1) del rispetto dei termini previsti per gli adempimenti esecutivi della riforma; 2) dell’effettivo concretizzarsi dei potenziali risparmi attesi; 3) degli eventuali costi aggiuntivi emergenti, ai fini di una tempestiva ed adeguata copertura.
In prosieguo, questa medesima Sezione ha trattato della situazione finanziaria delle Province nella Relazione sulla gestione finanziaria per l’esercizio 2013 degli Enti territoriali evidenziandone la precarietà e segnalando, tra l’altro: che l’analisi dei risultati delle manovre 2008-2013, ha confermato per le Province il raggiungimento degli obiettivi di risparmio previsti, con la conseguente riduzione delle risorse destinate ai servizi essenziali; che le manovre avviate dal 2009 hanno fatto registrare un taglio di 2,9 miliardi per le Province con una contrazione rilevante degli investimenti (mediamente il 60% delle economie di spesa); che sempre per le Province si registra una severa riduzione della spesa finale di oltre 1,3 miliardi, tagli di risorse particolarmente incisivi, entrate che cedono del 10,4%.
La Corte ha anche richiamato l’attenzione sull’impatto delle nuove misure riduttive sulle risorse delle Province, conseguenti alla legge di stabilita 2015, suscettibili di generare forti tensioni sugli equilibri finanziari, in particolare per gli enti strutturalmente più deboli”;
- “La l. n. 56/2014 prevedeva per il riordino delle funzioni un iter procedurale articolato in una serie di passaggi, primo fra tutti quello dell’individuazione delle funzioni fondamentali che restano affidate alle Province e di quelle non fondamentali da attribuire agli altri enti (Comuni, Regioni, Stato), cui doveva far seguito la quantificazione di finanziamenti e spese per gestire entrambe le tipologie di funzioni, con contestuale individuazione delle risorse umane, strumentali ed organizzative.
A fronte di tale iter procedurale le disposizioni recate dalla legge di stabilità per il 2015 ed ancora prima l’accordo dell’11 settembre 2014 ed il d.p.c.m. del 26 settembre 2014 hanno introdotto novità che, in parte, vanificano l’anzidetta procedimentalizzazione.
In particolare, la l. n. 190/2014 al comma 418 individua il contributo triennale richiesto alle Province che concorrono con una riduzione della spesa corrente pari ad 1 miliardo (1.180 milioni) di euro per il 2015, 2 miliardi per il 2016 e 3 miliardi per il 2017”;
- “Conclusivamente può osservarsi che, come puntualmente già evidenziato dalle Sezioni Riunite nel documento approvato a febbraio 2015 su “Prospettive della finanza pubblica dopo la legge di stabilità”, il taglio delle risorse non potrà non investire, almeno in parte, anche le funzioni oggetto di trasferimento ad altri livelli di governo che, essendo già state sottoposte dalle Province a forti riduzioni, non sembrano allo stato presentare una dotazione di risorse tale da assicurare risparmi nella misura richiesta dalle disposizioni e, comunque, il predetto taglio potrebbe, a riordino delle funzioni completato, produrre l’effetto di scaricare parte dell’onere sugli enti subentranti.
La stessa considerazione, peraltro, vale anche per le funzioni fondamentali che rimarranno in capo agli enti di area vasta, anch’esse sottoposte negli ultimi esercizi a costante compressione”.
Ce ne sarebbe abbastanza per convincere chiunque della circostanza dimostrata da numeri e fatti che l’intervento della legge 190/2014 non è sostenibile sotto nessun tipo di punto di vista, né finanziario, né funzionale, né ordina mentale, né logico. Soprattutto, la Corte dei conti conferma che dalla riforma delle province non deriva un euro di risparmio, ma anzi scaturisce il deterioramento di conti pubblici e servizi.
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